Anna Vertua Gentile.
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A LA VECCHIA FERRIERA.
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1909. A. De Mohr e Compagni Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Come gran parte della produzione dellAutrice, anche questo romanzo ha come scopo quello di ispirare nelle giovanette e nelle signore buoni e pii sentimenti.
A differenza di altri romanzi, in cui leroina  un esemplare modello di ogni virt, vittima di travagliate vicende a cui le lettrici si appassionano, la protagonista di questo romanzo  Maria, che si presenta come una giovane bellissima, ricchissima ma molto altera; abita un castello che domina una vallata prealpina, in cui un giovane ingegnere, Giorgio, ha ripristinato una vecchia ferriera. Lingegnere ha ereditato la ferriera da uno zio, che non aveva mai frequentato e che era tristemente celebre per la sua impetuosit, sfociata in malvagit nei confronti di chi lo contrastava; la ferriera stessa era stata da lui acquisita dopo aver rovinato il precedente proprietario, morto suicida lasciando una bimba orfana.
La storia  qui centrata sulla redenzione di Maria dal sentimento di vendetta che dapprima ispira le sue azioni, redenzione che passa attraverso lamore che si sviluppa tra i due giovani, loro malgrado.
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L'AUTRICE.
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Anna Vertua Gentile (Dongo, 30 maggio 1845. Lodi, 23 novembre 1926)  stata una scrittrice italiana.
Figlia di Rocco e di Esther Polti, alla morte del padre avvenuta nel 1862 trov impiego presso l'Istituto delle Dame inglesi di Vicenza. Incominci a scrivere nel 1868: il suo primo lavoro conosciuto  firmato come Annetta Vertua. Spos Iginio Gentile, allora docente di Storia antica nell'Universit di Pavia; dalla loro unione nel 1874 nacque un figlio, Marco Tullio. Tra il 1874 e il 1893 scrisse una serie di racconti e opere teatrali brevi per bambini, che venivano recitate nei salotti di casa o interpretate con burattini.
Divenuta scrittrice di professione dopo la morte del marito (nel 1893, seguita, nel 1912, da quella del figlio) ebbe una produzione feconda: fino al 1901 pubblic oltre 150 titoli tra romanzi, soprattutto d'amore, novelle, scritti educativi e manuali di condotta.
I suoi scritti, pur intrisi di sentimentalismo e precetti morali, non furono privi di richiami all'indipendenza femminile.
Mor presso l'Istituto Santa Savina a Lodi, dove si ritir nel 1923. Sulla facciata esterna dell'edificio  stata affissa una targa che la ricorda.
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A LA VECCHIA FERRIERA.
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Da parecchi anni abbandonata e chiusa, la vecchia ferriera si era riaperta. 
Alle antiche macchine, arrugginite nellinazione e scartate dal progresso, erano state sostituite delle nuove, di modello recentissimo, che lavoravano accordando il loro cupo rumore ai sordi tonfi del maglio e allo scroscio ininterrotto della cascata, precipitante con schiumoso salto dalla scogliera a picco del baratro nel fiume scorrente, grosso e minaccioso, fra i ripidi e selvosi monti della vallata selvaggia.
Lavoro e vita erano ritornati nella pittoresca gola di quelle montagne. E vi erano ritornati per lultima volont di Giorgio Lanciani, larcigno e solitario signore, nato e cresciuto nella borgata di riva il lago.
Giorgio Lanciani, morendo, aveva lasciato il suo al nipote, figlio del suo unico fratello minore, che, in un impeto di collera e di prepotenza, egli aveva cacciato di casa giovinetto ancora, n pi aveva voluto rivedere.
Ora il povero abbandonato giaceva nel camposanto della lontana citt, ove aveva onestamente vissuto lavorando e ove aveva dovuto lasciare la vedova e gli orfani.
Giorgio Lanciani, nel testamento, imponeva al nipote, che pure chiamavasi Giorgio, di riaprire la ferriera e di abitare la casina a questa annessa.
E il nipote, che non aveva mai veduto lo zio, era venuto con la madre e le sorelle; aveva riaperto la ferriera, e si era messo, con lenergia dei suoi ventisei anni e con labilit di intelligente ingegnere industriale, a dirigere i favori dellofficina.
Nella borgata di riva il lago aveva fatto meraviglia lidea del vecchio signore defunto di far lavorare unaltra volta la ferriera. Erano ormai dieci anni e pi che essa era chiusa, dopo la ruina causata  tutti lo sapevano  da una crudele vendetta del Lanciani  il perch della vendetta nessuno lo conosceva  il quale abbatteva, per mezzo della concorrenza di una ferriera nuova e grandiosa fatta costrurre nel borgo stesso, gli sforzi della ferriera piccola e vecchia.
La gente ricordava.
Lingegnere Ferrara viveva tranquillo nella casina presso la ferriera; passava la vita fra il lavoro e la famiglia: la giovine moglie e un amore di bambina.
La piccola ferriera lavorava e lingegnere era su la via del guadagno.
Che cosa fece il poveretto per inimicarsi il signor Lanciani? per destargli in cuore un cos violento bisogno di vendicarsi, di ruinarlo?... Nessuno lo seppe mai.
Quello che tutti videro fu la conseguenza fatale di quella inimicizia; una concorrenza sleale e schiacciante.
Il signor Lanciani, l per l, aveva fatto costruire una ferriera nuova, grandissima, con macchine moderne; aveva chiamato di foravia meccanici e operai con lesca della paga superiore, aveva attirato a s i migliori lavoratori della vecchia ferriera. E il lavoro fervette, dopo soli pochi mesi, nella officina modello.
Lingegnere Ferrara aveva lottato con disperata energia, facendo sforzi prodigiosi per difendersi, per sostenersi nella impari lotta crudele. Ma, in fine, aveva dovuto soccombere.
La vecchia ferriera venne chiusa. Lingegnere rimase povero e quindi nella impossibilit di riprendere il lavoro.
Fu uno sfacelo. Il povero giovine, a lurto tremendo contro una forza tanto superiore a la sua, si abbiasci; non ebbe lenergia di ricominciare altrove la vita di intelligente operosit; non ebbe il coraggio di ritrarre con uno sforzo supremo la moglie e la figlia dallabisso. E lo scoraggiamento, il dolore, forse lo strazio di non poter salvare le sue adorate dallorribile tuffo nella miseria, gli annebbiarono il sentimento. In un momento di disperazione si uccise, gi sulla sponda rocciosa del fiume, di faccia a la ferriera chiusa e silenziosa.
I pietosi avevano eretto una croce di ferro su la roccia ove il poveretto era stramazzato.
La gente ricordava il fatto triste e doloroso. Ricordava la subita partenza della vedova e della piccina e lo sdegno della disgraziata donna, quando il Lanciani, forse tocco dal rimorso, le aveva fatto offrire un soccorso.
La fame piuttosto dellaiuto di quel miserabile!  aveva risposto la poveretta con gli occhi lampeggianti di sdegno per loltraggio di quellofferta. E aveva soggiunto:  ditegli che n io n mia figlia non gli perdoneremo mai, mai!
E esasperata e pallida come una morta, aveva lasciato la casa, che era stato il suo dolce nido damore e che era gi passata in possesso del Lanciani. Ed era partita, strascinandosi dietro la piccina spaurita e singhiozzante.
Era stata una scena da far piangere i sassi... E tutto per la bieca, incomprensibile opera di Giorgio Lanciani.
Da allora, della vedova Ferrara n della figliuoletta non si era saputo pi nulla. Erano forestiere; nel paese e nei dintorni non avevano parenti.
Alcuni mesi dopo, il Lanciani chiudeva senza apparente ragione la ferriera e vendeva il fabbricato, che serv poi per una grande filanda.
Ma da quel tempo il Lanciani divenne pi taciturno e cupo di prima. Si ritir dagli affari che lo avevano arricchito, facendo di lui, nato quasi povero, uno dei primi signori del borgo. Si stacc dai pochi amici che gli si conoscevano, si ridusse a vivere una vita silenziosa e solitaria.
 Lo rode il rimorso!  si dicevano la gente fra di loro.
 Si nasconde per ruminare il male nellombra!  mormoravano altri.
  un cane ringhioso; non pu stare senza mordere  soggiungevano alcuni.
 Non  altri che un disgraziato!  lo compativa il parroco, che era uomo di cuore e di senno.
Che Giorgio Lanciani non fosse quel crudele egoista che dicevano parecchi, lo dicevano le molte opere di beneficenza che aveva fatto e che faceva ancora di quando in quando. Ma pur troppo, un niente bastava a cacciargli in petto lacredine e il desiderio della vendetta. E allora cominciava la persecuzione sorda, costante fino allestremo; e le sue vittime non erano poche. Lui danaroso, riusciva presto e facilmente a intralciare la via del guadagno ai malaccorti, che lavevano, in qualsiasi modo, urtato; e aveva unabilit tutta sua propria per piombarli nellimbarazzo e nella povert.
  pi da compiangere che da maledire!  aveva esclamato il parroco dopo di averlo assistito negli ultimi momenti.  Ha vissuto senza affetti e senza intime e vere compiacenze, soprafatto da un carattere ombroso, irascibile e vendicativo. Nessuna mano pietosa gli chiuse gli occhi; nessuno lo rimpiange.
E, schiettamente, non lo rimpiangeva neppure lui. Nonostante la sua caritatevole indulgenza e il suo cristiano compatimento, egli non poteva dimenticare il male fatto a non pochi poveretti; e sopra tutto non poteva dimenticare, che egli era stato causa della ruina della famiglia Ferrara, da lui amata e stimata.
Il pensiero della vedova e dellorfanella gli mandava ancora assai spesso in cuore un sentimento di turbamento e di angustia, che lo affliggevano.
 Che sar stato di quelle poverine?  si andava chiedendo. E le raccomandava a Dio con tacita e fervida preghiera.
Ricordava con mesto rammarico le intime e serene ore della sera, passate alla casina della ferriera in compagnia dellingegnere, della sua signora, tanto colta e gentile e della bambina. Oh quella piccina, tutta bianca, biondissima, dalla personcina elegante e cos cara nella sua innocenza!... Che non avrebbe egli dato per rivederla, per sapere almeno ove ella fosse, per sentirsi ancora chiamare da quella soave vocina penetrante: Don Pop come aveva imparato a cianciugliare il suo nome di Don Paolo!
Quel Don Pop egli se lo sentiva spesso nelle orecchie, come una musica di affettuosi ricordi; una musica, che sempre trovava la via del suo cuore e lo rammolliva.
 Deve avere ventanni adesso  pensava.  Sar cresciuta bene?... Vivr?... O  forse morta?  sospirava.  Era cos delicata!... Se vivesse e un giorno avesse da incontrarmi  soggiungeva  scommetto che mi riconoscerebbe subito e mi chiamerebbe Don Pop! come nei vecchi tempi!
Quando seppe che la vecchia ferriera si era riaperta per volont del defunto, e che nella casina erano venuti ad abitare lingegnere Giorgio Lanciani con la madre e due sorelle, egli aveva sentito un vivo desiderio di rientrare in quella casa, di rivedere i mobili lasciati dalla povera vedova ruinata; quei mobili che gli avrebbero rammentati tanti momenti di dolce intimit; aveva sentito il desiderio di vedere specialmente i ritratti appesi alle pareti del salottino, e in particolar modo quello ad olio, grande, al naturale, della piccola Maria. Per quei signori  sera trovato a pensare  quel ritratto non pu fare n caldo n freddo; mentre a me sarebbe tanto tanto caro!
Ecco perch, da che si era riaperta la ferriera, Don Paolo aveva preso a fare la sua passeggiata dogni giorno, lungo la stradetta della valle; ed ecco perch egli si fermava spesso davanti la casina, con il breviario in mano e gli occhi pieni di desiderio e di curiosit.
Quel giorno, uno splendido meriggio daprile, le due sorelle dellingegnere, intente ad annaffiare i i fiori sboccianti, lo videro fermo al di l del cancello.
 Veh!  fece Ida additando a la sorella  Guarda chi c fuori del cancello, Paolina.
Questa, posato linnaffiatoio, corse al cancello, lo aperse, e invit con timida insistenza il prete a entrare.
 Resti servito signor Parroco!.... Favorisca di passare. La mamma sar contenta di fare la sua conoscenza! e anche noi!
Don Paolo, manco a dirlo, non si fece ripetere linvito e segu subito la fanciulla.
La mamma, avvertita da Ida, che era corsa in casa ad annunciare la visita, apparve subito su la soglia della porta a vetri e ricevette il sacerdote con deferenza rispettosa.
Entrando nel salottino, Don Paolo ebbe una stretta al cuore. Si commosse e scus la sua commozione, dicendo, che egli era stato amico della famiglia Ferrara, e che quella casa e quei mobili, e sopratutto i ritratti, gli ricordavano persone care e disgraziate: oh tanto disgraziate!
Addit il ritratto ad olio pendente dalla parete principale, e disse con la voce un po tremante:
  somigliantissimo; la piccina era tale quale. Alta per la sua et, con gli occhioni scuri pieni di sentimento e i capelli doro come un raggio di sole. Mi voleva bene, ed io ne volevo tanto a lei!... Se n andata; non lho pi vista; non ne ho saputo pi nulla!  fin sospirando.
Tacque un momento, sempre con gli occhi al ritratto, poi soggiunse con mesta compiacenza: Mi chiamava Don Pop,
La signora Clotilde  era il nome della mamma  e le due fanciulle, simpatizzarono subito con lottimo parroco, il quale ricordava i vecchi amici con s vivo affetto.
E quando egli se ne fu andato, promettendo di tornare, e venne poco dopo lingegnere per il desinare, la mamma e le sorelle gli raccontarono della visita avuta, e fu stabilito, che il ritratto della bellissima bambina lavrebbero mandato in dono al prete.
Cos Don Paolo ebbe subito soddisfatto il suo desiderio. La piccola Maria dai grandi occhi scuri pieni di sentimento e i capelli doro come un raggio di sole, gli sorrise ancora dalla parete di fronte a la scrivania, nel modesto salottino della casa parrocchiale. Povera cara! esclamava guardando il ritratto la signora Gegia, sorella del parroco.
Anche lei aveva voluto un gran bene a la piccola Maria, che nata nella casina della ferriera e cresciuta l nella vallata fino ai nove anni, non passava giorno che non andasse con la mamma a vedere la zia Gegia, come aveva imparato a chiamarla. E l mentre la mamma conversava, ella, la piccina, usciva nel cortiletto a vedere i tacchini che gargugliavano facendo la ruota, e le galline che le correvano intorno schiamazzando. Dal cortile passava poi nel giardinetto, gettato su la selvaggia costa della montagna e scendente a larghi scaglioni fino gi alla piana, un po fuori del paese.
A la signora Gegia pareva ancora di vederla, la bambina dagli occhioni scuri e i capelli doro, aggirarsi per il giardino, fra londeggiare dei fiori e smarrirsi nel castagneto che infoltiva su laspro fianco del monte inalzantesi maestoso dietro la casa e la chiesa.
 Povera creatura!  mormorava.  Se vive, deve essere una bellezza!  pensava spesso.
E quel pensiero le metteva in cuore un vago timore. La bellezza  spesso fatale alle giovani donne povere ed orfane.
 Signore! proteggetela, difendetela voi!  finiva per pregare.
A la ferriera le cose andavano bene. Giorgio Lanciani lavorava con amore, era soddisfatto e benediva a la memoria dello zio, che per quanto strano, per quanto avesse fatto soffrire il fratello con lostinato rancore, per mezzo di quellatto di giustizia, facendo lui erede, gli aveva offerto il modo di procurare a la madre e alle sorelle una modesta agiatezza.
Egli pensava alle angustie e alle ristrettezze passate; quando tutti dovevano vivere della piccola pensione della vedova dun impiegatuccio, ed a lui era toccato di stentare acerbamente per compire gli studi, aiutandosi con dare lezioni, tradurre dal tedesco per un compenso derisorio e tenere i conti di modestissime case commerciali. Pensava al triste avvenire che era serbato alle sorelle sue, obbligate a guadagnarsi la vita. Ida, che aveva diciannove anni e aveva compiuto gli studi a la scuola normale, avrebbe dovuto far la maestra in qualche paese, esponendosi alle speranze e alle delusioni dei concorsi. E Paolina, che aveva lanima e lintelligenza duna piccola artista, con la sua abilit di pianista e la sua bella e limpida voce di soprano, avrebbe pure dovuto insegnare e forse anche darsi alla vita del teatro.
Con la sua brava laurea dingegnere industriale elettrotecnico, egli era stato un pezzo senza trovar lavoro. Infine era riuscito ad allogarsi in uno studio tecnico con lonorario di sessanta lire al mese.
Era scoraggiato e mortificato di non poter guadagnare di pi, di non poter meglio aiutare la famiglia; e soccombeva a lavvilimento, quando il notaio del borgo ove era nato il suo povero padre, gli scrisse la famosa lettera delleredit.
Seduto a la finestra del suo studiolo, Giorgio Lanciani si lasciava andare a ricordare il passato, mentre i suoi occhi vagavano dal fiume, che correva dibattendosi fra gli scogli del letto e delle sponde, e la montagna di rimpetto, aspra e altissima, dai fianchi nereggianti di selve e macchioni e la rocciosa vetta, che designava netto e preciso il suo severo profilo nellaria azzurra.
Era pittoresca quella vallata; bella nel suo aspetto selvaggio. Il fiume spumeggiava nel mezzo; la cascata, irradiata dal sole, spruzzava intorno la sua sfolgorante pioggerella; dentro la valle, che si andava rinserrando e infoltendo, Faggeta, villaggio di poche casupole raggruppate intorno a la chiesuola, a unora di cammino di sopra il fiume, spiccava nel rosso tramonto.
E in faccia al villagio, di l dal fiume, in un ripiano folto di pini, un grigio castello medievale ben conservato, sfoggiava negli ultimi raggi del sole, le sue alte e slanciate torri merlate.
Giorgio, insieme con le sorelle, laveva visitato quel castello. E aveva saputo dal guardiano che i proprietari erano venuti a passar l tutti i mesi dellestate, fino a pochi anni innanzi; quando, morti i vecchi, il giovane erede pi non aveva voluto saperne di quel vecchio nido di gufi  come diceva  e aveva scelto per villeggiatura un palazzo moderno in ridente posizione.
 Da allora  aveva informato il guardiano  il castello  da affittarsi; ma non  mai capitato nessuno, per quanti annunzi si siano fatti nei giornali.
 Chi mai avrebbe da venire ad abitare questa triste bicocca?  aveva osservato Ida.
 Io vi morirei di paura!  aveva soggiunto Paolina con brivido.
E pure il castello era bellissimo e mobiliato con gusto severo. N vi mancavano le comodit, anzi il comfort, sconosciuto agli antichi, forti e prepotenti proprietari del castello e indispensabili agli ultimi. Vi era abbondanza dacqua pura; vi erano bagni, caloriferi e perfino un impianto per la illuminazione elettrica.
Ora lingegnere aveva finito per posare gli occhi e il pensiero sul grigio castello, che si staccava dalla scura pineta nella fantastica luce del tramonto.
A un tratto si sent chiamare:
 Giorgio!
 Giorgio!
Ida e Paolina irruppero nello studiolo.
 Giorgio! il castello  aperto!  fece Ida con il fiato mozzo dallimpazienza di comunicare la notizia.
 Lhanno affittato!  soggiunse Paolina.
 Dice Nina, la moglie del custode della ferriera, che da stamattina  un continuo passare di muli stracarichi di roba.
 Vieni a vedere, Giorgio!  lo invit Ida, prendendolo per una mano e uscendo con lui dallo studiolo su la stradetta serrata fra lofficina e il piede della ripida montagna.
In fatti, per la tortuosa stradicciuola vagabonda nella costa, che accorciava la via dal borgo a Faggeta, e quindi  per mezzo dun ponte di legno alto sul fiume a unire i monti delle opposte sponde  al castello, quattro muli, con la soma voluminosa sul dorso, salivano lentamente aizzati ogni tanto dalla voce e dalla frusta del guidatore.
 Io vorrei un po sapere chi ha il coraggio di andare ad abitare quel triste luogo!  disse Ida.
 Io penso che sar una famiglia di gufi!  fece Paolina.
  per certo della gente che cerca solitudine e aria buona!  Osserv Giorgio.
La campana dellofficina, che annunziava la fine de lavoro diurno, squill in quel momento.
E subito gli operai, in blusa, con le zoccole ai piedi, la faccia e le mani annerite, uscirono a frotte dallofficina; e presero, chi per i sentieri della montagna, chi per il viottolo del fiume e chi per le stradette del borgo, per ritornare ognuno alla propria casa.
Dentro lofficina non restarono che gli operai che dovevano lavorare la notte.
Lingegnere e le fanciulle stettero a vedersi sfilare dinanzi gli uomini e ragazzi che lavoravano a la ferriera.
Erano parecchi. Tipi di montanari ben piantati, dallandatura misurata e un po dinoccolante, la testa fatta di capelli incolti, i volti dallespressione energica e onesta, Tutti, passando, salutavano togliendosi il cappello o il berretto.
Un operaio, dai capelli e la barba brizzolati, camminava strascinando gli zozzoloni, con aria stanca.
 Siete malato, Drea, che camminate a fatica?  gli chiese Giorgio.
Andrea si ferm con il berretto in mano. No; lui stava bene di salute; ma sul cuore aveva un peso che gli toglieva il respiro. La sua Rosa, la sua unica figliuola era malata, un tocco di tosa sana e rubusta come un ciocco di rovere, che per sgobbare non aveva la compagna. Le era entrata la febbre a un tratto; un febbrone, che scottava come un tizzo ardente. Aveva perduto il sentimento; non conosceva pi neppure sua madre; e diceva, in delirio, delle cose strambe, che cera da sentirsi schiantare il cuore, da tanto che faceva pena. Era malata da una settimana, e sempre la febbre durava alta.
 La sera, quando torno a casa, mi pare sempre di vedermi venire incontro qualcuno con la notizia della sua morte; e questo timore mi d al cervello e alle gambe, che pare non vogliano portarmi pi!
  venuto il medico?  chiese lingegnere.
 Ci viene ogni mattina!  rispose loperaio scuotendo il capo.  Che ci pu il medico contro certi malanni?  soggiunse.
Giorgio rincor il povero padre. Perch disperava?... La sua figliuola sarebbe guarita, che diamine!... E se faceva bisogno di buoni brodi e di vino vecchio, venisse o mandasse gi a la casina, che gli avrebbero dato quello che occorreva.
Drea ringrazi e infil il sentiero, che menava a Faggeta, per una ripida scorciatoia.
 Poveruomo!  fecero insieme Ida e Paolina.
In coda agli operai veniva un giovane bassotto e tarchiato, con il cappello messo a la brava, e unariaccia spavalda. Passando davanti a lingegnere e alle sue sorelle, fece un leggiero segno di saluto con gli occhi aggrondati e la bocca atteggiata a disdegno.
 Chi ?  chiese timidamente Ida.
Prima di svoltare, il giovine si rivolse e guard lingegnere con certi occhiacci minacciosi, che Paolina ne fu paurosamente colpita.
 Che ha che ti guarda a quel modo?  chiese a sua volta il fratello.
 Ha... ha  rispose lingegnere  ha una testa bislacca, ecco!
  un operaio della ferriera?  volle sapere Ida.
 S;  un abile meccanico. Dicono che il nostro povero zio abbia fatto del male a la sua famiglia; ed egli, forse, se la piglia con me; quasi chio possa essere responsabile delle azioni del povero morto!
 Ah, Giorgio! guardati da quel giovine  supplic Paolina con il tremito nella voce.  Ti ha guardato cos biecamente!
E la fanciulla si stringeva al fratello, come a volerlo difendere da un pericolo.
 Sio fossi in te, Giorgio  lo consigli Ida  lo licenzierei!
 No, no, per amor di Dio!  disse Paolina  sarebbe capace di vendicarsi!
Giorgio volle tranquillare le sorelle volgendo la cosa in ridere. Ma nel cuore delle fanciulle, e specialmente in quello di Paolina, dur limpressione dellocchiata bieca e dellaria spavalda del giovine operaio.
A desinare, quella sera, Ida e Paolina non furono allegre e chiacchierine come di solito. Mangiarono in silenzio, preoccupate.
A un tratto Ida usc a dire, come se pensasse ad alta voce:
 Lo zio Lanciani non deve essere stato troppo buono!
 Dicono che ha fatto del male a parecchie famiglie!  soggiunse Paolina.
Ma il fratello diede su la voce a tutte due. Non toccava a loro giudicare lo zio. Non bisognava dar ascolto alle chiacchiere. Lo zio, per certo, non doveva aver avuto il miglior carattere; questo essi sapevano pi degli altri per la sua condotta verso il loro povero padre. Ma aveva poi riparato a lingiustizia; con loro egli aveva finito per essere generoso; ed essi dovevano essergli riconoscenti e non dar retta a chi ne sparlava.
La mamma approv quanto diceva il figlio; e soggiunse, che nei paesi, la maldicenza  facilissima; che nei piccoli centri signoreggiano le rivalit, le gelosie e le invidie; che era prudente e necessario stare a la larga dai chiacchieroni e dai rifischiatori, per non sentir dire cose spiacevoli ed anche per non essere in volti nei pettegolezzi.
Le fanciulle non poterono a meno di trovare giuste e assennate le parole della madre e del fratello. Non poterono per impedire al turbamento di entrare nellanima loro.
...
Erano a letto da un poco, quando un brontolo lontano annunci lavvicinarsi di un temporale. Cominciarono a guizzare i lampi dalla luce livida, che illuminava di subito sinistro bagliore la cameretta passando fra le stecche delle gelosie. In breve il tuono prese a rumoreggiare, echeggiando fra le gole dei monti.
Paolina balz a sedere sul letto, e puntando le mani dietro sul guanciale e sporgendo innanzi il busto e il capo, guardava ad occhi aperti, rabbrividendo ad ogni lampo, scuotendosi tutta ad ogni scoppiare di tuono.
 Ida! Ida!  fin per chiamare, in uno spasimo di paura.
 Hai paura?  le chiese la sorella, pi animosa.  Non  che un temporale, e non  il primo che senti!
 S! ma qui il temporale  cos orribile! Non senti che frastuono?... Non senti che voci porta il vento... Pare il finimondo!... Oh Ida! che lampi!... Io non voglio vederli! mi fanno troppo, troppo spavento!
Ida salt dal letto e si fece a la finestra per chiudere le imposte.
Ma si ferm ammirata. Da una gelosia mancante di alcune stecche si vedeva fuori lo spettacolo orribilmente bello.
 Paolina!... Ma  una cosa meravigliosal... Vieni a vedere!  disse la fanciulla con la faccia ai vetri.
Era davvero una meraviglia. Lampi, che si succedevano senza tregua, illuminavano quella gola montana, dando luogo a scene duna bellezza sorprendente.
 Vieni, Paolina!  un vero prodigio!
Attratta dalla curiosit, la fanciulla sgusci dal letto e si fece presso la sorella.
 Oh, il castellaccio grigio che aspetto pauroso gli dnno i lampi!... Oh Madonna!... Non vedi una figura l su lo spiazzo davanti al castello?... Si muove; si fa grande grande;  un mostro! E... e... stende le braccia verso di noi in atto di minaccia... Guarda, guarda Ida! Un lampo ha illuminato la viuzza al di l del fiume!... l dove si  ucciso lingegnere Ferrara. Che tetro spettacolo Ida! Ida! ho tanta paura!
Tutta fredda di spavento, la povera fanciulla si stringeva a la sorella, che dovette portarla di peso sul letto.
 Sei matta?  landava rimproverando Ida, mentre accendeva la candela, che rischiar la cameretta.  Sei matta?... hai preso un pino per un mostro; e ti terrorizza la vista duna croce illuminata dal lampo. Che idee ti pigliano? Vuoi che chiami la mamma?
La mamma non ebbe bisogno di essere chiamata. Entr in quel momento nella cameretta.
 Vi ho sentito muovervi e parlare!  disse  Che c?... Scommetto che Paolina ha paura del temporale. Oh, la sciocchina che si spaventa per nulla!
 Mamma! oh mamma! che luogo pauroso  questo!  si sfog la fanciulla, in un prepotente bisogno di dire.  Quanti brutti pensieri vengono in mezzo a queste montagne! Come si era pi tranquilli nel quartierino nostro di citt!... Che triste eredit ha fatto Giorgio!
La mamma stent a calmare la figliuola, che laveva obbligata a sedere sul suo tettuccio e le si raggomitolava presso, in cerca di rifugio e di protezione.
  stato loperaio dieri che lha impressionata!  susurr Ida a lorecchio della mamma, la quale trad con un sussulto limpressione sua propria. Ma si padroneggi subito; e continu ad accarezzare Paolina, scherzando su le sue folli paure.
Ma Ida vide e sent langoscia nel sorriso forzato e nelle parole della mamma; e si convinse che la poveretta era ben lontana dallessere tranquilla.
...
Andrea, loperaio che aveva la figlia malata, quel mattino di domenica entr nella casina della ferriera, ove trov la signora Clotilde.
Recava un cestello pieno di fragole di montagna, fresche e odorose fra le foglie verdi, umide di rugiada.
 Per le signorine  disse  se vogliono gradire. Le ha fatte su, ai piedi delle macchie, la mia donna.
 E la figliuola?  chiese la signora, dopo daver ringraziato loperaio.
Rosa stava meglio; gi cominciava ad alzarsi. Era guarita, grazie al Signore e a la Madonna benedetta; e grazie alla carit sua e dellingegnere, che, per lui, poveromo, non avrebbe certo potuto provvedere la carne e il vino vecchio, che avevano impedito a la malata di cadere nellestrema debolezza.
 Benedetti loro!  mormor, avviandosi per uscire.
Su la soglia, si ferm e si rivolse.
 Se le signorine vogliono fare una passeggiata fino a Faggeta  disse  la mia Rosa sar felice di vederle. Troveranno, l su, i ciclamini a pratelli e bacche di mirtillo in quantit.
Verranno! verranno!  promise la signora.
Andrea usc mormorando:
 Che la madonna benedica questi buoni signori!... Del morto, che ha fatto del male a tanti cristiani, essi non hanno proprio altro che il nome!
La signora Clotilde sent queste parole, e ne ebbe, come tutte le volte che si faceva allusione al cognato, una subita incresciosit, insieme con un vago sentimento di umiliazione e di paura. Avrebbe voluto richiamare loperaio per sapere una buona volta, precisamente, quello che aveva fatto il defunto Giorgio Lanciani. Ma ne fu trattenuta, come gi le era successo altre volte, da una strana apprensione, da un indefinibile sgomento. Desiderava di sapere e temeva di venire a sapere. Ma nel timore veniva sempre soffocato il desiderio.
 In fin dei conti  ragionava per chetarsi  in fin dei conti, noi non siamo responsabili della condotta dun parente che non abbiamo neppure conosciuto. E se mio figlio ha ereditato da lui, nessuno glie ne pu fare una colpa. Era il suo unico nipote, il solo che porta il suo nome. Ed  un bravo ed ottimo giovane, il mio Giorgio, che a volergli male sarebbe ingiustizia e cattiveria.
 Ma poich lingiustizia e la cattiveria esistono!  le rispondeva dentro una voce; la molesta voce dellesperienza, sempre pronta a mostrare la realt delle cose e spesso quindi a incupire lorizzonte della fiducia e della speranza.
A lei, povera donna, che non aveva certo avuto la vita facile, era sembrato di toccare il cielo col dito, quando a suo figlio era capitata la notizia della eredit. Ed era stata contentissima di seguire il figliuolo e di abitare insieme con le figlie la casina della ferriera.
In tal modo erano finite le ansie per lavvenire delle fanciulle, che, poverette, avrebbe dovuto stentare per guadagnarsi la vita; e in tal modo Giorgio, fatto dalla fortuna inaspettata, direttore di una officina sua propria, pi non aveva da angustiarsi per la sua carriera. Ella era matta di tribolarsi per delle fantasticherie; matta come sua figlia Paolina, che nella notte del temporale si era lasciata sfuggire il suo sentimento in queste parole:
 Che triste eredit ha fatto Giorgio!
Ma Paolina era una piccola fantasiosa, unanimuccia dartista, facile ad essere sopraffatta dalle impressioni.
 Queste creature, tutte nervi, che vivrebbero di suoni  aveva detto una volta il professore che le insegnava il canto  sono nate fatte per essere felici o infelicissime; di poco o nulla!
 Il professore aveva ragione!  concluse la signora Clotilde, mentre finiva di mondare le fragole, che passava di mano in mano, in un tondo capace.
Ida e Paolina scesero in quel momento dal piano superiore, ove, ogni mattina, davano ordine alle camere con laiuto della domestica.
La mamma mostr loro il dono dAndrea e sugger la passeggiata a Faggeta.
Le fanciulle aderirono subito. A quellora doveva essere una delizia mettersi sul sentiero della montagna. Si misero in testa il cappellone di panno bianco, artisticamente sguernito e sbertucciato, e via!
Laria era fresca: il sentiero, fra la roccia della montagna e una folta siepe di rovi e biancospini, ombreggiato; gli odori ventavano da ogni parte.
Camminavano svelte e leggiere, senza sentire laffanno della salita. Su, su, su, fino a un ripiano fitto di castagni.
A guardar gi dalla scrimola del ripiano si vedevano spiccare la bruna ferriera e la casina dal tetto dardesia scintillante al sole. Il rumore cupo del maglio, insieme con gli svariati fracassi della ferriera, arrivava fino l appena smorzato dalla distanza.
 Che suoni! che musica!  fece Paolina.
  la voce trionfatrice del lavoro e dellindustria, direbbe Giorgio!  soggiunse Ida.
Si erano fermate a guardarsi in giro.
 Come  bella la vallata!  esclam Ida.
 Bellissima; ma di giorno quando brilla il sole!  mormor Paolina.  La sera, e a tempo nebuloso,  troppo, troppo triste!
Sopra uno sprone del monte sporgente sul fiume, il villaggio di Faggeta si vedeva raggruppato intorno a la chiesuola; e le povere casuccie, una sovrapposta a laltra, parevano un branco di capre pendule.
In faccia a Faggeta, in uno spiazzo cupo di pini, il castello grigio signoreggiava.
Due enormi massi sporgenti al disopra del precipizio sostenevano il ponte di legno che univa il villaggio allo spiazzo. Era un ponticello lungo pochi metri pittoresco e pauroso sopra la gola stretta e nera, mai rallegrata da un raggio di sole, gi in fondo a la quale lacqua del fiume, rinserrata fra scogli e macchioni, si dibatteva con una furia di rimbalzi schiumosi e di continui spruzzi, in mezzo a un fragore minaccioso.
 Devono essere arrivati i signori che hanno affittato il castello!  osserv Ida  vedi la bandiera sventolare su la torre?...
 E le finestre sono tutte aperte!  soggiunse Paolina;  sono curiosa di sapere che sorta di gente ha scelto quel triste luogo.
 Facciamo cos:  propose Ida  dopo daver visto Rosa, si tira via fino allo spiazzo.
La proposta non piacque a Paolina, che allung le labbra in atto di malcontento.
 Dl la verit; tu hai paura di trovare l su il mostro della notte del temporale!  rise Ida.  Ma vedilo l il mostro!... Un innocente pino che i lampi illividivano e il vento scuoteva!
Ripresero il cammino per un viottoletto tagliato a larghi e inuguali scalini, nello scoglio; un viottolo ripido, che a farlo un po in fretta levava il respiro.
Il casolare di Andrea era il primo del villaggio. Rosa, seduta su la soglia delluscio, con le mani fatte bianche dalla malattia, abbandonate in grembo, in una pigra posa di convalescente, a vedere le signorine arross, e sorrise di piacere.
Il male laveva smagrita e impallidita, addolcendole le linee del volto troppo rubiconde; e cos appariva una bella ragazza, con la grossa treccia di capelli castano che le girava intorno a la testa, gli occhi scuri e grandi, i piccoli denti candidi nella bocca bella.
Usc tosto dal casolare la madre della fanciulla, una robusta montanara, dal tradizionale cappelluccio di feltro in capo, la gonna di grosso tessuto, corta fino al polpaccio, le zoccole ai piedi.
Oh come la buona donna era riconoscente alle signorine, a la loro mamma, al signor ingegnere! Se non ci fossero stati loro, la sua Rosa non se la cavava; laveva detto anche il medico.
  proprio guarita perch non le sono mancati i brodi nutrienti, il vino vecchio, la carne!
Come Andrea gi con la signora Clotilde, sua moglie adesso invocava la benedizione di Dio su la famiglia dellingegnere.
 E poi  mormorava la donna  e poi c chi non vuole persuadersi, che loro sono tutti differenti di quellaltro Lanciani, il morto.
 Dicono che le scheggie sono sempre della qualit del legno; gli ignoranti!  fece Rosa.
 Era dunque non troppo caritatevole il signor Lanciani nostro zio?  si fece animo a chiedere Ida.
Ma Paolina la urt leggermente nel gomito. A lei non pareva conveniente fare delle interrogazioni curiose intorno allo zio, che era stato il loro benefattore. E poi ricordava quello che avevano in proposito la mamma e Giorgio.
Ida alz le spalle. Lasciar passare tutto in silenzio le pareva un po troppo. E disse:
 Quello zio noi non labbiamo conosciuto!
 Era un lunatico!  spieg la donna  aiutava chi gli andava per il verso e sapeva prenderlo, e al borgo, gi, c chi si  ingrassato a sue spese. Ma chi non aveva la fortuna di andargli per il verso, o, anche senza saperlo, lo avevano invelenito, guai! Era capace di mettere sul lastrico un povero cristiano con tutta la sua famiglia. Si sa, egli era un signore; e coi quattrini si pu seminare il bene e il male. E lui, poveruccio, del male ne aveva fatto, che Dio abbia piet dellanima sua!
Paolina, che a quelle parole sentiva scenderle in cuore lumiliazione, perch, in fin dei conti, si trattava del fratello di suo padre, ed anche si sentiva ingrossar dentro lo sgomento, ricord a Ida la proposta di continuare la passeggiata fino al castello.
 Vadano, vadano, signorine! le incoraggi la madre di Rosa.  Chi sa che non incontrino le signore forestiere!
 Vi sono delle signore?  volle sapere Ida.
E seppe che, in fatti, due signore erano venuti ad abitare il castello. Due signorone, a giudicare dai servitori e dalle cameriere che erano con esse.
Una di quelle signore era giovine e bella, ma bella!... Laltra, tutta bianca di capelli, pareva malandata di salute. Lavevano portata su a braccia, adagiata in una poltrona.
 Sono gente che hanno una parlata che non si capisce!  continu la donna.
Rosa corresse la madre. Non mica tutti avevano una parlata che non si capiva. La signora giovine e bella, la si capiva subito o bene. Le piaceva di passeggiare a quella signora; era spesso fuori e sola; si arrampicava su per le balze come una capra; si fermava in certi punti e stava a guardarsi intorno.
 Ieri  arrivata fin qui!  continu la fanciulla  si  messa a sedere su lerba dello scrimolo; mi ha domandato chi faceva lavorare la ferriere e chi abitava la casina.
 Ah! ha voluto sapere!  fece Ida.
 S; ha voluto sapere un monte di cose, che adesso non ricordo bene. Poi, con un piccolo cannocchiale,  stata un pezzo a guardar gi. Il cannocchiale era fisso su la casina.
 Io dico che preferisce la nostra modesta casetta al suo grigio castellaccio!  osserv Paolina.
 Non  Jacopo quello?  fece la madre di Rosa facendo solecchio e guardando lontano.
Dal fondo della valle veniva infatti, zufolando, un giovinetto.
Rosa arross vivamente guardando a sua volta. E come il giovane fu a breve distanza dal casolare, gli and incontro con il suo passo vacillante da persona appena uscita di malattia e gli chiese ansiosamente e a bassa voce, ma non abbastanza sommessamente che Ida e Paolina non sentissero:
 Perch non sei andato al lavoro?
 Perch non ne avevo voglia!  rispose il giovine alzando la voce e lanciando unocchiata alle signorine.
 Ti manderanno via!  disse con impeto la fanciulla,
 S.... mandar via me!.... saprei far valere i miei diritti io; e gi, lo sanno! Non sono mica un pulcino bagnato io!....E se mi seccano... se mi seccano...
Compi la frase con unaltra occhiata alle signorine e un atto minaccioso, che fece impallidire Paolina, la quale, con la sorella, aveva subito riconosciuto nel giovinotto loperaio spavaldo della ferriera.
Egli riprese il cammino senza salutarle, con il cappello su le ventiquattro, le mani in tasca, il fare da gradasso, zufolando con ostentazione.
Rosa lo segu degli occhi finch egli ebbe svoltato, poi torn presso le signorine in aria pensosa.
E la madre le susurr:
 Lascialo andare alla malora quel bravaccio!
Ida e Paolina salutarono le due donne e tirarono via per la volta del castello, rasentando uninsenatura di montagna, ove fiorivano i ciclamini e il mirtillo era carico di piccole, gustose bacche.
Attraversarono il ponte; passarono presso i ciclamini, ergenti la leggiadra e profumata campanella fra le foglie eleganti; frusciarono le sottane contro i ciuffi di mirtillo, rossi di fitte bacche, senza arrestarsi, senza pensare di coglierne.
Erano preoccupate tutte due.
 Quel giovine mi fa paura!  usc a dire Paolina.
 Tu per esagerare sei fatta apposta!  la rimprover Ida, in fondo spaurita e impiensierita come la sorella.  Dai peso alle parole dun ragazzaccio... Ha da essere lamoroso di Rosa. Non hai visto come ella si  fatta rossa in vederlo?... Avr la vanit di farsi credere da lei un giovane capace di grande cose; vanit sciocca e volgare  vero, ma di questi tipi ce ne devono essere fra gli operai e i contadini. Non ci tormentiamo per quel monello, non mette proprio conto!... Guarda piuttosto che veduta!
Erano arrivate cos, passo passo, fino a un cento passi dal castello, imponente nella sua massa grigiastra, con dietro e ai lati una folta foresta di altissimi pini, sovrastanti alle torri.
Da quel punto locchio spaziava su la valle tortuosa e si arrestava, a distanza, sul lago, a quellora tremolante di gemme preziose nei vapori azzurrini.
 Com bello qui!  esclam Paolina tutta vibrante di commozione.
 E il mostro non ti fa paura?  scherz Ida, nel desiderio di staccare il pensiero della sorella dalloperaio minaccioso.
 No; pi niente mi fa paura in questa luce doro con quel lago l gi, che si direbbe la stessa bellezza scesa per un giorno ad annidarsi fra le montagne, Oh Ida! che superba gradazione di tinte! che musica di colori... Non la senti tu la musica in quelle sfumature di violetto, in quel verde spiccato, nei riflessi incantevoli che il sole strappa ai nevati di quelle cime lontane?
Paolina parlava con un tremito nella voce; guardava con lanima calda negli occhi spenti.
Si butt a sedere su una pietra verde di musco e se ne stette estasiata, la testa china su una spalla.
Ida, a pochi passi dalla sorella, la guardava con tenerezza protettrice e insieme con una specie di apprensione ansiosa.
  proprio unanimuccia dartista!  pensava, ricordando le parole del professore di canto.  Tutto la impressiona; sente suoni da per tutto; la vista del bello la commuove fino a la sofferenza.
Bianca bianca, dai capelli dun biondo pallido, sfuggenti in morbide ciocche di sotto il cappello, cos sottile, alta e slanciata, gli occhioni dun color turchino di pervinca, Paolina non aveva allora sentimento che per quanto vedeva. E il sentimento era cos intenso da esigere uno sfogo. S che, quasi inconsciamente, ella prese a cantare, da prima sommessamente, poi un po pi forte e in fine a voce spiegata, una soave romanza, che era tutto un fremito di gioia intima, quasi delirante, quasi dolorosa. E cantando, tutta raccolta nel suo mondo interiore, vibrante di commozione, non vide una figura di donna che, dal portone aperto del castello, la stava a guardare immota, attraverso le lenti del binoccolo!
Si accorse Ida e della figura di donna e del suo insistente fissare Paolina. Ma non volle interrompere il dolcissimo canto. E lasci che la calda e penetrante voce sospirasse lultima nota della gentile romanza; lasci che la figura di donna staccatasi dal castello, si avanzasse lentamente, finch distinse in lei una forestiera bellissima; per certo quella della quale avevano parlato Rosa e sua madre.
Quella forestiera aveva una bellezza cos sfolgorante, che attirava e tratteneva, occhi e sentimento.
Stretta in un vestito di panno scuro, cos aderente, cos morbido e semplice, che le belle forme vi spiccavano sotto decise, ella si avanzava guardando le fanciulle con i grandi occhi scuri e luminosi nel viso bianchissimo, incorniciato da una vera aureola di capelli di un biondo dorato.
Al frusco dei passi, Paolina si scosse, guard e si alz subito, tutta rossa e vergognosa.
La signora si ferm davanti alle due sorelle, sorrise mostrando due file di piccoli denti candidi, e si congratul con Paolina, che aveva una voce cos bella e cos ben educata.
 Le signorine sono fuori in campagna, in una delle ville dei dintorni?  chiese, con un lume lieto negli occhi.
 Abitiamo la casina gi a la ferriera!  rispose Ida.  Nostro fratello  lingegnere proprietario della vecchia ferriera.
La benigna luce si spense tosto negli occhi della signora; vi guizz invece uno strano lampo.
 Ah!  fece.  Le signorine abitano la casina della ferriera?... E il fratello  proprietario dellofficina?... Come si chiama il signor fratello?
 Giorgio Lanciani!  rispose Ida.
 Giorgio Lanciani!  ripet la signora con un filo di voce e strizzando gli occhi, come se una subita luce li abbagliasse o se volesse imprigionare un improvviso lampo delle pupille.  Vorrei visitare quella ferriera! susurr, come parlando fra s e s.
 Mio fratello sar lieto di riceverla, signora!  disse Ida cortesemente.
 E anche noi se vorr favorirci a la casina!  soggiunse Paolina.
 Grazie!  rispose distrattamente la signora. Saluto le fanciulle con un leggiero cenno del capo, e si avvi verso il castello.
 Come  bella!  esclam Paolina, giungendo le mani in atto di sincera ammirazione.
  bellissima!  conferm Ida.  Ma ha una espressione negli occhi che non mi piace. Una espressione dura, quasi cattiva.
 Si  fatta su lo scrimolo della ripa!  osserv Paolina.  Veh! guarda col binoccolo.
 Guarda gi a la ferriera e a la nostra casa!
 E adesso fissa il binoccolo su laltra sponda del fiume. Guarda la croce del poverino che si  ammazzato; con che fissit la guarda!
Il sole di maggio dardeggiava i suoi raggi scottanti su gli scogli nudi di quella parte del rispiano: e lorologio della torre di Faggeta suonava le ore. Una, due... quattro... dieci.
I tocchi cadevano gravi e lenti nel silenzio.
La signora del castello, sempre l, ritta su lo scrimolo della ripa, non distoglieva gli occhi dalla croce di ferro fissa su lo scoglio, gi in riva al fiume.
Ida scosse la testa guardandola.
 Quella signora  disse  per quanto parli litaliano come noi, deve essere senza dubbio forestiera. E le forestiere sono quasi tutte e quasi sempre smaniose di emozioni. Avr saputo che la croce l gi ricorda un suicidio e si piacer di guardare per sentirsi impressionata.
 Io non capisco che gusto ci possa essere!  fece Paolina.
Ripresero tacitamente, di comune accordo, la via del ritorno. Discesero a lombra dei castani piantati di sghembo su la costa e spioventi le rame fronzute a fare del sentiero una specie di lunga, serpeggiante e verde grottaglia.
...
La signora Maria, vedova Wordfill, labitatrice giovane del castello, sedeva davanti la piccola scrivania messa nello sguancio della finestra, nel salottino della torre, rotondo, tappezzato in azzurro, con piccoli mobili elegantissimi.
Aveva finito di scrivere una lunga lettera e vagava con gli occhi nellombra susurrante della pineta odorosa. Dopo un momento di muta contemplazione, prese a rileggere la lettera fermandosi ai punti pi importanti.
Il caso  stava scritto nella lettera  si incarica qualche volta di favorire i nostri desideri, anche quando questi vengono da un sentimento che non  certo lessenza della carit.
Che si poteva figurare che luomo daffari di mia cognata, il quale non  mai stato in questi luoghi, avesse da scegliere per nostra villeggiatura proprio questo castello, in questa romita vallata, in questi luoghi dai quali si staccano per me voci pie di ricordi e voci care di cose, che mi ammoliscono il cuore di tenerezza e di rimpianto?
Fra me e il lontano passato stava steso su un velo di lutto, attraverso il quale distinguevo a stento una vallata selvaggia, un fiume spumeggiante fra due ripide e rocciose pareti di montagne una modesta casa e una bruna croce infissa sopra una roccia: Ora, una mano misteriosa ha squarciato quel velo; forse la mano della povera madre mia sepolta in terra straniera; forse la cara santa volle ricordarmi il suo schianto, le lunghe sofferenze, la fine immatura.
Volle ricordarmi forse, che qualcuno fu causa della ruina della sua famiglia, e che presto qualcuno deve essere punito.
Non ti scandolezzare, Anna mia. Qui non si tratta di vendetta; si tratta di giustizia.
Dal castello io vedo, netti, spiccati, la valle, il fiume, la casa modesta, la croce bruna. E a questa vista dogni momento mi conturba.
Dov il genio malefico che seminava morte e ruina in una famigliola onesta e felice?
Vive egli ancora, o rivive nei suoi discendenti?... E questi godono forse in pace il frutto della prepotenza vigliacca?
Dora, la mia cognata cara, finora non risente alcun beneficio in questaria pura. Purtroppo mi vado persuadendo, che a una certa et  difficile riprendere le forze una volta che si sono perdute. Povera e ottima creatura, che mi ama di un affetto materno, che non darei io per vederla rinvigorire!... Tu lo sai, Anna. Io aveva appena quindici anni, quando passai dal collegio  ove la direttrice, amica della mia povera mamma, mi faceva guadagnare la vita come assistente delle educande piccole  in casa Wordfill, in qualit di lettrice.
Dora mi accolse subito con tenerezza protettrice.
La povera orfanella straniera aveva subito interessato il suo cuore gentile. E mi am fino a farmi sposare il suo unico fratello. Ti pu essere padre  mi aveva detto  ma  cos buono e cos superiore! Oh quanto buono e quanto superiore povero sir Roberto!... Mi era tanto affezionata a lui, che mai non pensava a la differenza della nostra et!... Ma egli moriva, lasciandomi vedova a diciannove anni!
Perch vado ricordando queste cose?
Dora si affanna pensando che io mi sacrifichi in questa solitudine. Vorrebbe che si aprissero le porte del castello per ricevere e intrattenere i villeggianti, che in questi dintorni devono essere moltissimi. Volle ad ogni costo che io accettassi linvito per una festa da ballo gi al borgo, che il marchese di Piana dar la settimana ventura. Vi andr per non contrariarla; non certo per desiderio mio.
Al castello c la luce elettrica, come gi a la borgata e in tutte le ville circostanti. Io ho fatto venire un proiettore elettrico.  bello ammirare con fascio di luce improvvisa i luoghi remoti della montagna e della vallata. Ieri sera diressi il fascio sulla croce bruna della roccia, che mi apparve livida, tristissima e quasi minacciosa in mezzo alloscurit. Sar stata veduta?... Avr ferito di rimorso qualcuno?
Letta la lettera, la giovine signora la pieg, la chiuse nella busta e scese.
La signora Dora laspettava nel folto della pineta, ove passava gran parte della giornata.
Giaceva nella poltrona a sdraio, con un libro aperto in mano, mentre la sua fida cameriera le stava vicina.
Che dolce figura era quella della vecchia signora!... Bianca bianca, gli occhi turchini illanguiditi dallet, i capelli canuti, laria serenamente rassegnata. Vestiva di nero. Le mani piccolissime e duna tinta di vecchio avorio, uscivano dai polsini come quelli di una bambina malata.
 Sei qui Maria?  chiese in un italiano cianciugliato con una vocina fiacca, che pareva venisse da lontano.
E le porse il libro con un sorriso e una muta preghiera.
Maria sedette a fianco della cognata e prese a leggere sommessamente la pagina di un vecchio romanzo, finch poco a poco la signora chiuse gli occhi e si assop dolcemente.
Allora Maria chiuse il libro; si chin a baciare leggermente le mani che la cognata teneva sovrapposte sul petto, e disse a la cameriera, che ella scendeva al borgo per fare una passeggiata e per impostare una lettera, sarebbe tornata fra un paio dore; avvertirebbe la signora, quando si sarebbe svegliata.
 Va fino gi al borgo sola?  osserv la cameriera.
Maria sorrise. La vallata era tranquilla e sicura; non cera pericolo di fare brutti incontri; non si preoccupasse.
Torn un momento al castello e ne usc con in testa un cappello di panno scuro a cencio da uomo, che stava benissimo su i suoi capelli dun biondo dorato.
Scese quasi correndo fino al ponte; lo attravers e si cacci nel castagneto della opposta montagna.
Lerta era ripida; sul terreno, coperto di musco e di erba novellina, si scivolava.
La giovine signora camminava adagio, e ogni poco si fermava, appoggiandosi al tronco delle piante per guardarsi intorno.
Gi, fra i piedi della montagna e il fiume, erano la vecchia ferriera e la casina. Il tonfo del maglio rompeva lalto silenzio della valle; lacqua della cascata univa al monotono tonfo il suo fresco scroscio.
Un merlo, appolaiato fra le rame, chioccolava; un picchio faceva sentire il suo verso metallico.
Il linguaggio delle cose le spadroneggi lanima. La sua volont rimase sospesa, incapace di resistere a limmaginazione; e si perdette in un fantasticare doloroso, che pareva le togliesse il respiro.
Ebbe una visione. Una gentile signora passeggiava sotto il castagneto sforacchiato dal sole, tenendo per mano una bambina bionda. Come era felice, come sorrideva la gentile signora mentre parlava con la bambina!... E questa, della vita non conosceva che tenerezze, fiori, piaceri innocenti.
Madre e figlia chiacchieravano; avevano sempre tante cose da dirsi!... Poi si mettevano a sedere su qualche rialzo erboso e stavano ad attendere la solita visita di un signore alto, biondo, sorridente che saliva verso di loro arrampicandosi arditamente fra i rimettiticci e sporgenze scogliose. E tutti e tre, babbo, mamma e bambina, stavano in quella grottaglia verde in attesa dellora del desinare.
Con la mente fissa nella dolce visione e gli occhi vaganti a distanza, la giovine signora non si accorse di non pi esser sola nel castagneto.
Un giovine in giacchetta di cotone turchino e il berretto in capo, si andava lentamente avanzando con la sigaretta in bocca.
Si avanzava senza vederla, anche lui assorto in s stesso.
Luno e laltra si scossero trovandosi vicini e si fissarono in volto.
Gli occhi scuri della signora si incontrarono negli occhi azzurri del giovine.
Furono gli occhi azzurri che si abbassarono per i primi. Fu la voce femminile che per la prima ruppe il silenzio.
 Lingegnere della ferriera?  chiese.
 La signora del castello?  chiese alla sua volta il giovane, salutando cortesemente.
Luno e laltra risposero con un cenno affermativo.
 Vorrei visitare la ferriera!  disse la signora.
  un desiderio subito soddisfatto!  fece il giovine.
 Adesso?
 Ai suoi ordini.
Parlavano con un certo sussiego.
Giorgio Lanciani aveva notato nellaccento e nel contegno della signora forestiera una certa alterezza. E bastava trattarlo in quel modo perch tutto il suo essere sirrigidisse.
Si tir da una parte, e con il berretto in mano, invit la signora ad andare innanzi.
Questa si mise in cammino dopo daver invitato il giovine a coprirsi con un leggiero atto altero.
E tir via in silenzio senza rivolgersi.
Giorgio la seguiva ammirando la slanciata e fine figura della forestiera, e nello stesso tempo covando in cuore il dispetto per il suo fare disdegnoso.
 Fosse anche una principessa, che bisogno c di trattarmi dalto in basso?  andava mormorando in petto.
In quel punto la signora si arrest bruscamente davanti a un intralciato macchione che le ingombrava la via.
Giorgio le fu subito presso e disse freddamente, additando:
 Per di qui, signora, ecco il sentiero.
Mentre ella gli passava davanti, gli lev gli occhi in volto e li incontr ancora in quelli del giovine, freddi come lacciaio e di una fissit profonda, nella quale le parve di indovinare una oscura ironia. Arross lievemente, come contrariata; e questa volta furono gli occhioni scuri e luminosi che si abbassarono.
Scesero, sempre senza parlare, fino a la ferriera; lui indispettito contro quella bellezza superba e altera; lei malcontenta, incresciosa, sconvolta dallardente desiderio di mortificare quel giovine, che tacitamente e ironicamente si ribellava a la sua smania di soperchiarlo e di offenderlo.
Nellofficina ferveva il lavoro. Le immense bocche dei forni incandescenti sembravano spaventevoli occhi di mostri avidi di distruzione. Le verghe di ferro arroventate uscivano da un cilindro per passare in un altro, sempre pi sottili e pi lunghe; le cinghie giravano vorticosamente; il maglio, con moto lento e continuo, cadeva pesantemente su i blocchi di ferro appena tratti dai forni; e dai blocchi schizzavano nubi di infuocate scintille.
Gli operai, accaldati, neri, nudi dalla cintola in su, si affacendavano faticosamente nella fiera lotta delluomo con il ferro, strumento potente di progresso e di civilt.
Era per tutto un rumore assordante e pauroso.
Ma la giovine signora non aveva paura. Girava con sicurezza, guardando tutto, fermandosi davanti agli operai, che interrompevano il lavoro per guardarla ammirati; girava senza badare a lingegnere, che le stava al fianco ritto, a testa alta, con le ciglia aggrottate e i denti serrati, covando in petto un disordine di sentimenti, che si andava facendo doloroso.
Arrivarono in fondo a la ferriera, ove si apriva una scaletta a chiocciola.
Senza aspettare linvito dellingegnere, la giovine signora prese a salire lesta e quasi impaziente di arrivare su. E arriv su la terrazza fra londeggiare delle rose arrampicanti intorno a la cancellata di riparo, al cospetto della vallata, fremente di vita sotto il caldo sole di quellora pomeridiana.
Qui si ferm, premendosi le mani sul petto come a comprimerne i battiti; fece un lungo sospiro e stette immota a guardare con lanima vibrante di indefinibile emozione, negli occhi spenti.
Lingegnere le stava dietro, tutto amaro di dispetto e di ira sorda contro quella sprezzante indifferenza a suo riguardo.
 Mi tratta come un servitore!  pensava stizzosamente.
A un tratto la signora si rivolse e chiese con voce strozzata, additando:
 Quella croce?
  in memoria dun disgraziato!
 Caduto nel fiume?
 No; morto volontariamente.
 Un suicida?
Giorgio Lanciani rispose con un cenno del capo.
Poi soggiunse:
 Un poveretto che non ebbe la forza di lottare.
 Un debole, allora secondo lei!
E disse questo con la voce tremante e lo sdegno nello sguardo.
 Lei  un forte?  gli chiese dopo una breve pausa, fissandolo con durezza.
Una vampata sal al cervello del giovine facendolo arrossire violentemente, mentre rispose con accento aspro:
 Le circostanze non mi hanno ancora messo a la prova; ma... credo... che lo sarei!
Si era drizzato su lalta persona e guardava la sconosciuta in aria di sfida.
 Ah! ah!  rise la signora con ironica impertinenza.
Stette ancora un momento a fissare la croce, che spiccava nel suo nero opaco su la roccia bianca abbagliante al sole; poi si ritrasse dalla terrazza e scese frettolosamente la scaletta, passando davanti lingegnere senza far mostra di vederlo.
Gi, in officina, questi chiam un operaio, e gli ordin di guidare fuori la signora. La salut toccando appena la visiera del berretto e sparve fra le verghe di ferro ammucchiate.
 Ah, tu sei un forte?  mormorava la signora mentre seguiva loperaio.
 Ah, tu credi di trattarmi dalto in basso e di farti beffe di me?  pensava lingegnere.
E stettero luno e laltra con in cuore lacredine e il vivo desiderio di ritrovarsi per offendersi.
...
In una delle pi belle ville, un poco fuori del borgo, in riva al lago, con il folto giardino scendente a baciar lacqua sul davanti, e dietro scaglionato su per il fianco del monte, quella sera cera una gran festa da ballo.
Le fiamme della luce elettrica brillavano nella sala grande, nelle altre e per il giardino, fino su al tempietto bianco, adorno di belle statue, dove il giardino finiva e cominciava il castagneto.
A la festa erano invitati quanti erano di meglio nel borgo, nei paesi vicini e nelle ville sparse lungo le rive del lago o accovacciate fra le piante delle coste montane.
La marchesa Piana, una gentildonna perfetta, festeggiava con quel ballo il diciottesimo anniversario di sua figlia, la leggiadra marchesina Clara.
Fra gli invitati erano lingegnere Lanciani con le sorelle.
Nel semplice vestito bianco, Ida sfoggiava la sua sana e fresca giovinezza.
Un po spersa e intimidita, Paolina non sapeva staccarsi dalla sorella. Ma era tanto carina con lesile e alta figura aggraziata, il volto delicato e espressivo, gli abbondanti capelli dun soavissimo biondo pallido!
La marchesina Clara aveva subito notato la bella e timida giovinetta; una dolce simpatia la spinse ad avvicinarla.
In breve si stabil una gentile confidenza fra le due giovinette, che durante la serata si cercarono spesso e stettero molto insieme.
Paolina si era appoggiata a la padroncina di casa come a un sostegno. Vicina a lei non si sentiva pi tanto spersa e osava guardarsi intorno e ammirare senza arrossire.
Ida era stata presa in mezzo da altre signorine, e punto timida, lei, godeva pienamente.
Lorchestrina, nascosta in un angolo del gran salotto di ballo da unelegante folta di piante, suonava lintroduzione al minuetto, quando tutti gli occhi si rivolsero a la splendida figura di donna, che in quel momento entrava a braccio del marchese di Piana.
  la forestiera del castello!  si andavano sussurrando le signore e le signorine fra di loro.
  vedova, e non deve avere pi di ventun anni!
 Dicono che sia molto ricca!
 Quello che  certo  che  divinamente bella!  osserv un giovinotto.
Maria Wordfill, attraversata la sala a braccio del marchese, si era inchinata davanti a la padrona di casa, che le fece posto a la sua destra.
Vestiva un serio e ricco abito di pizzo nero tempestato di lustrini, che scendeva floscio lungo le forme squisite e si raccoglieva dietro in un lungo strascico maestoso. Dal nero scintillante uscivano bianchissimi e perfetti il collo, le spalle e le braccia nudi.
Non un gioiello. Su la testa dorata un solo tremulo di brillanti.
Era la toeletta ricca e severa di una gran dama. Ed ella appariva dama in ogni movimento della persona, in ogni atto.
Parlava e sorrideva con tutti, affabile, gentilissima.
Dallo sguancio della finestra, dove se ne stava in disparte, Giorgio Lanciani ebbe un sussulto a la vista della forestiera. Mai egli era apparsa cos sfolgorante di bellezza. E a vederla sorridere e parlare affabilmente con tutti, si trov a chiedersi:
 Le arie altezzose e impertinenti le serba dunque solamente per me?... per me solo?
Lorchestra attacc il minuetto. Un giovine ufficiale di cavalleria invit la forestiera al ballo. Ed ella accett con garbo.
Nessuno come lei sapeva strisciare inchini, porgere la mano, atteggiarsi a la grazia aristocratica richiesta dallantico ballo risorto.
Giorgio la seguiva degli occhi, tentando invano di sottrarsi a una specie di fascino magnetico che gli attirava lo sguardo e il sentimento.
 Io penso  disse a s stesso con inesplicabile angoscia  che ella conosce la potenza della sua bellezza ed  sicura di spadroneggiare su i cuori altrui. Per me, io lammiro come una cosa bella!  concluse. Di questo volle assolutamente persuadersi; e si convinse che, infatti, egli la guardava come si guarda un oggetto darte, e la giudicava freddamente, da indifferente.
A un tratto trasal. Si era sentito fatto di mira a uno sguardo serio e freddo, dopo alcuni sguardi fugaci accompagnati da un incerto battere delle palpebre.
 Le devo essere antipatico!  disse il giovine fra s.  Ci sono delle antipatie improvvise e inesplicabili che non si possono vincere!
A questa conclusione, alz impercettibilmente le spalle in atto di noncuranza, mentre per gli si andava ingrossando in cuore uno strano senso di amarezza.
Prima che il minuetto finisse, egli lasci il suo angolo e usc in giardino per fumare una sigaretta.
Fuori, in quel momento, cera silenzio e solitudine. Illuminato dalla luce elettrica, aveva un aspetto fantastico.
Giorgio infil la scala tagliata nel vivo sasso, la quale ascendeva fra due righe di fitto martello fino al tempietto biancheggiante nella luce. A mezza scala si cacci in un senteruolo di fianco, che metteva a boschetto di lauri; e quivi sedette nella poltroncina di legno greggio, al prospetto del lago.
La notte era serena e stellata. Nellacqua scura, sussurrante su la riva la sua fresca canzona di quiete e di riposo, lilluminazione della villa segnava una tremolante striscia argentea.
I monti, di l dal lago, neri e cupi, slanciavano le vette superbe nellalto vuoto a dare lillusione che toccassero il cielo e che il cielo scendesse a baciarle al bagliore degli astri, a la musica della brezza.
 Come  grande e bello!  pensava Giorgio.  E come in confronto della grandezza e della bellezza il resto pare piccolo e meschino!
Il resto per lui, in quel momento, era la festa della villa, ero lo sfarzo delle sale e il lusso delle signore, erano specialmente i suoi sentimenti di dispetto e di amarezza.
Su la costa nera del monte, di l dal lago, luceva ogni tanto qualche lumino.
 Forse un malato!  pensava Giorgio  forse anche un notturno lavoratore, o una cappelletta della Madonna, illuminata dalla fede di qualche semplice, innamorata fanciulla!
 Che dolce quiete, qua su!  mormor, buttando via il mozzicone della prima sigaretta e accendendone unaltra.
Le erbe, vive di brezza, davano un frusco a lombra chiara del cielo stellato; le fronde bisbigliavano fra le macchie; ogni tanto un usignuolo cantava lamore con note insistenti e acute volate.
Lorchestrina, che spandeva a distanza la svenevole, voluttuosa musica del minuetto, a un tratto cess. E subito nel giardino uscirono a coppie e a gruppi gli invitati e si sparsero un po per tutto.
 Fin qui nessuno verr!  sper Giorgio.   troppo in alto, e poi,  fuori della luce!
Ma lo sper invano. Alcuno veniva proprio a quella volta. Dovevano essere due persone, perch si sentivano discorrere.
Erano infatti due persone che si misero a sedere su lo scaglione di sotto a lui, dove era un tavolino di pietra, con intorno delle seggiole di legno intrecciato.
 No,  diceva una rapida voce femminile, con accento leggermente straniero, che lo fece trasalire e quindi sorridere per linesplicabile impressione.
 No, marchese, io non mi curo della politica e non capisco i partiti. Io accolgo solo quello che lanima mia accetta come umano e giusto. Nel socialismo vi sono idee che mi commuovono e persuadono; altre mi lasciano indifferente; altre ancora, urtano il mio sentimento e il mio buon senso. Ma poich tutti hanno unaspirazione, ho anchio la mia. Ed , che leducazione seria e generosa, faccia presto un tale cammino da rendere tutti indistintamente capaci di distinguere il bene dal male, tali da portare innato il sentimento del dovere e del diritto, e da agire rettamente senza bisogno di autorit.
 Ah, signora!  fece laltra voce, maschia e un po roca.  La realizzazione di questo ideale farebbe del mondo unarca di perfezione. E... francamente, la perfezione renderebbe forse il mondo un po monotono e noioso!
 Ma non vi sarebbero tante e tante brutte cose!  continu la rapida voce femminile.  Non vi sarebbero soprusi!... Non pi miseria squallida, non pi basse passioni, non pi delitti, non pi strazio di sentimenti agitati, sbattuti e spesso vinti da smanie brute e dolorose, come quelle del rancore e della vendetta!
Queste ultime parole, susurrate a bassa voce giunsero a Giorgio appena distinte.
Il turbinoso suono del pianoforte, toccato da mano maestra, per le finestre aperte, venne in quel luogo remoto del giardino, e and ai boschi e alle alture della montagna.
A un tratto il suono si fece fievole fievole e un soavissimo canto di donna si diffuse dintorno come una carezza dellanima.
 La gi si canta!  disse la voce femminile.  Si va a sentire e ad applaudire?
Un istante dopo, Giorgio vide gi nella luce elettrica, la forestiera, che andava verso la villa, appoggiata al braccio del marchese di Piana.
 Che strana creatura!  pens.  Indipendente al punto da accettare solo quello che lanima sua reputa umano e giusto, parla di smanie brute e dolorose, come se ne fosse lei stessa tormentata!
Il canto soave continuava a venire dalla villa.
  Paolina!  fece Giorgio  povera piccina! Come avr fatto a vincere la timidezza?
Si tolse dal nascondiglio per scendere anche lui ad applaudire la sorellina, o per lo meno, a complimentarla al tu per tu.
Faceva gli ultimi gradini della scala, quando gli applausi scoppiarono dopo una nota acuta, lanciata con ardita sicurezza.
 Brava Paolina!  disse forte, andando frettolosamente verso la villa.
Stava per entrare in salotto, quando, in mezzo ad un silenzio di curiosa attesa, gli giunsero i primi accordi duna romanza, e una voce calda e penetrante prese a cantare con vera maestria e squisito sentimento.
Giorgio si trov su la soglia del salotto, e si appoggi a lo stipite della porta, non osando avanzare per non far rumore.
In fondo al salotto sedeva al pianoforte un signore di mezza et, e ritta presso lui era la signora forestiera.
La sua voce calda e appassionata faceva serpeggiare un fremito nel cuore di chi lascoltava; la sua bellezza bionda era abbagliante.
Giorgio non le poteva staccare gli occhi di dosso. Tutti la guardavano e ascoltavano commossi.
Lo sguardo della signora, fino allora vagante, a un tratto si arrest sul giovine ingegnere, mentre ella cantava con melanconica espressione una invocazione a lamore dolce, sereno e puro; lamore delle anime elette; lamore che d la fede nelle gioie celesti; che fa pensare al Paradiso; lamore che fa tanto dimenticare, perfino il rancore, perfino il desiderio della vendetta e domina sovrano e impera.
La romanza fin in un sospiro, che fu accolto da fragorosi applausi e in quelli mor.
Giorgio non applaud, n si mosse dal suo posto. Egli era assorto. Dal cuore gli veniva una domanda:
 Perch guardava me invece di un altro?
E nello sforzo di trovare una risposta a la domanda insistente, si dimenticava.
...
Carlo Luppoli, il giovine tecnico che da poco Giorgio si era preso come aiutante, lui pi non bastando a la sorveglianza dei lavori, aveva gi avuto motivo di lamentarsi di alcuni operai indocili e indisciplinati. Erano una decina di giovanotti dalle idee strampalate, che si credevano in diritto di lavorare meno che fosse possibile, non volevano saperne di autorit e andavano susurrando chera finito il tempo della disuguaglianza e della soggezione; non pi superiori n inferiori, non pi padroni e servi; non pi i grossi guadagni per gli uni e il pane stentato per gli altri. Il tempo dei prepotenti e dei grulli era per sempre passato; per sempre!
 Sono degli ingenui ignoranti, messi su da una testa calda!  diceva il giovane a lingegnere.
 Ma... secondo me, bisognerebbe provvedere. Io sbarazzerei lofficina di quel giovinastro, che  la cagione di tutto.
 Jacopo?  chiedeva lingegnere.
 S;  lui che semina il male e la ribellione. Egli accampa dei diritti impossibili e va buccinando storie di persecuzioni e di soperchierie...
 Lo so!  linterruppe Giorgio.  E pare che persecutore e il soperchiatore sia stato il mio defunto zio. Ma io ho riparato ai pochi danni materiali. Il casolare e la poca terra, venuti, non so davvero in qual modo, in possesso di mio zio e da me ereditati, furono resi a quella povera gente. Il padre e la madre di Jacopo mi sono riconoscenti. Non c che lui, quel capo scarico, che si ostina a credermi responsabile delle azioni di mio zio, il quale io non ho neppure conosciuto!
 Io, signor ingegnere  insisteva il giovane  manderei a spasso Jacopo e gli amici suoi! Sono operai pericolosi in unofficina.
Che fossero operai pericolosi, Giorgio Lanciani non se lo nascondeva. Ma non era forse pi pericoloso ancora licenziarli?... Egli era di parere di chiudere un occhio; di usare indulgenza; di accontentarsi di una lavata di capo; magari della minaccia del licenziamento.
Carlo Luppoli non poteva insistere pi oltre. Chin il capo al desiderio dellingegnere, non senza per un senso di sentita disapprovazione.
Egli veniva da unaltra officina; conosceva gli operai; sapeva di quale danno potevano essere causa certe teste bislacche e esaltate.
Ma poich lingegnere raccomandava la tolleranza, a lui non restava che di tollerare.
 E Dio voglia che lindulgenza non abbia da costar cara!  pensava il giovane.
Accolto con franca cordialit dalla famiglia dellingegnere, Carlo Luppoli, che era un ottimo giovane e un abilissimo tecnico, si era sinceramente affezionato ad essa e sentiva per lingegnere stima ed amicizia.
Lavorava con passione; e avrebbe voluto che a la officina tutto tirasse via liscio e piano; avrebbe voluto che gli operai fossero tutti laboriosi e seri; che fossero sopratutto ragionevoli, e non si lasciassero offuscare il buon senso da inopportuni e matti predicozzi.
Quella non era una grande officina; ma era una officina che aveva accolto e seguiva fedelmente quanto la progredita civilt e la filantropia esigevano da un capo intelligente, umanitario.
La paga era buona; le ore del lavoro non eccessive; la fatica non superiore alle forze; niente fanciulli al disotto dellet imposta dalla legge; magazzini cooperativi si erano aperti a evidente vantaggio degli operai; non mancava una cassa di previdenza; tra superiori e lavoratori correva, in generale, insieme con un reciproco tacito rispetto, una confortevole cordialit.
Per questo il gruppo dei ragazzacci capitanati da Jacopo, a lui, dava proprio ai nervi.
Jacopo, poi, egli non lo poteva proprio soffrire, e doveva spesso farsi violenza per trattarlo come gli altri.
Quel giovanotto era il terrore della signorina Paolina. Egli laveva veduta impallidire un giorno che passeggiava con lui e con la sorella sua lungo il fiume, e Jacopo era passato senza salutare, con la sua ariaccia spavalda, la pipa in bocca e il cappello a la brava.
 Quelloperaio l  gli aveva susurrato la fanciulla  non vuol bene a Giorgio, e... e... a me fa tanta paura!
Povera signorina! cos timida, cos delicata e bella! Turbare la sua animuccia innocente e gentile era un vero peccato! Egli gli avrebbe dato tanto volentieri una lezione a quel farabutto!
La signorina Paolina doveva pensarci spesso a quel brutto coso. Anche la sera innanzi, che la famiglia era raccolta nel salottino, con il medico, ormai di casa anche lui, e don Paolo, che veniva tutte le sere a passare un par dore in compagnia, ella, prima di sedere al piano per fare un po di musica e cantare qualche romanza, gli aveva domandato sotto voce:
 E Jacopo?
Ecco, non fosse stato altro che per la tranquillit della gentile signorina, egli avrebbe mandato al diavolo quel cattivo arnese.
Questo pensava Carlo Luppoli mentre tornava a lofficina, dopo di essere stato nello studio dellingegnere.
E proprio al primo entrare, vide Jacopo seduto sopra un mucchio di ferro greggio, il quale con una gamba su laltra, fumava tranquillamente.
 Non sei di turno?  gli chiese un po bruscamente.
 S;  rispose quello, buttando fuori il fumo insieme con la parola.
 E allora al lavoro; presto!
Jacopo lo guard con un brutto sogghigno, ma si alz e and al lavoro brontolando e trinciando laria con gran gesti.
Era ora di finirla con i comandi: Tempo era e tempo ! seguitava ammiccando ai compagni, che sospendevano il lavoro, per sentire quello che egli diceva. Schiavi adesso non ce n pi; chi lavora e chi fa lavorare, tutti uguali, p... miseria! La povera gente non deve fiaccarsi le ossa per i signori!  ora di finirla,  ora!
E brontolando e bofonchiando, con cattivi guizzi negli occhietti grigi e la voce rauca, si rimetteva al lavoro dispettosamente.
Carlo Luppoli si sentiva prudere la lingua e le mani. Ma si morse le labbra per non dire quello che pensava; e tenne le mani nervosamente imprigionate in tasca.
 Razza di prepotenti e di usurai!  fin per mormorare sotto voce loperaio.  Rovinano la povera gente e poi fanno crepar sul lavoro per arricchirsi!
Carlo, a lingiusta, ingiuriosa allusione, si ferm su i due piedi davanti al giovane; e, ritto su lalta, robusta persona, con la cera scura e minacciosa di chi pi non riesce a contenersi, stava per sfogare il suo gozzo, quando, per fortuna, venne chiamato da uno dei capi operai per un improvviso guasto ad una macchina.
E si allontan lanciando a Jacopo unocchiata espressiva.
 Briccone!  badava a dire fra s  sovversivo della mal ora!... Ed  capace, capacissimo di montar la testa ai compagni!... Se succedessero dei guai, che spavento per Paolina!
Si sent arrossire a quel nome, che gli venne senza aggiunta dal cuore alle labbra.
Carlo Luppoli era figlio di unonesta e numerosa famiglia di commercianti di Milano. Aveva ottenuto la licenza a listituto tecnico, poi si era subito allogato in unofficina, da prima come apprendista meccanico, poi come meccanico, e in fine come direttore tecnico. Era assai intelligente, laborioso, onestissimo e di carattere leale e simpatico. Suo unico svago era la musica, che capiva ed amava; aveva imparato a suonare il violino; e se non era esecutore perfetto, era certo un delicato e spesso originale interprete.
Paolina, con labilit delle sue bianche manine e con la sua dolcissima voce, lo aveva subito interessato, dun interessamento che gli andava sempre pi riempiendo il cuore.
Per lui, giovinottone robusto e forte, quella fanciulla esile, delicata, bionda e impressionabile, era un ideale di bellezza e di sentimento.
Sentiva un istintivo di bisogno di proteggerla, di sgombrarle dintorno gli ostacoli, di difenderla da ogni minaccia di pericolo.
In casa, tutti avevano notato la premura del signor Carlo per Paolina; tutti, meno lei, lingenua fanciulla, che ancora non aveva imparato a leggere nel proprio cuore.
  un bravo giovane!  pensava la signora Clotilde.
  un intelligente e onesto lavoratore!  pensava a sua volta Giorgio.  E poi  serio, energico e leale.
E il giovane, a questo modo giudicato, non fu certo considerato come un pericolo per linesperienza e la ingenuit di Paolina.
In quanto a Ida, la robusta e gioconda fanciullona, non aveva tempo di badare a la sorella.
Il medico del paese, in su i trentanni, figlio di un montanaro benestante, che era stato mandato foravia a studiare e ad addottorarsi dallambizione paterna, si era subito preso di sincera simpatia per quella giovane pi fresca che bella, pi assennata che intelligente.
Roberto Mancinelli  cos si chiamava il medico  si era legato in amicizia collingegnere e con Carlo Luppoli, con i quali non faceva mistero della sua simpatia per lIda e molto meno delle sue oneste intenzioni.
La signora Clotilde aveva ragione di ringraziare fervidamente Iddio. Dopo gli stenti, dopo le preoccupazioni, erano venuti in giorni buoni; giorni di sicurezza e di speranza. Oh, se non ci fosse stato il cruccio per il male seminato da suo cognato Lanciani!... Era stata lei a consigliare il figlio a rendere a la famiglia di Jacopo il casolare e quel po di terra passati in possesso del cognato e ereditati da Giorgio. Ella aveva compreso che quella roba era caduta nelle mani del defunto Lanciani con mezzi poco delicati e punto generosi, per quanto non illegali.
Di azioni proprio contro la legge Giorgio Lanciani non ne aveva commesse mai. Il suo torto  grave per le coscienze delicate  era stato quello di abusare degli imbarazzi economici della povera gente, per impossessarsi lentamente dei loro averi.
Per, come aveva fatto andare in malora alcuni, altri parecchi egli aveva aiutati e salvati dalla ruina.
 In fin dei conti  si consolava la buona signora  se quel pover uomo ha fatto del male, ha pure fatto del bene a parecchi, a dire di don Paolo.
Il guaio era, che il male maggiore fatto dal defunto non si poteva riparare in nessuna maniera. Ed era lo sfacelo della disgraziata famiglia Ferrara.
Il pensiero del suicida, della vedova e dellorfana, spesso turbava la tranquillit della signora Clotilde. Ma era colpa sua, era colpa di suo figlio, se di quelle poverette non si sapeva pi nulla?
Compassionevole e generosa, la signora Clotilde cercava ogni mezzo di fare il bene. E questo per bisogno del cuore e anche per il desiderio di far dimenticare il male fatto dal cognato. Non vi era ammalato che ella non soccorresse; non vi era poverello che ella non aiutasse.
Gi si era fatta conoscere e gi molti avevano ragione di benedirla.
Ma cerano alcuni, che pure non avendo ricevuto torti dal defunto Lanciani, guardavano in tralice i suoi eredi e li tenevano come responsabili delle stranezze del morto.
...
Dopo alcune ore di lavoro intenso  il faticoso lavoro del tavolino  lingegnere Lanciani usc dallo studio e and sul terrazzo gi in fondo a lofficina per riposare e respirare una boccata daria pura e fresca.
Il sole di giugno, nella sua gloria calda e dorata, batteva su le montagne di l dal fiume strappando tinte svariate e cupi ombreggiamenti.
Lungo i sentieri e i viottoli vagabondi su per la costa, era una continua ascesa di vacche e di pecore, che la caldura scacciava dalla piana per gli alti pascoli; il suono gorgogliante dei campani e il tintinnare dei bubboli, aggiungevano una nota mesta e dolce a la musica della valle. Il fiume, ingrossato dalle pioggie primaverili, correva impetuoso e verdastro fra le sponde rocciose.
Faggeta giaceva nellombra; di fronte a Faggeta, il castello ergeva lalta torre negli ultimi raggi rossastri.
Giorgio si trov con gli occhi fissi sul grigio castello e si indispett. Che mai attirava l la sua attenzione, che da un poco di tempo non riusciva ad affacciarsi alla vallata, senza che il suo sguardo si innalzasse la s?...
Si era in giugno inoltrato. Vari villeggianti gi erano partiti per il mare. Non sarebbe pure partita, almeno per un mese, la forastiera?...
Il mare, la spiaggia, i bagni non attiravano la bella signora Wordfill con la promessa di svariati piaceri? Sarebbe rimasta l, al castello, tutta lestate e magari anche lautunno?
Ma che cosa importava a lui, che la forastiera se ne andasse o rimanesse?
 In fatti, a me che mi fa?  rispose il giovine a linterna domanda.  Sarei forse tanto sciocco da lasciarmi imporre dalle sue arie altezzose?
No certo; a lui quel fare superbioso non faceva n caldo n freddo; di questo egli era persuaso; questo si andava dicendo e ripetendo con delle espressive alzate di spalla e dei sorrisi sdegnosi.
Accese il sigaro e si butt nella sedia a sdraio, per darsi il lusso di un po di riposo in comoda posizione.
Laria fresca gli accarezzava il volto dandogli un senso di benessere; i suoi occhi riposavano nel verde, ricevendo e mandando al cuore la potente impressione del bello.
Le campane di Faggeta suonavano a festa per una prossima solennit; era un suono squillante e un po fesso, che si accordava, a distanza, con lo scampanellare pieno e grave della parrocchia del borgo.
Di l dal fiume, lungo i viottoli e i sentieri serpeggianti, continuava lenta lascesa delle mandrie biancheggianti, delle capre zazzerute, delle pecore serrate le une contro le altre e sfuggenti su e gi per la costa.
Giorgio guardava ed ascoltava, godendo intimamente. Ma a poco a poco suoni e vedute gli si andavano smorzando e velando dintorno; e il ricordo si cacci fra lui e le cose spadroneggiandolo. Riud un delizioso e appassionato canto di donna, si risent commosso a la fissit strana di due occhioni scuri luminosi, che lo avevano avvolto con potenza magnetica. E una splendida figura di giovine donna, dai capelli doro, le braccia e le spalle candide e perfette spiccanti nel vestito nero scintillante, si frappose fra lui e il bello della natura.
In quel ricordo si smarr; il sigaro gli si spense fra le labbra; ebbe un momento di astrazione completa.
Lo scosse la voce di sua sorella Ida, che saliva di corsa la scaletta a chiocciola chiamandolo:
 Giorgio! Giorgio!
Usc sul terrazzo tutta rossa di piacere e sorridente e gli porse un biglietto.
  un invito per domani  spieg.  La marchesa di Piana ci prega di prendere parte a una escursione montana per domani, a lalba. Ci saranno anche Roberto Mancinelli e Carlo, poich domani  un festone e la ferriera  chiusa. La marchesa ci invita tutti; non si pu dire di no, non  vero, Giorgio?
Giorgio, bruscamente strappato a quel momento doblo, a tutta prima non comprese quello che diceva la sorella, la quale dovette ripetere.
 Che dice la mamma?  chiese infine.
 Oh la mamma! Sai bene!... Se sei contento tu!... Ella gi non viene, perch la salita le d allo stomaco. Dunque?...
 Ma s, ma s!  rispose il giovine.  Un po di svago far bene a tutti!
 Oh come sono contenta e come sar contenta Paolina!  disse la fanciulla, lasciando il fratello e scendendo rapidamente le scale.
Giorgio si alz per scendere in officina; si appoggi allinferriata sulla quale il rosaio intrecciava le sue rame fiorite, butt via il mozzicone di sigaro e diede unultima occhiata intorno. Ma si ritrasse tosto con dispetto e stette su la soglia delluscio a guardare ad occhi larghi aperti.
Sul ponticello alto sul fiume, che univa Faggeta un poco sotto il castello, stava ritta ed immobile una donna vestita di bianco, avvolta nella fantastica luce del tramonto,
 Lei!  mormor.  La forastiera!
Si mise una mano sul petto per soffocarvi dentro un improvviso, inesplicabile martellio.
 Guarda qua gi!  soggiunse parlando fra s e s.  Guarda a la ferriera!... a me!...
Un indefinibile senso di malessere e di dispetto gli chiam su la bocca un sorriso amaro.
 Mi fissa con un binoccolo! Che sfacciata insistenza!... Oh! ma questa  una specie di persecuzione, mia bella orgogliosa!
Si sentiva guardato da uno sguardo freddo e sdegnoso, che gli risvegliava dentro un tumulto di sentimenti.
Volt bruscamente le spalle e lasci il terrazzo.
Ma non si ferm in officina. Senza darsi una ragione di quello che faceva, lattravers rapidamente, entr nello studiolo e si fece a la finestra.
La signora era tuttora l, sul ponte; ma guardava altrove. Che cosa guardava?... Punt egli pure il cannocchiale.
Il binoccolo della forestiera era fisso su la croce del suicida di l dal fiume.
Giorgio chiuse le gelosie per guardare senza essere veduto.
Dopo pochi minuti la signora abbass il binoccolo e se ne stette immota.
Il sole era calato nel brusco tramonto, lasciandosi dietro la vaga luce del crepuscolo.
E in quella luce vaporosa, la figura di Maria Wordfill, quasi sospesa sul precipizio, aveva qualche cosa di fantastico.
Attratta dagli occhi fissi su lei, a distanza, essa guard a quella volta, e Giorgio le vide sul volto unespressione tale di tristezza dolorosa, che dava a la sua bellezza un fascino nuovo. Stette un momento immobile e come assorta; poi, lentamente, con andatura stanca, pass il ponte e sal al castello.
Laria si andava raffittendo. Giorgio, ormai, non distingueva che una lontana, mobile figura bianca, la quale presto venne inghiottita dalloscurit.
La campana della fine della giornata il lavoro era gi suonata. Gli operai erano usciti tutti; la ferriera, che il d dopo doveva restare chiusa, era deserta. E Giorgio era ancora l a la finestra che aveva riaperta bevendo la quiete tristezza di quellora, risalendo con lo sguardo, dalla nera valle allopposta montagna, fino su a la fascia di nebbione che ne celava la vetta, e pi su ancora, a laperto sereno e a le stelle.
 Dio!  si trov ad invocare, intenerito da un prepotente bisogno di dolce rifugio.  Dio!... che cosa succede in me, che non mi sento pi quello di prima?
Qualcuno buss a luscio.
 Avanti! fece Giorgio.
Era Carlo Luppoli. Veniva ad avvertirlo che la domestica chiamava a tavola; la minestra era gi scodellata.
 Ah!  fece Giorgio, come destandosi. Ma si scosse subito dintorno lo strano torpore che lo intontiva, e infilando il braccio in quello del suo impiegato, disse:  Andiamo! andiamo! non facciamo aspettare la mamma; lei  dei nostri eh?
Infatti Carlo Luppoli quel giorno era invitato a la casina della ferriera, come ormai succedeva spesso.
A tavola si parl dellinvito del domani: doveva essere una bella compagnia. Si doveva partire di buonora, prima che levasse il sole.
Il punto di riunione era proprio l a la ferriera, dove si apriva il sentiero della salita.
 Linvito viene dalla marchesa di Piana, e sar certo una piacevole escursione!  osserv la signora Clotilde.  Quella  una gentildonna, che fa sempre le cose a modo!
 E la marchesina Clara, che cara signorina !  esclam Paolina.  Non  punto altezzosa lei; mica come... come...
 Fuori!... Come la forestiera del castello; la giovane vedova Wordfill!  salt su Ida.   vero che  bellissima e ricchissima; ma si d certe arie!...
 Non se la d per con tutti!  corresse Paolina.  A la festa di ballo in casa Piana era duna affabilit che incantava!
 Serba la sua superbia per noi!  fece Ida alzando le spalle.
 Deve essere unaristocratica!  disse Giorgio con un sorriso che nascose lamaro del cuore.
 Io dico, che noi le siamo tutti antipatici!  concluse Ida, con unaltra espressiva alzatina di spalle.
Si era a la frutta quando si sent stridere il cancello. Erano il medico e don Paolo.
Presero il caff tutti insieme; poi passarono nel salotto a fare un poco di musica.
Il medico suonava il flauto abbastanza bene; Carlo Luppoli suonava assai bene il violino, e Paolina accompagnava e dirigeva i piccoli concerti.
Cos, a la casina, le serate passavano sempre in serena e lieta intimit.
Don Paolo, fanatico per la musica, si metteva in poltrona e beveva le note in devoto raccoglimento, come se ad esse lanima sua tutta si accompagnasse in uno slancio di tenerezza verso Dio e le cose sante.
 Solo con la musica il cuore umano riesce ad esprimere i sentimenti elevati!... La musica  il linguaggio degli angeli!  soleva dire il buon prete.
Quella sera Paolina era in vena. Dopo daver suonato con Carlo Luppoli e con il dottore, esegu da sola, con squisita interpretazione, una sonata di Beethoven. Poi, pregata da don Paolo, cant lAve Maria di Gounod con tale slancio da intenerire.
 Pare proprio il canto dun angelo!  aveva susurrato il prete, con gli occhi umidi di commozione.
Ritto al fianco della fanciulla, Carlo Luppoli voltava le pagine della musica del leggo. Il suo volto tradiva spesso il sentimento, che ormai gli stava saldo in cuore e che si traduceva in uno sguardo di adorazione nel quale avvolgeva la soave creatura.
Paolina aveva ormai preso a trattare con delicata confidenza quellottimo giovine, sempre desideroso di farle piacere. E la si sentiva spessissimo dire:  Signor Carlo, mi favorisca quella musica! Signor Carlo, mi cerchi il tal pezzo!... Signor Carlo, mi faccia questo o questaltro favore!
E lui, il buon giovinotto, con la gioia negli occhi e nel sorriso, si faceva in quattro per rendersi utile, per guadagnarsi sempre pi la confidenza della fanciulla, che senza accorgersene le era entrata in cuore e vi stava sovrana.
Quella sera, dopo lAve Maria di Gounod, Paolina si era affacciata a la finestra aperta su la valle, per consultare il tempo, che guai se non fosse stato bello per il mattino dopo.
Ma appena l, si ritrasse, chiamando con voce rauca:  Signor Carlo! signor Carlo!
Il giovine le fu subito vicino, e a tutta prima fece anche lui un atto di sorpresa.  Oh! oh! venga a vedere, signor ingegnere!
Si accostarono tutti alla finestra.
Nella notte buia, la croce del suicida, di l dal fiume, spiccava tetra e sinistra nella fantastica luce che pioveva dallalto, quasi magica fascia abbagliante.
 Un proiettore elettrico!  spieg Giorgio.  E... la luce viene dal castello!
 Scommetto che  una fantasia della forestiera!  sussurr Ida.
 Bizzarra idea!  brontol il medico, che vedeva Paolina tutta pallida e tremante, con gli occhi pieni di terrore, fissi sulla croce.
Carlo Luppoli sentiva tremare nella sua una manina della fanciulla e la guardava, dolorosamente colpito dallo spasimo che le contraeva il volto gentile.
 Non  nulla signorina!  cerc di rincorarla.  Non  altro che un proiettore elettrico!
 Ma... quella croce illuminata in mezzo al buio!...  cos livida!... Come sembra grande!... e... e... pare che si muova!... ho paura! ho paura!
E la povera fanciulla si slanci a buttarsi fra le braccia della madre.
 Stramberie!  borbottava don Paolo, mentre gli altri cercavano di calmare Paolina singhiozzante e convulsa.
 Che triste capriccio!  mormor Giorgio riaffacciandosi alla finestra.
La luce continuava a segnare nellaria scura un fascio luminoso sospeso fra il castello e la croce, come un magico legame di congiunzione fra quel triste luogo e quella triste memoria.
 Triste capriccio! ripet Giorgio, non potendosi togliere di l.
E l si trattenne anche dopo che dal salotto furono usciti tutti, e non si mosse se non quando la luce scomparve improvvisamente.
Di ritorno al borgo di riva il lago, ove aveva la sua camera, Carlo Luppoli, molto rabbuiato, diceva al dottore e a don Paolo, che facevano la via con lui:
 Ah, se chi si piglia quel pazzo giuoco fosse un uomo, gliela farei sbollire io la smania delle stravaganze!... Ma non deve essere altri che la forestiera!
Don Paolo scuoteva il capo. Che donna poteva essere quella che aveva gusti cos pazzi!... Lasciasse in pace i morti, lasciasse!... Non risvegliasse nei vivi delle memorie che era meglio lasciar sepolte.
 Gente che va in cerca di emozioni!  diceva il dottore.  Donne fantastiche, isteriche, dai desideri guasti e malati!
...
A lalba del giorno dopo, la comitiva era raccolta davanti la casina della ferriera.
Loriente si andava imbiancando; le campane suonavano lavemmaria del mattino.
La marchesa entr un momento a salutare la signora Clotilde, che non era della partita.
Ida, gi pronta, si era unita con le altre signorine.
 Paolina! Paolina!  gridava la marchesina Clara, chiamando la fanciulla, che ancora non si vedeva.
Carlo Luppoli bened in cuor suo la gentile signorina, che pareva gli avesse indovinato dentro limpazienza per il ritardo della fanciulla.
Paolina scese tosto, un po pallida, ma cos graziosa nel costume di alpinista, con la sottana liscia e floscia, corta fino al polpaccio, le uose, il cappello da uomo.
Ella rese, sorridendo e arrossendo insieme il bacio a Clara e stesa la manina inguantata a Carlo Luppoli.
I primi a mettersi nel sentiero della montagna furono la marchesa e Giorgio.
Gli altri li seguivano. Una processione gaia di colori, allegra di chiacchierii e risatine.
Il mattino pareva fatto apposta. Fresco; un sereno smagliante, laria acutamente profumata e vibrante di mille suoni indistinti; suoni di risveglio delle cose e delle creature.
Sfilarono sul ponte e furono tosto allo spiazzo del castello.
Maria Wordfill aspettava fuori. Il suo costume di panno rosso, attillato, semplicissimo, diceva un fine sentimento di armonia con i luoghi. I capelli, negligentemente raccolti e puntati su la nuca da una sola forcina dargento, sfuggivano in ciocche ondeggianti di sotto il berretto nero, posato un po indietro.
Il marchese fu il primo a salutare la bellissima signora; poi vennero gli altri, che furono pregati di passare nel salotto, ove due servitori impalati aspettavano per servire il caff e latte, pronti su la tavola, con un lusso di accessori.
Erano tutti raccolti nel salotto dei pasti, mobigliato con aristocratica semplicit, dallampia finestra a inferriata su cui le rose arrampicanti si intrecciavano ai gelsomini con bisbiglio amoroso.
Non mancavano che Giorgio, Paolina e Carlo Luppoli.
 Fermiamoci qui!  aveva pregato la bionda fanciulla.  Quella signora mi d tanta soggezione!
E il giovine, contentissimo, aveva fatto sedere la gentile compagna sopra un masso, nel folto dei pini e le si era seduto vicino.
Giorgio, con il dorso poggiato al tronco duna pianta, fumava aspettando.
Dentro il castello non ci era voluto entrare; non voleva esporsi al rischio dessere trattato, in mezzo a tutti, dalto in basso da quella superba. Disfogasse altrimenti la sua alterigia!
Ma la giovine signora, invece di sfogare lalterigia, conquistava tutti con il tatto squisito e la spontanea affabilit.
Solo il marchese ebbe a notare, che ella ogni tanto guardava a luscio come in attesa di qualcuno.
 Avr notato lassenza dellingegnere e di sua sorella  disse a s stesso  e si aspetter di vederli entrare da un momento allaltro.
Ma n Giorgio n sua sorella comparvero.
Lallegra comitiva riprese presto il cammino, mettendosi nel sentiero sassoso, quasi greto di torrentello, che scendeva vagabondo per costa.
Lingegnere si trov lultimo insieme con una grossa signora che saliva ansimando affannosamente.
Lincontro di parecchi muli, che scendevano carichi di carbone, scompose lordine della brigatella. Si cacciarono tutti, raggruppati, nella insenatura formata da due scogli.
Quando ripresero il cammino, Giorgio si trov fra il marchese e la forestiera.
 Guardi, guardi, marchese!  esclam a un tratto la giovine donna, arrestandosi su lo scrimolo della stradetta.  che magnifica veduta! Quelle vette immacolate e desolate, sono uno spettacolo che esalta lanima!... Non sente lei qualche cosa di indefinibilmente emozionante dentro di s a la vista di quella severa grandiosit?... No?... E neppure lei, signor ingegnere?... Oh, le gioie contemplative!  fin in un susurro.
 Gioie sublimi, nelle quali lo spirito pare si affacci a linfinito!  soggiunse Giorgio senza guardarla, quasi completando fra s il pensiero di lei.
 Linfinito?  fece la giovine donna, assorta.
Poi, subito, chiese l per l:
 Marchese, ci crede lei a linfinito? a limmortalit dellanima?
Il marchese scosse il capo con un sorriso.
 E lei, ingegnere?  chiese al giovine con un fiero alzare di capo, come se si degnasse di volgere a lui la domanda.
 Io ci credo!  rispose seccamente Giorgio.
 E allora creder negli spiriti!  soggiunse la signora con voce vibrata e con uno strano bagliore negli occhi.  E creder pure che essi possono imporci una missione; magari di vendetta!
 Io credo che gli spiriti non abbiano passioni!  rispose lingegnere fissando la signora con durezza.
 N pure se durante la vita furono vittime di soprusi?  chiese ancora quella, sostenendo lo sguardo con alterezza.
 N pure in questo caso. Con la veste umana, lo spirito deve spogliarsi di ogni passione.
 Anche di quella della vendetta?...  fece Maria Wordfill fermandosi su i due piedi e fissando il giovine intensamente.
 La vendetta , di tutte le passioni, la pi volgare!  fece Giorgio.  Se si ammettono gli spiriti, non si pu a meno di pensarli superiori alla volgarit.
 Ed in tal caso, essi consiglieranno, come impone il Vangelo, di porgere laltra guancia a chi ci schiaffeggia?  disse la signora con un beffardo gesto di riso.  Ma...  soggiunse con un altro gesto di riso pi beffardo del primo  lei  un forte, me lero dimenticato! E ai forti, tutte le grandi virt; anche quella del perdono.
 O delloblo  concluse Giorgio con voce sorda e il volto impallidito  delloblo, che  la pi bella delle insolenze.
Il marchese essendosi indugiato indietro, i due giovani si trovarono un momento soli, un po staccati dalla compagnia.
I loro occhi sincontrarono, acute come punte, pronte a ferire.
 Ah tu ti prendi beffe di me!... con qual diritto?  dicevano gli occhi grigi lampeggianti.
 Ah tu sei un forte?  dicevano gli occhioni scuri luminosi e pieni di minaccia.  Sei un forte?... La vedremo, mio bel signore!
Proseguirono il cammino in silenzio; strappando con la mano nervosa i fiori dorati della ginestra, sparsa a ciuffi fra gli scogli della costa; lui guardando deliberatamente e ostinatamente altrove.
In quel punto il sentiero, fatto ad un tratto strettissimo, girava intorno a una nuda roccia sporgente a picco su labisso nero e profondo.
Giorgio si fece contro la roccia per lasciar passare la signora. Ma questa, per non rasentarlo, si avvicin troppo allo scrimolo e mise il piede sopra un lastrone in bilico, che oscill. Con un grido soffocato, lingegnere lafferr per la vita e non la lasci se non quando il viottolo si aperse sicuro fra la costa e il pascolo in dolce pendenza. Un po pallida ella, gli lev in volto i magnifici occhi illanguiditi dal terrore e gli susurr un grazie, che pareva si rifiutasse di uscirle dalle labbra.
Egli aveva la fronte perlata di sudore e le labbra smorte.
 Signora!  le bisbigli  vi sono pericoli che non bisogna sfidare.
 Quali?  chiese con la solita alterigia la giovine donna.
 Quelli della montagna, per esempio!  rispose cupo Giorgio.
 Ve ne sarebbe altri?  chiese con un sorriso sprezzante la signora.
 Forse!  le alit in faccia il giovine, con un guizzo negli occhi.
E, senzaltro, la lasci sola, abbracciandosi con lesto movimento a uno scoglio e cacciandosi arditamente nel mocchione per ascendere su su, fra i rami intricati e i pietroni affondati nei muschi, in mezzo a un selvaggio arruffo di rododendri e abeti in cespugli.
Cos arriv, molto prima dagli altri, in un largo rispiano di monte, tappezzato di erica fiorita, di un soave vialetto vaporoso, con un folto di abeti sul fondo, segnanti lungo la costa una macchia cupa fino a la zona rocciosa.
Nel mezzo del rispiano spiccava la bruna cintura di un convento abbandonato, con la bruna chiesa sorgente un po in alto, sopra una compagine di pietre e fra una ribellione di erbe.
Nella maestosa solitudine, lantico convento, magnificamente triste, era propizio ai pensieri del giovine. Si butt a sedere sopra un avanzo di muricciuolo del sagrato, con un sospiro di sollievo. Nel suo mondo interiore era una lotta di sentimenti indefinibili, era un arruffo di sensazioni.
Risentiva come un brivido di terrore per lincauta mossa della forestiera; risentiva, con un fiero battito del cuore, limpressione di quel bellissimo corpo di donna per un momento abbandonato fra le sue braccia; risentiva, sopra tutto, linesplicabile senso di ribellione e dira sorda contro quella creatura, che la attirava e sconvolgeva con la stranezza del contegno e delle parole e con la grande bellezza.
 Non  che uninsolente orgogliosa che si piace di turbarmi e di irritarmi!  pens  disdegna i pericoli e li sfida!  continu.  Ma badi!.. vi sono pericoli che non si possono impunemente sfidare!  fin con un lampo dorgoglio negli occhi e un sorriso amaro.
Quale minaccia, quale folle speranza racchiudevano quelle parole? Per certo una minaccia pazza, una speranza impossibile, che per la seconda volta in brevissimo tempo gli si affacciarono a lanima, come una potenza nascosta e non ancora indefinibile.
Scosse il capo in atto di compatimento verso s stesso. Dal cuore gli sal a la gola un dolore profondo e sordo, che non diceva la propria natura e la propria origine; una inquietitudine tormentosa e insieme una spossatezza e una impazienza indefinibile.
Volle obbligare lanima a interessarsi dellesteriore, per soffocare langoscia.
Era bello quel luogo. Per una larga breccia nel muro, locchio spaziava nel chiostro del convento, con il pozzo nel mezzo, fra un quadrato di mortella invadente e un avanzo di svelte arcate sotto le graziose cornici di terra cotta. Era bello quel disordine vivo di erba e di fiori, fra cui la brezza correva, recando brividi di piacere e il primo raggio di sole riscaldava con promesse damore!
Il silenzio solenne era rotto da bisbigli delle piante, da misteriosi fruscii di insetti rincorrentisi fra il verde, dal pigolo di qualche uccello, dal lontano, melanconico canto dun passero solitario.
Giorgio Lanciani si alz per meglio vedere, per meglio sentire, e dimenticarsi nellammirazione.
Si fece sul ciglio del rispiano. Il lago, da quella altezza, pareva inabissato fra la superba corona di monti, tuttora avvolti nella soave nebbiolina mattinale, con le vette nel primo sole.
  bello!  bello!  bello!  mormor, in una smania di sentirsi spadroneggiato dalla bellezza.
Ma i suoi occhi si staccarono dalla magnifica scena grandiosa e si trovarono lungo il sentiero serpeggiante di sotto, lungo il quale, a fianco del marchese, ascendeva lentamente la forestiera nel costume di alpinella, segnante fra il verde cupo una mobile macchia di rosso violento, come un gran fiore spinto su, in alto.
...
Quando la lieta compagnia arriv su lo spiazzo, parve a Giorgio, che, insieme con la solitudine e il silenzio, se ne fosse andata anche la parte pi bella del pittoresco luogo.
Egli sentiva che fra la maggior parte di quelle persone e la natura superba non correvano fremiti di simpatia, e gli sembravano degli importuni, degli intrusi.
Poi, quelle toilette, quei cicalecci, quelle risate, gli guastavano il paesaggio come una stonatura. Si un per a la compagnia, che si intern nella valle, dove, in una casetta di propriet del marchese, i servitori erano fino dal mattino occupati a dar aria alle stanze, a disporre per il riposo e la mensa e ad imbandire la colazione.
Quivi infatti, le signore e le signorine che si fossero sentite un po stanche, avrebbero potuto riposare fino allora della colazione, riparare al disordine della toeletta, rinfrescarsi, godere qualche ora di libert.
La casetta, messo di sghembo sul fianco del monte, quasi annidata in un folto di rigogliosi castani, inghiott in un attimo la maggior parte della compagnia.
Degli altri, chi si butt a giacere su lerba, chi scese a bere a la polla dacqua scaturante con fresco sgocciolo da un masso muscoso, in un verde recesso, chi continu ad arrampicarsi per viottoli appena tracciati e chi si intern nella valle.
Giorgio Lanciani pens di tornare al convento abbandonato per visitarlo minutamente prima che gli altri vi affluissero. Si era appena incamminato, quando si sent chiamare dalla sorella Ida, che usciva allora dalla casetta insieme con Paolina, il medico e Carlo, Luppoli.
 Giorgio! Noi si va fino al Dosso!
 Al Dosso?... dov?
  dentro nella valle; sorge sopra una specie di isolotto fra le cime alte dei monti!  spieg il medico.   un paesuccio dei pi pittoreschi.  il mio paese; vi sono nato, e i miei vivono l!
 E noi si va a fare la conoscenza della famiglia del signor dottore!  disse Paolina.
 Se tu lo permetti, Giorgio!  fece il dottore.  I miei vecchi saranno felici di conoscere le signorine. Sono montanari abituati a lavorare la terra; ma son gente semplice e di cuore. Permetti, Giorgio?
Figurarsi se egli non lo permetteva! Sarebbe andato volentieri anche lui, se non avesse gi fissato di recarsi al convento abbandonato per ammirarvi certi dettagli architettonici, per vedere da vicino e a suo agio certi fregi minuti, certe cornici di terra cotta, certi archettini di una eleganza e duna grazia infinite.
 Allora avanti!  disse Carlo Luppoli prendendo Paolina sotto braccio.
 Arrivederci, Giorgio!  lo salut il medico, che si teneva vicino Ida.
 Ciao! e dl ai tuoi vecchi, che desidero di conoscerli anchio e che un giorno verr al Dosso con te!
 Ogni promessa  debito!  fece il medico avviandosi.
Giorgio gli grid dietro:
 Tornerete per la colazione?
 S!
 S  ripeterono insieme Ida e Paolina.
Ma il dottore assicur che sarebbero tornati appena per il caff. Se i suoi vecchi avessero insistito, come era da prevedersi per trattenerli a mangiar polenta e latte e quattro fette di salame casalingo, come dire di no, povera gente?
 C poi un certo vinarello  promise a Carlo  che compensa delle leccornie dei signori. Ciao, Giorgio!
Questi stette a seguire degli occhi le sorelle e gli amici, finch pot vederli camminare lesti e contenti per la stradetta della valle che si andava rinserrando e infoltendo.
 Stanno volentieri insieme!  pens  si vogliono bene. Sono onesti e buoni; il loro amore  riposo; non convulsione;  dolcezza e speranza; non amarezza e disperazione. Si sposeranno. Il loro affetto cambier di natura, ma non dintensit; saranno felici come si pu esserlo qua gi. Che fortuna  sospir  imbattersi in una donna che risponda al nostro affetto! E che disgrazia  susurr  lincontrarsi in una creatura che mette la rivoluzione nel sentimento!
Si scosse a questo lamento dellanima. Perch pensava a ci?... A la domanda, che gli veniva dallintimo profondo, egli trasal; poi si inacerb contro s stesso e si sent tutto amaro di incresciosit e di dispetto.
Il sole saettava i suoi raggi sul rispiano; dalla valle soffiava laria fresca, che correva per lerica fiorita, facendola oscillare come un gran velo di un bel violetto intenso.
Egli camminava rasentando il monte, dove le piante penduli della costa segnavano una mobile striscia ombreggiata.
Gir intorno al convento. Per una porticina socchiusa, entr in un recinto non disfatto dal tempo. Alcune croci arrugginite e sbilenche, alcuni ciuffi di mortella e qualche cippo, tutto selvaggiamente intrecciato da una ribellione di erbe, dicevano che quello era lantico cimitero del convento.
In mezzo a quellarruffio di ricordi mortuari e di pazza vegetazione, un cipresso alto e sottile si innalzava, quasi a guidare il pensiero dal melanconico luogo nello spazio, e su su, fino a lidea suprema.
Appoggiato allo stipite della porticina, Giorgio pensava le molte vite trascorse in quel convento e finite in quel breve recinto; vite di reclusione quasi sempre volontaria, di fuga dalla fiera battaglia umana, di preghiera indisturbata, di contemplazione facile e oziosa.
A lui, fatto per il lavoro e entusiasta del lavoro, che egli considerava non gi come una condanna, ma come divino privilegio concesso a luomo, una simile vita pareva meschina, in urto con gli alti intendimenti di Dio. Disertare dal gran campo dove luomo deve lottare per il bene suo e degli altri, gli pareva quasi una vilt.
 Fuggire il proprio simile per meglio sentire Iddio e meglio pregarlo!  andava mormorando.  Come se Dio non lo si pregasse lavorando  soggiungeva.  Il lavoro  preghiera; ma la preghiera non  lavoro. Ci che nobilita luomo  limpiego di tutte le sue forze per uno scopo vantaggioso a s e agli altri!... Rinunciare alla vita comune  disprezzare una forza da Dio e dalla natura messa nellanima delluomo: lenergia. E questa forza, perch ci fu data se non per essere capaci di dibatterci nella vita, di lottare, di vivere fra noi stessi?
Una folata daria soffi fra lintreccio delle erbe e degli arbusti con un bisbiglio misterioso. Un verde ramarro guizz su la sommit dun cippo, e stette fermo, con gli occhietti aperti e immobili. Un fringuello vol dal muricciuolo di cinta in vetta al cipresso, e a distanza, un passero solitario trill una nota melanconica.
A Giorgio sembr che le cose e le creature volessero protestare contro le sue idee.
 Ah di questa forza si ha specialmente bisogno per le interne lotte?  disse, quasi a risposta a la protesta.
 Le violenti lotte fra le passioni e il disprezzo delle medesime! La volont della resistenza, il trionfo della vittoria! Tutto un dramma fra la materia e lanima e il desiderio della perfezione!... Sono pi dolorosi, sono pi tragici i drammi che succedono nel mondo interiore, o quelli degli uomini fra di loro e le cose?  si sent bruscamente chiedere dentro di s.
 Chi lo sa?  gli parve di sentirsi rispondere dallaria susurrante nella ribellione delle erbe.
 Chi lo sa!  gli gorgheggi il fringuello dallalto del cipresso.
 Il lavoro! non vha che il lavoro!  concluse Giorgio.  Il lavoro richiede pensiero e forza; si impadronisce delluomo; lo sottrae al pericolo del soverchio meditare, che  snervante fatica dello spirito; lo difende dalle lotte interne.
 Davvero?
Linterrogazione beffarda veniva in quel punto lanciata nellaria dal passero solitario, che si era avvicinato.
 S; il lavoro difende luomo dal pericolo delle lotte interne!  ripet Giorgio.
 Tu non lavori dunque?
Oh quel passero che gli faceva a botta e risposta come se fra esso e i suoi pensieri corresse unintelligenza.
 Dunque in sostanza uninterna lotta?  si chiese con vago sgomento.
Lasci il piccolo cimitero abbandonato; entr nel chiostro. Fece la scala scoperta, dagli scalini logorati dalluso e dal tempo. Si trov in un androne fiancheggiato da celle senza usci; piccole e chiatte stanzucce dalle finestrelle aperte su labetaia.
Entr in una di quelle celle. Contro il muro sgretolato, il pavimento recava ancora il segno del pagliericcio; povero e duro letto di tanti poverelli infiacchiti dal digiuno, forse logorati da astinenze e cilicio, forse soccombenti a limproba lotta fra la carne e lo spirito.
Ebbe la visione di un fraticello dalla stenta persona diguazzante nella bruna veste monacale. Il fraticello si fermava su la soglia della cella facendo un largo segno di croce; entrava; si buttava ginocchioni per terra con gli occhi vaganti nel fitto degli abeti tristi, lanima staccata dalla materia da un supremo sforzo di astrazione, di fuga verso lidea suprema.
 Devono essere momenti di pura dolcezza!  pens.  Ma  una dolcezza concessa a pochi.
Gli pass rapido nello spirito il pensiero che la febbre per le gioie sovrumane potesse essere causata dal sangue alterato da egoismo. E, continuando la visione, si trov a sorridere al fraticello assorto con compatimento e amarezza.
Un bruso di passi, fuori, nel deserto androne. Chi mai poteva essere?... Chi veniva ad ingombrare la sua solitudine?
Si fece su la soglia Maria Wordfill, con il berretto in mano e i magnifici capelli quasi disciolti, veniva lentamente a la sua volta. A lapparire di lui, si ferm, e gli lev in volto uno sguardo serio dopo alcuni sguardi fugaci e un incerto battere delle palpebre, che tradivano una lotta con s stessa.
Egli salut e ritolse per il primo gli occhi dalla signora, che riprese a camminare e gli arriv dinanzi.
 Una cella?  chiese con la voce armoniosa, sporgendo il capo per veder dentro.
Il giovine accenn di s, facendosi a un lato per lasciarla entrare. Ella si fece a la finestrella.
In quel piccolo angusto spazio, su lo sfondo verde irradiato dal sole, che vi batteva in pieno dallalto senza toccarlo, lo squisito disegno della persona, la bellezza raggiante della testa bionda, spiccavano con violento contrasto.
 Poveri frati!  sospir la signora.  Che vita devessere stata la loro!
 Triste forse, ma volontaria!  rispose il giovine.
 Volontaria? chi sa che non ubbidissero ad un comando, che non rispondessero ad una voce che li chiamava a la solitudine, a la meditazione!  susurr come parlando fra s e s. Poi, con accento improvvisamente inasprito, disse:  Lei non crede ai comandi, alle voci misteriose e sopranaturali, che impongono e suggeriscono atti spesso incresciosi e qualche volta dolorosi?
Egli non rispose. Attraverso gli occhi scuri e luminosi duna fissa profondit, gli parve di indovinare una oscura passione e insieme una minaccia che lo turbarono.
La signora usc dalla cella senza aspettare la risposta. Chin lievemente il capo in segno di saluto, rifece landrone, scese la scala.
Egli sent i suoi passi risonare gi nel chiostro deserto; li sent allontanarsi e non si mosse dalla porta della cella.
Trasal a un fievole suono di campane che veniva dal basso e faceva impressione in quel grande silenzio.
Parve al giovane che quel suono fosse mandato dalla realt a scuoterlo dai sogni!
 Questo convento abbandonato  pens   imbevuto di ricordi. Forse i santi uomini qui vissuti e qui morti, ritornano a vagare in ispirito fra queste mura. E il loro spirito aleggia dintorno al visitatore staccandolo dalle cose, offuscandogli la ragione con un malato bisogno di meditare.
Scosse il capo mormorando:
 Quando nella vita si  accettata la parte di lavoratore, non conviene snervarsi fra le ruine dun passato che non  il proprio e che influisce sul sentimento e su la fantasia.
Attravers landrone, scese la scala, infil un uscio senza porta e si trov fuori, fra lerica fiorita, a laperto, a laspetto della scena superba dei monti in lontananza dalle vette nevose sfolgoranti nel sole.
 Oh la libert!  fece, con un sospiro di sollievo.  I frati sono morti, ma  rimasto l dentro il genio dellAbbazia!  soggiunse sorridendo.  E deve essere un genio potente che spadroneggia nellanima dellincauto che la sfida!
Rifece la via di ritorno a la casetta della valle. Non voleva mancare a lora della colazione, nel dubbio che le sorelle, il medico e Carlo Luppoli non tornassero in tempo. Lassenza di tutti loro poteva essere notata e parere una scortesia.
Arriv che la colazione era pronta su lunghe tavole riunite fuori, un poco su dalla casa, in un rispiano ombreggiato da castagni e appena sforacchiato dal sole.
Alcune signore e signorine erano andate per fiori e tornavano con le mani piene di gran mazzi di ginestra, ciclamini, rododendri, rami di felci, fiori dogni maniera e fasci derbe aromatiche.
I giovanotti della compagnia aiutavano a disporre erbe e fiori in gran vasi di terra cotta, che dovevano adornare la tavola.
Le signore, riposate e rinfrescate, erano uscite tutte dalla casetta, e stavano sparse a gruppi, o a sedere su lerba insieme con gli uomini, oppure passeggiavano accompagnate dai cavalieri; alcune badavano a la tavola, a la disposizione della frutta e dei dolci, e a la distribuzione dei posti; una brunetta; tutta brio, si dondolava, seduta in un intreccio di fronde; un giovine la spingeva in su fra le rame; ed ella rideva nervosamente, fra il piacere e la paura.
Un giovanotto, in inappuntabile costume dalpinista, si era arrampicato su una pianta, e di l imitava il canto degli uccelli in maniera meravigliosa, attirandosi lode e applausi.
Maria Wordfill, distesa su lerba, con il gomito puntato al suolo e la testa sostenuta dalla mano, conversava animatamente con il marchese.
 Qua ingegnere!... decida lei!...  disse questi a Giorgio, che passava di l per avvicinarsi a la casa.  Decida lei. Si parlava damore. La signora sostiene, che lamore vero, lamore alto,  quello che non si piega ai piaceri della passione.
 Gi! lamore che fa vivere nello spirito delluomo come un essere ideale, alto, intangibile!  fece la signora senza levare gli occhi da terra, quasi completamente compresa dellidea che manifestava.
 Ed io ripeto che questa  una folla  fece il marchese scuotendo il capo.  Dico, che questo  un amore per met; un amore di gente che non ha cuore, n sangue, n nervi!... Una folla, insomma, una folla!... Non  anche lei del mio parere, signor Lanciani.
Maria aveva levati gli occhi in volto al giovane; e per quegli occhi torbidi, per quelle sopraciglia inarcate pass un rapido moto di aspettazione cos orgogliosa e sprezzante, che egli non sent altro desiderio che quello di contraddirla.
E rispose freddamente:
 Quando si  data lanima a lamore, rifiutargli il dono inferiore fugace e fallace,  atto dorgoglio e degoismo.
 Cosicch lei, se fosse amato  lo rimbecc Maria con un lampeggiare dira e insieme di sprezzo negli occhi luminosi  cosicch, lei, se una donna avesse la debolezza di amarlo, sarebbe di unesigenza brutale!
 Finora nessuna donna ha avuto la debolezza di amarmi  rispose Giorgio con un sorriso forzato.  Ma se ci accadesse, ebbene s, vorrei essere amato completamente. E lo sarei, perch il mio cuore non potrebbe essere tocco che dallaffetto sincero duna creatura di cuore e di fede; una creatura umana, non gi un essere fuori classe, di quelli che fanno disperare dellamore e dellesistenza!
 Bravo ingegnere!... Lei traduce perfettamente il pensiero che io non riuscivo ad esprimere!  fece il marchese.
Maria Wordfill scatt su ritta, come colpita da una sferzata. Non rispose al giovane, ma gli lanci unocchiata cos carica di sdegno, che egli sent darsi un tuffo nel sangue, nel quale tosto si spense il tenue piacere daverla contraddetta. Ma non un muscolo del suo volto, non un fuggevole atto, tradirono il suo turbamento. Guardando gi a laffaccendarsi degli invitati davanti a la casa, disse che gli pareva ora di raggiungere la compagnia e dare una mano agli ultimi preparativi se mai ci fosse stato bisogno.
Si tocc appena la visiera del berretto e se ne and, eretto su lalta e snella persona, stretta in un oscuro costume da alpinista, con i calzoni corti fino al ginocchio e le grosse calze nere modellanti le gambe robuste.
Quando tutti furono a posto per la colazione, cos senza osservanza delle regole di societ, anzi, un po a la rinfusa, come volevano il luogo e il servizio, la marchesina Clara, a la quale un cugino ufficiale faceva la sua brava corte con la dignit dun fidanzato accolto e riconosciuto, not lassenza di Paolina, di Ida, del medico e del signor Luppoli.
Tocc a Giorgio scusare le sorelle e gli amici.
Il medico aveva voluto fare una scappata fino al Dosso, in fondo a la valle, ove abitavano i suoi vecchi. Carlo Luppoli, Ida e Paolina erano andati con lui per vedere il pittoresco paesello e per fare la conoscenza della famiglia del dottore.
 Sono montanari,  vero?  chiese la moglie del pretore; una donnina piccola e magra con un gran naso aquilino e gli occhietti neri senza espressione.
Il pretore era di famiglia nobile, ed essa ci teneva a farsi chiamare donna Maria.
 S; gente che ha sempre lavorato la terra e la lavora anche adesso  salt su il marchese, il quale non lasciava passare occasione senza far mostra delle sue idee democratiche.  Gente laboriosa, abituata a contendere campi e boschi a frane e valanghe; gente onesta e forte, degna di tutto il rispetto. A forza di sacrifici sono riusciti a far studiare lunico loro figliuolo, che  poi diventato il nostro bravo medico.
Il sindaco del borgo, che aveva tre figli via a studiare, e gli costavano un occhio, venne fuori ad esprimere in proposito il proprio pensiero. Egli, ecco proprio non capiva la smania che aveva certa gente di far studiare i figli; di togliere loro di mano la vanga e gli utensili da operaio per farne dei dottori, ingombrando la via a chi avrebbe diritto di studiare e di laurearsi.
 Chi, secondo lei, avrebbe questo diritto?  salt su a chiedere un giovane professore, da poco tempo venuto in campagna gi al borgo e che gi si era dato a frequentare tutte le case signorili.
 Chi, secondo lei, avrebbe questo diritto?  ripet, guardando di dietro gli occhiali, con lo sguardo fisso e un poco impertinente dei miopi.
Il sindaco si gratt un orecchio, imbarazzato dalla domanda; ma poi spieg.
Ecco, secondo lui, il diritto di studiare, di laurearsi, spettava ai figli delle famiglie cos dette civili. Non sarebbero forse andate meglio le cose, se i figli degli operai e i figli dei contadini avessero continuato a fare gli operai e i contadini?... Il numero dei giovani laureati sarebbe stato assai minore; quindi sarebbe stata minore la folla dei cercatori dimpieghi; quindi sarebbe minore il numero degli spostati, della gente venuta dal nulla, che tanto facilmente montano in superbia...
Il professore non lo lasci andare avanti.
 Ah! il signore sarebbe dunque volentieri tornato al tempo dei privilegi, che  quanto dire ai tempi dellingiustizia e della prepotenza?
 Per fortuna a quei tempi non si ritorna pi!  fece il marchese sorridendo.
 E adesso chi ha dellintelligenza ha aperto la via di coltivarla e di contribuire al progresso artistico, scientifico e politico del paese!  continu il professore.
Il sindaco, un po seccato, cacciava gi la mortificazione a furia di bicchieri di vino.
 Non le dia retta! Quel professore  un socialista!  gli susurr, per consolarlo, un altro signore.
 Evviva luguaglianza!  salt su uno sbarbatello, strozzato in un colletto altissimo, con un brillante nellanello della mano sinistra, che agitava spesso in larghi gesti espressivi.
 Nulla di pi logico n di pi santo della uguaglianza!  fece il professore.  Ed  per essa, per questa santa idealit, che si grida, si lotta, si istruiscono gli ignoranti, si cerca di svegliare e scuotere gli animi dormienti o impigriti nelle tradizioni e nei pregiudizi. E quando il risveglio sar generale, quando luomo si sentir uomo, il vecchio mondo cambier completamente faccia.
 E pi non vi sar lo spettacolo di chi lavora per un derisorio compenso e di chi ammassa ricchezze con il frutto dellaltrui sudore!  soggiunse Maria Wordfill, che era stata fino allora in silenzio.
E la bella signora spicc nettamente queste parole, fissando lo sguardo negli occhi di Giorgio, che le sedeva di fronte.
 Povera gente!  continu.  E come non compatirli quando manifestano il loro malumore nellunico modo che possono?
 Lo sciopero?  fece il marchese un po stupito.
 Gli scioperi non avranno pi ragione dessere, quando al governo saranno mandati degli uomini di senno e di coraggio, capaci di energicamente rappresentare la classe lavoratrice e di proteggerla e difenderla!  mormor il professore.
 Scommetto che il professore cova il desiderio di essere mandato al governo per rappresentare energicamente la classe lavoratrice!  bisbigli il signore che gi aveva voluto confortare il sindaco, il quale sorrise approvando.
Giorgio avrebbe voluto mettere bocca nella questione. Dire, per esempio, che anche lui, come tutta la gente con un briciolo di cuore in petto, desiderava luguaglianza, che  certamente il segno della pi alta civilt. Ma una uguaglianza morale pi che materiale, come la sola, per allora, raggiungibile. Avrebbe anche voluto discutere un poco la famosa idea dei lavoratori che sudano per ammassare ricchezza a chi li fa lavorare per una derisoria mercede.
 Ma... a che pro!  si era detto, stringendosi nelle spalle.
Poi, si era sentito addosso gli occhi, pieni di una sfida incomprensibile, della forestiera, che a lui pareva avesse parlato per lui solo. E quello sguardo laveva ammutolito.
Perch guardava lui parlando di quelle cose?... Voleva forse mostrargli il suo desiderio, che gli operai della vecchia ferriera si ribellassero?... Credeva forse, che egli ammassasse ricchezze alle spalle dei lavoratori?... Linesplicabile e misteriosa antipatia che ella mostrava per lui, giungeva dunque al punto da desiderare il male a lui e a la sua famiglia?...
Si sent venir su dal cuore un dolore sordo, profondo, che si andava dilatando, lasciandolo tutto amaro, indispettito e scorato.
E pure egli giurava a s stesso, che non sempre la bella signora laveva guardato con gli occhi torbidi e carichi di sprezzo e di minaccia. Egli aveva qualche volta sorpreso in quegli occhi profondi e misteriosi una luce che lo aveva fatto trasalire; e per certo non di terrore n di dispetto.
 Ah! bada!  le ripet in cuore con un guizzo dorgoglio  bada che non tutti i pericoli si possono impunemente sfidare!
La colazione era finita. Avevano recato il caff, che la marchesa andava mano mano versando e due signorine portavano ai convitati, cominciando dalle signore e via via fino ai giovinotti.
 Ecco i disertori!  disse a un tratto la marchesina Clara.
Infatti, Paolina, Ida, il medico e Carlo Luppoli venivano dalla stradella della valle con passo spedito.
 Oh che vallata!... Che paese pittoresco!... Che magnifico bosco di pini!  esclam Ida, come fu arrivata, con accento di sincero entusiasmo.
 E che povera casetta di montanari!  soggiunse il medico, mostrando, con un largo sorriso, due file di denti bianchi e forti fra i baffi dun biondo doro antico.
Paolina lo guard con un sorridente rimprovero negli occhi dolcissimi. Perch diceva cos?... Era una cos bella casettina vicina alla corrente, ombreggiata da certe piantone che dovevano aver pi di cento anni!
 Piacerebbe tanto anche a lei! disse a la marchesina Clara, che se lera fatta sedere vicino.
 Dottore! ha sentito?... Paolina dice che quella casetta piacerebbe anche a me; ed io sono sicura che mi piacerebbe assai. Mi condurr una qualche volta a vedere la sua casa e a conoscere la sua famiglia?  disse la marchesina Clara.
E fu stabilito, che nella prossima escursione sarebbero andati tutti fino al Dosso.
 Prima bisogna venire al castello per una serata!  fece Maria Wordfill.  Mia cognata desidera conoscere le gentili persone che mi accolgono fra di loro. Le vecchie sale del castello hanno bisogno di essere riaperte a la vita.
Linvito fu accettato con evidente piacere. E l per l fu stabilito che la veglia sarebbe stata per la prima sera di luna, che con la sua luce faciliterebbe la via agli invitati.
 E se venissero le nuvole a nascondere la luna? chiese una signora.
 In tal caso si potr supplire con un proiettore elettrico  promise Maria.
 Si baller?  si richiedevano sommessamente le signorine.
La giovine vedova assicur che si sarebbe anche ballato, dopo di aver fatto un poco di musica.
Finito di sorbire il caff, la compagnia si sparpagli, chi qua e chi l.
Giorgio and a fumare il suo sigaro su lestremo culmine di un ammasso di scogli, capricciosamente sovrapposti e verdi di muschio e di ciuffi derba formanti uno strano isolotto nel mezzo dello spiazzo.
Lisolotto strano fu subito preso dassalto da signore, signorine e giovinotti, che corsero ad occuparlo, formando un bellissimo gruppo di colori e di pose, animato da allegro cicaleccio e da risatine squillanti.
Il marchese e la giovine vedova trovarono posto ai piedi della scogliera.
 Che veduta!  esclamavano le signore.
 Guardate quella vetta lontana coperta di neve! Come sfolgora sotto i raggi del cielo!
 Pare che si incendi, guardate!
 Oh! oh! una nevata che sincendia!
  come un cuore di pietra che lamore finisce per infiammare!  disse Giorgio dallalto, dove sedeva.  Lamore  un raggio possente; dove colpisce, sgela, riscalda, infiamma!  soggiunse.
Maria Wordfill si rivolse a guardarlo con lanima turbata negli occhi spenti.
Ma fu un rapidissimo sguardo.
Alcune coppie passeggiavano e sedevano in disparte. Fra queste, la marchesina Clara con il cugino e Ida col medico.
 Bella et!  sospir il sindaco, guardando le coppie gentili.
 Et dellamore e delle speranze!  susurr una signora brizzolata, dal volto buono e il sorriso fine.
 Fa piacere a vederli quei ragazzi!  osserv il marchese, che accarezzava cogli occhi la figlia e il nipote.
 Lo spettacolo dellamore sincero, con le sue manifestazioni semplici e sentimentali, rapisce il cuore e fa esultare!  disse Giorgio.
 Un amore sincero, completo, intero,  un fiore raro!  fece il professore senza togliere il sigaro di bocca.
 Ma non  introvabile!  gli rispose Giorgio.
Le ore passavano veloci. Il sole gi si ritirava lentamente dal basso, lasciando nellombra il lago, i paesi e le ville biancheggianti lungo le rive; saliva su per i fianchi dei monti, sfolgorava su le vette e spariva nel brusco tramonto, lasciando, a saluto, una gloria di luce rossa e fantastica.
Era ora di scendere, di tornare a casa. In un momento la compagnia fu radunata e pronta per la partenza.
La discesa fu allegra. Giovanotti e signorine si sbandavano, prendevano per le accorciatoie, ruzzolavano sul muschio di sotto i castagneti, e arrivati in qualche crocicchio di via, presso qualche capanna, in una insenatura, davanti a una cappelletta della Madonna o di un santo protettore, si chiamavano con voci acute, facevano a botta e risposta, ridevano, riempivano laria di allegrezza.
Al castello, la signora Dora Wordfill, la cognata della giovine vedova, aspettava, adagiata nella sua seggiola a sdraio, davanti la porta del castello.
Oh, la dolce, la bianca figura di donna, buona, rassegnata e generosa!
Tutti le furono intorno con simpatia riverente. E Giorgio si sent commosso di sorpresa a vedere negli occhi della giovine vedova una tenerezza immensa mentre si chinava verso la soave inferma, per dare e ricevere il bacio di saluto.
Maria Wordfill susurr alcune parole a lorecchio della cognata. E questa, subito, staccando il capo dal dorsale della sedia e stendendo la manina da bimba malata a la marchesa, con accento straniero e un italiano appena comprensibile, ripet a tutti linvito per una serata al castello. Lei e la sua Maria sarebbero state onorate e felici di ricevere la gentile compagnia.
 Chi si sarebbe figurato, che ella fosse capace di esprimere, con gli occhi e il volto tutto, una cos grande tenerezza?  disse Giorgio fra s e s pensando a Maria Wordfll, la dama fiera e sprezzante, nel momento in cui baciava la vecchia cognata.  E come era divinamente bella in quel momento!  mormor.  Quella donna  per me un mistero!  concluse.
Gi, a la casina della ferriera, la compagnia si sciolse. Chi tir via per a la volta del borgo e chi prese per i sentieri che guidavano ai villini disseminati lungo le coste delle montagne.
A la casina, la signora Clotilde aspettava il figlio, e figlie, Carlo Luppoli e il medico a desinare.
Paolina era un po stanca. Il suo volto leggiadro appariva leggermente impallidito; stentava a tener gli occhi aperti, che il sonno voleva chiudere ad ogni costo.
Dopo desinare, si butt su la poltrona e si addorment subito.
 Sttt!  fece Carlo, con lindice attraverso la bocca, pregando tacimente Ida e il medico, che abbassarono la voce.
Questi troncarono subito il chiacchierio e uscirono in giardino in punta di piedi.
Carlo Luppoli, seduto a la tavola, si era lasciato spegnere la sigaretta fra le labbra, e con il gomito puntato su la spalliera della sedia e la testa sostenuta dalla mano, guardava a la fanciulla, cos bella anche nel sonno, con il viso di un biancore trasparente e leggiero, i capelli dun biondo smorto, mezzo disciolti, e le mani abbandonate su le ginocchia; quelle manine candide e delicate, fatte per essere riscaldate in una mano forte, baciate da una bocca innamorata. Egli accarezzava degli occhi lamata fanciulla, cos fine, cos poetica, dallanima mite e vaporosa, blanda e molle; animuccia di creatura eletta, di vera artista. E una melanconica tenerezza damore simpossessava di tutto il suo essere, facendolo dimentico di ogni cosa estranea al suo sentimento.
Giorgio, dalla finestra ove stava fumando, guardava il giovine con un senso di tenera compiacenza e di commozione.
Come sapeva amare quel giovinottone robusto e forte, quel lavoratore instancabile, quel cuore semplice e retto! Che amore riguardoso e gentile era il suo! un amore generoso, che escludeva la passione torbida e egoista. Comera fortunata sua sorella di essere amata cos!... Ma forse Paolina non poteva essere amata altrimenti. Vi sono donne che si amano con la fantasia eccitata e i sensi in convulsione; ve ne sono che si adorano in ginocchio, come angeli.
Erano soli in salotto. La mamma era uscita anche lei, dopo davere abbassato il lucignolo della lucerna, che spandeva intorno la luce smorzata dalla ventola di un rosso intenso.
Giorgio si tolse dalla finestra; and, senza far rumore dietro a Carlo e gli mise una mano su la spalla, facendolo trasalire.
 Le vuoi molto bene?  gli chiese in un susurro.
 Oh signor ingegnere!  fece il giovino.
 Non pi signor ingegnere; dammi del tu!
 Grazie!  disse Carlo semplicemente. Ma in quel grazie, Giorgio sent la commozione.
 Le vuoi molto, molto bene?  ripet.
 Moltissimo!  rispose il giovine con la voce fioca: voce dellanima, che non pareva pi la sua cos forte e vibrata.  Moltissimo.
 E lei?
 Lei?... non sa ancora leggere nel proprio cuore.  cos giovane e pura come un angelo del Signore! Ma imparer a capire il mio affetto; e.... spero!... E allora?
La titubanza, la speranza e il desiderio gli passarono per gli occhi grandi e sinceri, mentre si fissavano in quelli di Giorgio.
 Allora mia sorella avr la fortuna di appartenere a un giovine leale e di cuore!  rispose Giorgio sottovoce.
 Grazie! grazie!  disse il giovine con le lagrime nella voce.
Paolina fece un piccolo movimento e aperse gli occhi.
 Signor Carlo!  disse un po meravigliata e arrossendo.  Mi sono dunque addormentata?... Ero cos stanca!
...
Una compagnia di operai vestiti da festa con il garofano rosso a lasola della giacchetta, il cappello a cencio posato indietro, un ciuffo di capelli spiovente su la fronte, pass sotto il muro dellorto di don Paolo, in quella sera afosa di luglio, rischiarata dalle lampadine elettriche, messe a brevi intervalli lungo la stradicciuola della riva del lago.
Camminavano a passo di marcia, cantando a gola spiegata.
Dietro di loro veniva il medico, che si ferm al cancelletto dellorto, lo spinse ed entr.
La signora Clotilde, con le figliuole, stava seduta fuori, nellorto, insieme con la signora Gegia, la sorella del parroco.
Avevano, in quel giorno di festa, fatta una passeggiatina fino l; e l aspettavano Giorgio e Carlo Luppoli, che erano andati a sentire una conferenza.
Il medico era rannuvolato. Ida, tutta fresca e bella nel vestito di cotone color celeste pallido, con una rama di edera nei capelli castani, gli and incontro e indovin subito un cruccio attraverso gli occhi aggrottati e lonesto volto alterato.
 Che ?  gli chiese turbata  Che ?
 , che c della gente nata apposta per seminare disordini!  rispose il giovane, dopo daver baciata in fronte la fanciulla ormai fidanzata.
 La conferenza? chiese Ida.
 S, s, la conferenza!  una sfuriata di parole vuote come altrettante bolle di sapone; un mucchio di promesse impossibili, di speranze irrealizzabili; una musica piazzaiuola, buona per elettrizzare gli ignoranti e gli ingenui!... E intanto si svegliano idee pazze, si beffeggia ogni buon sentimento, si strapazza la fede.  Bisogna scuotere luomo assonnato nei pregiudizi!  dicono  bisogna svegliare nel loro petto il sentimento della dignit!  dicono  e col pretesto di raggiungere un ideale, poich sarebbe lideale quello delluomo dogni classe libero dei pregiudizi e saldo nel sentimento della propria dignit  con questo pretesto, incitano a pazzie dogni maniera. Li hai veduti quei giovinotti? Non erano ubbriachi di vino ma di parole, di promesse, di desideri, di speranze, tutte impossibili!
 Viene dalla conferenza del professore?  chiese don Paolo, che gli era andato incontro e aveva sentito le ultime parole.
Si misero a sedere tutti e tre sul muricciuolo, che divideva lorto dalla stradetta di riva il lago.
A la giornata calda, a la sera afosa succedeva una notte inquieta. Suonavano sul lago raffiche alternate a lunghi silenzi. Le ventate cacciavano le onde a infrangersi contro la riva, con un frusco della rena arsa e avida dacqua, gli oleandri fioriti, i rosai, il pino a ombrello, fremevano di piacere a la brusca e fresca carezza dellaria.
 Viene dalla conferenza?  chiese ancora don Paolo.
 Gi, la conferenza!.... parolone per esprimere idee, che hanno tutte limpronta di angustia, di miseria e di interesse personale.
 Quel signore professore vuol succedere al nostro vecchio deputato; questo si sa!
 Sicuro!... ha tastato il terreno, lo ha trovato buono a far germogliare il seme delle sue idee, e: Abbasso gli sfruttatori che fanno sgobbare i poveri per arricchirsi! abbasso questo! evviva quello!
  un socialista eh, quel professore?
 S; ma il socialismo degli ignoranti, dei disonesti e dei calcolatori!.... Il socialismo vero  una santa idealit; ma bisogna capirlo come va capito!
 Il mondo va come vuole andare!  fece il prete scuotendo il capo.  La gente si educa alle idee con la pazienza e col tempo. Le idee non devono, n possono violentare la gente. Evoluzione, non rivoluzione!  soggiunse  E, sopra tutto, il pensiero di Dio, che induce a carit, e quindi a la santa fratellanza!
 Cera molta gente?  chiese Ida.
E seppe che la sala era piena zeppa. Dei villeggianti non uno mancava; e molti plaudivano. Plaudivano anche le signore; plaud, sopra tutte, la forestiera, quella vedova, mezza inglese e mezza italiana.
 A sentir dire delle soperchierie  tir via a dire il medico  di lotta fra il forte e il debole, di guerra di tutti contro tutti, di sentimento di ribellione contro lingiustizia, sentimento finalmente svegliato nella massa, ella, la bella signora tutta trine e merletti, ha levato in alto le mani inguantate, battendole leggermente una contro laltra, e ha dato il segnale dellapplauso. Ora, io mi domando, perch ha applaudito!... E abbastanza intelligente da capire la vacuit di quel discorso rimbombante di parolone. Ma parole, parole, parole!... Perch ha plaudito!... Quel plauso  stato un incoraggiamento. Certe fragorose battute di mano che cera da intontire un elefante. E a luscita dalla sala poi, un ingombro, un muro vivente cos compatto, che il conferenziere stesso, che si voleva salutare con una salva di applausi, riusciva a stento a farsi largo. Bravooo!...Beneee!.... Evvivaaa!... Abbassooo!... urlavano; buttavano in aria il cappello. Matti, ecco; quando si dice matti!... Ubbriachi fradici di promesse e di speranze. E dopo lubbriacatura delle parole, verr quella del vino. Tutti a losteria adesso; baldoria su tutta la linea; e proponimenti di ribellione fra un bicchiere e laltro; e un darsi la mano in mutua alleanza, e per ogni piccola discordanza di parere, urli, proteste, urli, risse; e... abbasso questo e evviva quello!... Poveri illusi!... E la conseguenza di tutto ci?... La ribellione, la violenza, lo sciopero!... E la conseguenza della conseguenza?.... Lozio, la miseria, danni a lindustria, odio dei lavoratori per chi li fa lavorare!... Ma intanto il parolaio, il furbo conferenziere, si mette da s sul piedestallo; gli ignoranti e gli illusi lo credono alto, lo scelgono, lo eleggono; egli, fregandosi le mani, con un sorriso di compatimento e di trionfo insieme, va a sedere in quel grande sfogatoio di vanit e di ambizioni che tutti sanno. E triste e doloroso!  sospir il giovane medico.
 Giorgio era a la conferenza?  chiese Ida con voce mal ferma, commossa e impressionata dalle parole del fidanzato.
 Cera, insieme con Carlo Luppoli.
 Eccoli!  disse don Paolo.
I due giovani, infatti, si erano in quel punto fermati davanti al cancelletto, parlando animatamente fra di loro come se finissero un discorso incominciato.
Le loro voci furono sentite dalla signora Clotilde e da Paolina, che reclamarono, impazienti di sapere qualche cosa della conferenza.
 Quel signore lha con gli industriali!  disse sorridendo Giorgio.
  matto!  soggiunse Carlo scuotendo le spalle e porgendo la mano a Paolina.
Entr nel salottino della modesta casetta del prete, dove la signora Gegia, dopo aver accesa la lucerna, metteva su la tavola il vassoio con i bicchieri e la bottiglia del vino.
Entrarono tutti per fare due chiacchiere prima di ritornare a casa.
Dalla porta aperta su lorto si vedeva, al di l del muro, il lago, bianco sotto il chiarore della luna, che traspariva da un gruppo latteo di nuvole, sospese su le vette dei monti di facciata. A un tratto limagine stessa della luna apparve, un po velata, sbucando dalle nuvole, e mand il suo raggio mite a imbiancare i fiori, gli ortaggi, la ghiaia dei sentieri dellorticello, e lalto, rustico campanile che si innalzava di fianco la casa.
 Oh signor Carlo, come  bello!  esclam Paolina, ritta su la porta, con gli occhi vaganti dal lago ai monti, dai morbidi profili e dalle selvagge vette paurose.  Vieni a vedere Ida!  soggiunse, invitando la sorella al fantastico spettacolo.
Questa e il dottore uscirono, lieti di tornare a laperto, in quella calda serata.
La signora Clotilde, don Paolo e la signora Gegia, intavolarono la loro partita alle carte; sempre in tre poich non cera chi volesse fare da quarto fra i giovani.
Giorgio, che finiva di fumare il suo sigaro, passeggiando da un capo a laltro del salottino si trov, a un tratto, fermo davanti al ritratto ad olio della bambina del povero ingegnere Ferrara, ritratto da lui stesso regalato a don Paolo. Lo guardava fissamente come se lo vedesse per la prima volta. E di fatti, mai prima dallora quella figura di fanciulletta, bionda dun biondo dorato, dalla carnagione bianca e vellutata come il petalo duna rosa, la bocca leggermente sdegnosa e gli occhi scuri, profondi e misteriosi aveva attirato la sua attenzione commovendolo bruscamente, per un rapido, involontario confronto con unaltra figura palpitante di vita e superba bellezza.
  strano!  pens con un fiero battito del cuore, non distogliendo gli occhi dal ritratto.   strano!
...
Nella casina della ferriera dormivano tutti, meno Giorgio, che non aveva sonno, e sedeva al tavolino, sforzandosi di interessarsi a la lettura di una pubblicazione scientifica.
Ma lo sforzo era inutile. Solo gli occhi ubbidivano meccanicamente a la volont, restando fissi su le parole. La mente non accoglieva il significato di quelle parole; essa si ribellava a lattenzione; vagabondava lontano.
Indispettito contro s stesso, che non riusciva a raccogliersi interessandosi della lettura, si alz, aperse la finestra, sporse il volto a laria fresca, scura e muta. Si sentiva inquieto e agitato e si stizziva per quella inquietudine e quella agitazione.
Perch, perch quella rivoluzione nel suo mondo interiore?.... Chi gli aveva cacciato dentro quello scompiglio? Forse il conferenziere con le sue parole, tendenti a fare degli operai altrettanti ribelli al lavoro e a la necessit della logica sommissione verso chi sapeva e capiva pi di loro?... Forse le occhiate in tralice di alcuni operai, che pareva volessero sfidare in lui un nemico?.... O non era piuttosto lo sguardo torbido di due magnifici occhioni scuri, che si erano a lui rivolti nel punto in cui il conferenziere si smaniava a dire di prepotenza, di soperchieria, di smania di arricchire, spinta fino al delitto morale?
Ma quale relazione vi poteva mai essere fra lui e il significato di quelle parole lanciate nellaria con voce sonora e grandi gesti teatrali?
Rivide con gli occhi della mente le due mani inguantate di bianco, levarsi da un certo punto della conferenza e battere luna contro laltra, quasi invito a lapplauso, e risent in cuore la collera di quel momento.
Perch quella collera?... La giovine vedova Wordfill non era forse padrona di applaudire chi meglio le piaceva?
 Ma perch quello sguardo torbido e misterioso?  andava chiedendo a laria scura.  Perch del desiderio, quella specie di bisogno di offendermi sempre, di tacitamente minacciarmi, di tormentarmi? Che cosa sono io per lei? E lei che cos per me?
Gli occhi suoi, a poco a poco ascesero, fino al castello, triste nel chiaror fioco delle nuvole, e l si fermarono come smarriti in una visione.
Da una finestra al castello usciva una tremula luce. Forse era quella la finestra della camera di Maria Wordfill; forse ella non poteva dormire, come lui; forse come lui fantasticava l, appoggiata a lo sporto della finestra, con gli occhi vaganti!
 Vede forse il lume uscire di qui!  pens  e si figura forse chio vegli turbato dal ricordo della conferenza e forse anche dal suo sguardo minaccioso.... Ah, sarebbe una soddisfazione per te, mia bella capricciosa;  soggiunse con un sorriso ironico, facendosi a soffiare su la candela.
Rimasto a loscuro, torn a la finestra, e bevve laria con avidit da assetato.
Gi al borgo suonavano le ore a lorologio della torre. Erano voci gravi e tristi, che si spandevano per la valle, infiochite dalla distanza e dallo scrosciare del fiume. Al suono delle ore si un il grido del chi, di l dal fiume; al chi rispose il gufo. Cose e creature si scambiarono un lugubre saluto.
La finestra del castello era sempre illuminata. Egli pi non volle guardar l. Perch i suoi occhi vi correvano come ad una meta?... Discese con lo sguardo gi allacqua del fiume, appena visibile al debole chiarore delle nuvole, e lo ferm su la croce del suicida, che si designava appena fra gli scogli bianchi. E di l, sorse una visione a turbarlo fino a la sofferenza.
Presso la croce, la sua fantasia eccitata vide rizzarsi la figura duna fanciulletta bionda di un biondo dorato, tutta bianca come un sogno, dagli oscuri occhi profondi e la boccuccia disdegnosa. Poi, ad un tratto, la figura della fanciulletta scomparve e sorse in sua vece lalta e squisita figura di una giovane donna, dai capelli di un biondo dorato, la carnagione bianca, gli occhioni misteriosi, la bocca ironica.
 Ah!  fece il giovane togliendosi dalla finestra e chiudendola furiosamente.  Perdo forse la ragione? Sto per ammattire?
Riaccese la candela, poi accese la lampadina della consolle, in un febbrile desiderio di luce, di molta luce.
Se ne stette un momento ansante; si guard nello specchio per vedere se il suo volto fosse quello dun allucinato; si vide pallidissimo; sent che gli tremavano le mani; si gett bocconi sul letto senza svestirsi; e quivi stette in un lieve sopore, finch la pendola del salottino, gi a basso, suon le quattro, e il lume della candela smor nei primi albori.
 Ah!  finalmente giorno!  esclam scuotendosi.
Si alz in fretta. Tuff la testa nellacqua della catinella; fece in pochi minuti la sua toeletta e scese.
Usc, avido daria, di moto e di lavoro. Vide loriente imbiancarsi; sent le campane delle sparse chiesuole suonare lavemmaria dellalba, e entr nellofficina, che il custode apriva in quel punto.
...
Dopo una notte insonne, passata quasi tutta leggendo e scrivendo, Maria Wordfill si era finalmente addormentata, ai primi bagliori, sul canap del suo salottino particolare.
E dormiva un sonno agitato, bellissima nella vestaglia azzurra, dalle ampie maniche aperte, che lasciavano nude le bianche braccia di forma squisita, con i capelli sciolti, la persona adagiata in atteggiamento dabbandono.
La luce rosata del mattino entrava per la finestra attraverso le ricche tende di merletto, rivelando la ricchezza, la morbidezza, i colori gravi o teneri, le linee austere e dolci, di quella stanza segreta e misteriosa, immersa in un silenzio grande, come la vicina camera da letto e il gabinetto di toeletta, che formavano il quartierino della giovine vedova. Un quartierino di gusto finemente artistico, con mobili autentici in stile Luigi XVI, con pastelli, statuette, gingilli di pregio e di valore; e fiori e piantine da per tutto; un insieme di cose belle e elegantissime; una soave armonia di colori e di profumi.
Su la piccola scrivania, vero oggetto darte, stava la lettera, che la signora aveva cominciato a scrivere durante la notte.
E in quella pagina aperta, i minuti caratteri dicevano cos;
Perch, perch ho plaudito quel parolaio, quel butta-fuori idee bislacche, inopportune, sovversive?... Perch ho io dato evidenti segni di approvazione a quel conferenziere che dice e dice per un suo fine speciale, e promette cose impossibili, scaldando la testa degli ignoranti?... Perch, perch ho io battuto le mani a colui, che consiglia la rivoluzione, l dove dovrebbe predicare la pazienza, lefficacia delleducazione, la fiducia nella evoluzione?... Perch?... Per far dispetto al Lanciani, che dallangolo dove stava ritto mi guardava con quegli occhi grigi e fieri, che mi dnno sempre tanto ai nervi.
E intanto mi sono attirata lattenzione e la simpatia degli operai rivoluzionari, che ebbero lardire di venire sotto il terrazzo della villa Di Piano ove io era invitata e quivi fare una chiassosa dimostrazione al mio indirizzo.
Ah che dispetto, che stizza, Anna mia!... Il marchese, sempre gentiluomo, ha volto la cosa in burla; e la marchesa si mostr dolente per quella specie di offesa fatta a un ospite suo, che ella onora della sua stima e della sua amicizia.
Sono crucciata e infastidita. E tutto ci in causa di quel Giorgio Lanciani, che mi provoca con la sua aria duomo indifferente e superiore, con la sua persuasione duomo forte!... Si direbbe che egli mi abbia letto in cuore quello che tu stessa hai indovinato e mi rimproveri cos bruscamente nella tua lettera. Ma poich non ho altro mezzo da vendicare il mio povero padre!... Pensa, Anna mia, che la triste croce mi  continuamente sottocchio, che mi si rizza dinanzi in qualunque punto io guardi gi a la vallata. E da quella croce si stacca per me una voce dolorosa, che mi ripete la tragica storia della mia povera famiglia. Un Lanciani fu causa volontaria della ruina dei miei cari; vorrei che un Lanciani soffrisse per causa mia. Vorrei!... Ma dubito ormai, che la mia povera arma si vada smussando contro una corazza dacciaio. Che questo signore sia davvero un forte? Che sentendosi sfidato voglia sfidare a sua volta?
Te lho scritto; giorni sono, in montagna, avendo io messo un piede in fallo, egli mi sostenne sussurrandomi:  Signora! vi sono pericoli che non bisogna sfidare!
  Quali? chiesi io.
  Quelli della montagna, per esempio!  egli rispose.
  Ve ne sarebbero altri?  chiesi ancora, sprezzantemente.
Ed egli disse, con uno strano lampo negli occhi, lasciandomi su i due piedi:  Forse!
Di quali pericoli intendeva dire?... Avrebbe forse la presunzione di pensare... Ecco, mi sento scottare la faccia di collera, al solo dubbio che egli possa credere... che possa credere....
...
Questo era scritto nella pagina aperta su la scrivania di Maria Wordfill, sempre addormentata sul canap del suo salottino.
Il sole di luglio scendeva a indorare le somme vette doccidente, quando il muggito della sirena si sparse per la vallata, chiamando gli operai a la vecchia ferriera.
La dormiente trasal, si scosse, si raccolse a sedere sul canap, guardandosi intorno trasognata. Ma ricord tosto la notte insonne e in cuore risent subito lincresciosit fastidiosa.
Scatt ritta e si fece a la finestra, che aperse, in unimpazienza di luce e daria libera.
Una nebbiolina azzurrognola fumava su dalla valle, avvolgeva come in velo lofficina e la casa e si innalzava su su, diradandosi, evaporando incontro al sole, che scendeva lento e maestoso.
La sirena continuava a muggire la sua chiamata al lavoro, che doveva recare il pane a parecchie e parecchie famiglie.
La giovane signora punt i gomiti su lo sporto della finestra, si prese la testa fra le palme e lasci vagare il pensiero insieme con gli occhi.
Ella sapeva che la vecchia ferriera era stata riaperta da poco tempo; sapeva che la condizione di molti poveri montanari si era dassai migliorata da che lofficina offriva loro lavoro e guadagno, sapeva che gli operai erano pagati bene l gi e trattati con bont; che avevano la loro cassa di sovvenzioni, che erano assicurati contro gli infortuni, che potevano provvedere a prezzo mite il vitto e il vestito a una cooperativa aperta dalla previdenza dallingegnere.
Sapeva anche che questi non ricavava dal lavoro dellofficina, che un guadagno appena appena sufficiente.
Tutto a la vecchia ferriera procedeva secondo le idee nuove, razionali e filantropiche. Era unofficina modello, e riconosciuta come tale dai giusti e dagli onesti.
Ed ella, malgrado quello che sapeva e di cui era convinta, aveva, per il solo desiderio di indispettire e offendere il Lanciani l fra i monti, nel giorno della gita, dette le parole che ricordava benissimo e che avevano servito di conclusione a la disfogata del professore a proposito delluguaglianza.
Pi non vi sar lo spettacolo di chi lavora  ella aveva detto  per un derisorio compenso e di chi ammassa ricchezze con il frutto dellaltrui sudore.
E non aveva anche dato luogo a credere, che compatisse gli scioperi e anzi li approvasse?
S; che essa compativa gli scioperi, quando erano lespressione necessaria della debolezza e della oppressione; s che in tal caso sentiva sinceramente di approvarli. Ma quando, invece, non erano altro che la conseguenza dellesaltazione di pochi; quando non erano altro che la manifestazione di esigenze pazze, in disaccordo con il buon senso e lo stesso interesse, no, essa non li compativa di certo.
Cera dunque stata una cosciente contraddizione fra il suo sentimento, le sue convinzioni e le sue parole.
 E tutto per lui! il Lanciani!  disse fortemente  il nipote di colui, che fu la causa della ruina della mia famiglia, della morte del mio povero padre!
Con gli occhi a la casina della ferriera ripens la sua infanzia, l trascorsa fra laffetto dei suoi; ripens i giorni intimi e felici; il padre lieto del lavoro; la madre amorosa e sorridente. Riebbe la visione dei giorni sciagurati; un seguito di sforzi inutili, di speranze deluse; la lotta crudele; il trionfo del prepotente; la madre pallida e lagrimosa; il padre invecchiato, cupo, infiacchito fino a la disperazione. In fine lora tragica, a lei, piccola innocente, non nascosta da nessuna piet, nel momento di scompiglio doloroso. La triste improvvisata barella, su cui suo padre giaceva supino, con la fronte squarciata e il volto sanguinolente, ella laveva veduta!... Poi, a chiusa del triste dramma, la fuga, laddio a don Paolo e a la sua sorella!
 Povero don Pop!  usc ad esclamare  povera zia Gegia!
Si sent dentro muovere qualche cosa e fin per piangere; un pianto desolato e amaro.
Ma si asciug presto gli occhi e disse a denti serrati:
 E io dovrei dimenticare, dovrei sorridere a lerede del miserabile, cagione di tanti guai a la mia famiglia, di colui che ha infranto la vita di mio padre e della mia povera mamma e che mi ha resa orfana a quindici anni?
Ricord gli anni passati nel collegio, ove era stata accolta dalla direttrice, amica della sua mamma; anni di mortificazione; una povera assistente guardata dalto in basso dalle maestre, disdegnata dalle educande, delle quali non poteva essere compagna n superiore!
Il ricordo le andava ingrossando in cuore lastio e il desiderio della vendetta.
 Ah! signor Giorgio Lanciani!  bisbigli.  Lei  un forte?... La mia arma dovrebbe spezzarsi contro il suo petto?... La vedremo, signor Giorgio Lanciani! la vedremo!
Si tolse dalla finestra e si guard nella grande specchiera della cornice fregiata. Sorrise a la propria immagine, bella come un sogno, e ripet con le labbra frementi:
 La vedremo!
Il sole, dalle vette sfolgoranti, era sceso nella vallata, scintillava sul tetto dardesia della casina della ferriera, luceva nellacqua del fiume.
I colpi cupi, monotoni e regolari del maglio si spandevano, si innalzavano nellaria come forti battiti del gran cuore della valle.
Dal camino della ferriera usciva il fumo denso e nero, si elevava in pigre e pesanti spire, si sperdeva in alto.
Dal mezzo del salottino, per la finestra aperta, Maria guardava gi, come se una forza magnetica obbligasse i suoi occhi ad affisarsi in quellangolo della vallata.
Un tremulo belato la fece riaffacciare. Davanti al castello passava un branco di pecore tosate e magre, raggruppate intorno al montone, dalle corna ripiegate indietro e il campano gorgogliante, pendente di sotto il muso. Guidava il branco un fanciullo scamiciato, a piedi nudi, la testa scoperta.
Il branco infil il viottolo di ascesa presso il castello, e si sparse lungo la costa verde.
Da un casolare, a poca distanza dal castello, uscirono schiamazzando e gurgugliando galline e tacchini e si sparsero a beccuzzare lerba e gli insetti.
Sotto la pineta sforacchiata dal sole, un quieto somarello pascolava.
Da Faggeta veniva la voce di una donna che cantava una nenia dolcissima. Un cane uggiolava a distanza.
Era per tutto pace, dolcezza e silenzio, appena animato da cose e da creature.
E la innocente pace del verde e delle creature solitarie insieme con i miti susurri dellaria, misero un poco di pace nellanima agitata della giovine signora.
...
Al chiarore della luna pendente sopra la valle, in mezzo a una bizzarra corona di nuvole lattee, gli invitati alla serata del castello  moltissimi  cominciarono, verso le ore venti, a sfilare davanti la casina della ferriera, per mettersi nella stradicciola che si arrampicava fino a Faggeta.
Ed era un cinguetto, un ridere sommesso, un criticare e anche un pochino malignare, a non finirne.
Una signora diceva della villeggiante tale, che pure affettando un certo disprezzo per le feste di campagna, si era fatta venire da Milano una toeletta nuova fiammante.
Unaltra signora consigliava le amiche a non lasciarsi abbagliare dai brillanti della baronessa X; erano tutti chimici dal primo a lultimo; ella sapeva la cosa dalla cameriera della signora.
 Avete veduto la figlia del banchiere?  saltava su una vocetta fessa  si  messo addosso tutti i gioielli di sua madre;  davvero una signorina preziosa!
Un vecchio signore brontolava contro latroce selciato di quella stradetta; bisognava camminare su doglia e averne poi i piedi indolenziti per il resto della notte.
I giovanotti, quasi tutti in smoking e cravatta nera, si accompagnavano alle signorine e alle signore, uscendo spesso in frizzi, in freddure, in arditi complimenti e anche in piccole malignit.
Accorrevano tutti a la festa del castello, e malignavano intorno a quelle signore forestiere, specialmente intorno a la giovine e bella e ricca vedova.
In fin dei conti, chi sapeva chi ella fosse?... Era poi vedova davvero?... oppure...
Una debole voce sorgeva a difesa. La giovine vedova era una signora; non cera dubbio. Si capiva che era una dama da ogni suo movimento, dallalta e fine persona, da ogni accessorio delle toilettes ricche e severe. E poi, se non fosse stata una vera signora, la marchesa e il marchese di Piana, che erano la stessa rispettabilit, lavrebbero forse fatta segno di tanti riguardi, di tante evidenti gentilezze? E poi cera la cognata, quella soave figura di vecchia cos aristocraticamente fine!
Il professore conferenziere, in giacca e cappello a cencio, per non urtare i suoi sentimenti democratici, saliva un po in disparte dagli altri, tutto chiuso nei pensieri.
Nessuno pareva aver occhi e sentimento per la bellezza della vallata, che la luna, apparendo fra le nuvole e disparendo dietro il loro bianco drappo, imbiancava, facendo spiccare il fiume e gli arditi profili delle montagne.
Nessuno pareva sentire il frusco delle erbe, fatte vive dallaria della notte, e i bisbigli di fronde fra le macchie, rotti dalle note insistenti e dalle acute volate degli usignoli.
Si sarebbe detto che nessuno fra quella gente elegantemente e riccamente vestita possedesse la facolt di cogliere le finezze recondite delle cose, che  quanto dire la bellezza da pochi sentita.
Mentre gli invitati salivano al castello, gi nello studiolo della ferriera Giorgio e Carlo Luppoli discorrevano fra di loro.
Fra gli operai ferveva da alcuni giorni una inquietudine minacciosa. Jacopo e i suoi compagni avevano fatto propaganda delle loro idee. Il professore conferenziere aveva, con le sue parole, buttato olio su la paglia pronta a prender fuoco.
E la bella signora del castello, con i suoi gesti di approvazione e gli applausi, aveva mostrato di giudicar buone le idee di chi predicava e di chi fremeva ascoltando.
 Perfino le signore sono della nostra!  aveva sentito dire Carlo gi allofficina da un operaio che sbraitava in un crocchio.
 Non sono mica tutte oche come le donne dei nostri paesi! aveva soggiunto Jacopo  quella signora  forestiera; viene da lontano; dai luoghi ove loperaio comanda lui e non ci sono padroni che tengano, non ci sono!
Si sapeva che anche a la cartiera di riva il lago e al cotonificio, fra gli operai, bolliva lagitazione come a la vecchia ferriera.
Gli industriali, con gli impiegati, si erano raccolti per veder di prevenire, di deliberare, di mettersi di accordo.
Tutti sentivano la minaccia duno scoppio; era come un rombo misterioso annunciante il terremoto.
Discorrendo, Giorgio e Carlo avevano fatto tardi.
Il cuculo del pendolo usc con un piccolo colpo secco, dalla sua nicchia, e cant nove volte il suo verso.
Carlo si lev da sedere. Era gi vestito, in smoking e cravatta nera, come Giorgio.
 Paolina e Ida ci aspetteranno!  disse  si va a prenderle?
 Io avrei una gran voglia di non andare a la festa!  disse Giorgio.
Ma si arrese tosto alle ragioni dellamico. Non conveniva mancare; non bisognava far credere che si fosse intimoriti. Avevano accettato linvito anche il proprietario della cartiera e quello del cotonificio.
Per certo essi erano gi a la festa con le loro signore e signorine. E poi, Paolina e Ida li aspettavano. Non si doveva privarle di quel divertimento. E bisognava andar subito per non far troppo tardi.
...
Il castello, dalle finestre tutte accese, troneggiava su la spianata del monte, con lo sfondo della pineta illuminata dal proiettore elettrico.
Era di un bellissimo, fantastico effetto. Gli invitati, molti del quali non erano mai entrati nel castello, e parecchi pi non lo avevano visitato dopo la morte del proprietario, fluivano per la sfilata delle sale, magnificamente addobbate da persone del mestiere, fatte venire apposta da Milano.
Vi era chi criticava e malignava, e vi era chi affettava indifferenza e noia, quasi che a quella festa si fosse recato per compiere un dovere.
Alcuni, di gusto fine, gustavano le squisite armonie degli arredi, delle pitture, del tutto insieme.
I pi, si compiacevano della gran luce scintillante, della folla elegantissima, dello sfoggio della ricchezza e anche del trovarsi l come invitati, che non era un onore concesso a chiunque.
I giovanotti si compiacevano di dare il braccio a qualche dama o a qualche signorina e di farsi vedere da tutti a girare per le sale cos accoppiati.
Cerano dei signori, che si godevano di piantarsi ai passaggi fra le sale, per veder passare le signore scollate, felici e comprese del loro strascico e dei loro gioielli.
Le signorine, leggiadre nel loro vestiti vaporosi, con fiori freschi a la cintola e nei capelli e la gioia negli occhi, si radunavano in gruppi mettendo in comune la loro scienza per conoscere e far conoscere il contino tale, il tenente tal altro, lavvocato A., lingegnere B., e via via. E l si snocciolavano le notizie raccolte, informandosi e informando del titolo, del nome, del cognome, della professione, dei quattrini e perfino dello spirito dei giovinotti della festa.
Nel salottino della torre, lultimo della sfilata, un nido di quiete, di bellezza raccolta e profumata, Dora, la cognata di Maria Wordfill, tutta in seta nera e merletti preziosi, se ne stava adagiata nella lunga seggiola, sorridente e felice di quella festa, che rompeva la monotonia della vita di Maria; la sua Maria!
La marchesa, il marchese, tutti gli invitati di maggior riguardo erano andati ad ossequiarla, a tenerle un poco di compagnia, allettati dalla sua dolcezza, dalla sua aria di gran dama buona e generosa. Ora con lei erano rimaste due signore attempatelle, venute al castello per accompagnarvi le nipoti.
Maria Wordfill indossava un vestito di seta azzurra, guarnito di pizzi neri antichi; un vestito cos floscio, che dalle spalle e dalle braccia nude, cadeva in larghe pieghe flessuose e si raccoglieva dietro in lunghissimo strascico, modellando a la perfezione le eleganti e fine sue forme.
Nel salotto attiguo a quello del ballo si faceva musica. Un pianista e un violinista di professione, venuti espressamente dalla citt, avevano attaccato un pezzo di gran difficolt e di gran sentimento.
Il violinista, un giovine pallido, dai capelli prolissi e lo sguardo pensoso, strappava dallo strumento suoni prodigiosi di espressione, susurri, grida di dolore, scatti di gioia, soavi cinguettii e apostrofi grandiose.
Maria, mentre gli invitati erano raccolti nel salotto, scivol nella sala di bigliardo, si affacci a la finestra aperta su la valle, guardando gi la stradicciuola, che dalla ferriera guidava a Faggeta e quindi al castello.
Chi aspettava?... Perch fra tutta quella gente si sentiva isolata?... Perch laveva presa il fastidio a vedersi corteggiata dal professore conferenziere?
Perch si era sentita impallidire quando questi le aveva susurrato che fra gli operai della valle e del borgo correvano fremiti di malcontento?... Che le idee nuove attecchivano?... Che per certo non era lontano il momento della logica ribellione?
A lei, egli diceva queste cose!... Credeva egli dunque per fermo che ella accogliesse le sue idee?... Se la teneva dunque in conto di alleata?
Oh quella malaugurata conferenza! Oh quelle sue approvazioni, quei suoi applausi! Come, oh come li pagava cari!
Fra gli operai correvano fremiti di malcontento.
Questa notizia le aveva messo lo scompiglio in cuore.
Per questo forse il Lanciani non era venuto a la festa con le sorelle. Forse gi, a la ferriera, gli operai gi avevano dato prova del loro malumore.
Forse anche il Lanciani si asteneva dalla serata perch era persuaso di seccarsi; perch non voleva trovarsi con lei; una signora fra il ridicolo e il pericoloso, che aveva pubblicamente mostrato di approvare certe idee ingiuste, certe parole sovversive!
 Ed io non potr fargli intendere che qualunque cosa egli pensi di me, qualunque responsabilit egli mi attribuisca in quella noiosa storia degli operai, a me non importa nulla, nulla, nulla!  disse la giovine donna a mezza voce, per far tacere unaltra voce interiore, che le andava bisbigliando una cosa impossibile, una cosa incredibile!  La lettera di Anna mi ha impressionata!  mormor.  E quella impressione mi ha messo dentro lo scompiglio. Come pu ella pensare, come pu ella supporre, che io non veda chiaro nei miei sentimenti e che il mio grande desiderio di vendetta, il mio grande odio si siano andati mutando fino a trasformarsi in... in... Che pazza quellAnna!  fin con un riso forzato.
Ma il riso le si strozz in gola e sent batterle in petto furiosamente il cuore.
Gi sul ponticello, da Faggeta al castello, aveva veduto sfilare, nel chiarore della luna, Giorgio Lanciani con le sorelle e Carlo Luppoli.
Venivano lentamente, senza premura di arrivare. Giunti su lo spiazzo, si fermarono; certo per non entrare in un momento inopportuno, poich, per le finestre aperte, uscivano a spandersi nella notte i suoni del pianoforte e del violino.
Maria si tir dietro le tende per non essere veduta. E di l vide il Lanciani passeggiare su e gi lungo lo scrimolo, con le braccia conserte e la testa china.
 Nessuno legger su quel volto impassibile il menomo segno di angustia!  si trov a pensare.  Ma egli deve essere seriamente turbato!
Come mai lidea del turbamento e della angustia del Lanciani non le fece piacere? Poich non era certo un senso di piacere quello che in quel momento le entrava in cuore.
 Ah!  gemette  che Anna abbia ragione? Che essa indovini il vero nel guazzabuglio dellanima mia?
Una vampata dira contro s stessa le fece scottare il volto. Con atto di fierezza si tolse dalla finestra e arriv nel salotto nel momento in cui gli applausi scoppiavano fragorosi e su la porta opposta apparivano Carlo Luppoli con Giorgio Lanciani e le sorelle.
Ella and loro incontro; sorrise alle signorine, stese la mano prima a Carlo, poi a Giorgio, che la tocc appena, salutando con un inchino corretto.
Il contatto di quella mano fredda, che si era rifiutata di stringere la sua, diede alla giovine signora una impressione di mortificazione e insieme di angoscia, che ella nascose sotto uno sguardo freddo e la bocca leggermente sprezzante.
Ma mentre accompagnava Ida e Paolina nel salotto di ballo, dal fondo del cuore le sorse il ricordo dun consiglio.
Signora! vi sono pericoli che non bisogna sfidare!
 Ah!  proruppe dentro di s.  Tu dunque hai fede nella tua potenza? Credi davvero di essere un pericolo per me? E sia; sapr sfidarlo, questo pericolo; e lo sfider non ostante il tuo consiglio!
Il maestro di musica, seduto al pianoforte, suonava le prime battute duna quadriglia.
Paolina e Ida furono invitate al ballo prima di giungere al loro posto. E Maria dovette accettare per cavaliere il professore, che fu pronto a inchinarsele davanti.
Nervosa e eccitata, ella avrebbe mandato le mille miglia lontano quel signore; ma fece mostra di gradirlo, sentendo che ci avrebbe sempre pi persuaso lingegnere di una simpatia fra le idee sue e quelle del conferenziere.
 Pensi quello che vuole!  disse fra s.  Mi creda una sovversiva, mi creda anche una nemica; ma si persuada, che per me, egli non pu essere n sar mai altro che zero! Oh il presuntuoso!  fin con una fiamma di rivolta nel suo interno.
E si diede a sfoggiare nella quadriglia tutta laristocratica grazia della sua fine e bellissima persona.
Ma, ballando, vide che Giorgio sera messo a sedere presso una signora villeggiante, moglie dun magistrato; una bruna assai attraente, piena di brio e di originalit. E parlava animatamente, strappando risatine a la compagna, e sorridendo lui stesso, con gli occhi, dordinario cos freddi, lampeggianti di insolita vivacit.
Maria si sent calare in cuore il dispetto. Egli non la guardava neppure; non si curava di lei; non aveva occhi e attenzione che per la bella signora bruna.
...
Verso la due, dopo la cena, imbandita con sfoggio di argenteria, di porcellane, di vetri preziosi e squisita ricercatezza di vivande, nella gran sala da pranzo, tutti erano usciti; chi su lo spiazzo e chi nella pineta illuminata, a respirare laria fresca della notte, a fumare, a passeggiare.
La luna era scomparsa dietro le nuvole, che si erano fatte nere e pesanti, offuscando i monti e togliendo la veduta della valle.
I suoni della valle e delle montagne, attutiti dal padiglione delle nuvole grevi, giungevano smorzati e melanconici.
Degli invitati, parecchi impauriti del tempo minaccioso, si congedavano. Altri non avevano lardimento di mettersi in cammino esponendosi al temporale.
 Se il temporale scoppia  diceva la signora del castello  si prolunga la festa fino al mattino e gli si lascia il tempo di sfogarsi!
Il temporale infatti si annunci subito con un rombo di tuono e con un improvviso e frequente occhieggiare dei lampi.
E la folla elegante afflu in massa nelle sale, donde il turbinoso suono del pianoforte, toccato da abile mano, usc tosto per le finestre aperte, andando ai boschi e ai prati della montagna insieme con il brontolo dei tuoni. Strano insieme di gioia mondana e di collera della natura sovrana.
Fuori non erano rimasti che Giorgio Lanciani, il quale fumava passeggiando nellombra e Maria Wordfill, che pure nellombra, ritta e immobile, pareva godere dello spettacolo del temporale.
E cos nascosta nellombra, la giovine donna vide Giorgio Lanciani, in quel momento illuminato dallo sprazzo di luce uscente da una delle finestre del salotto, che parlava fitto con il medico, arrivato allora, accaldato e ansimante.
Lingegnere aveva la fronte corrugata e il suo gesto tradiva la commozione.
A un tratto il medico entr nel salotto e ne usc tosto insieme con i proprietari della cartiera e del cotonificio.
E i quattro uomini, raccolti in gruppo, parlarono animatamente, non curandosi di dire sotto voce.
E allora la giovine donna cap, con un sussulto, di che cosa si trattava. Gli operai della montagna e quelli del borgo si erano dati lintesa di trovarsi prima di giorno, ciascuno davanti a lofficina o al cotonificio o alla cartiera dove lavorava, per esporre le loro ragioni e le loro pretese ai signori industriali.
E dovevano essere pretese e rimostranze tuttaltro che pacifiche. Il medico, che era stato in montagna fino a quellora per assistere un malato grave, aveva sentito e si era potuto fare unidea della cosa.
 Guardate!  disse a un tratto Giorgio.
E tutti videro, per il sentiero al disopra di Faggetta, scendere lentamente una sfilata di gente, al lume delle fiaccole che essi reggevano. A la luce vacillante delle fiaccole, quella gente si distingueva nettamente.
Erano tutti uomini; tutti operai. A un punto, proprio in faccia al castello, si fermarono un momento, e fra i rombi del tuono presero a cantare a tutto spiano.
 Sanno di aver qui degli amici  disse cupamente Giorgio  e sfoggiano il loro ardire!
La minacciosa processione si rimise tosto in cammino serpeggiando sinistramente lungo il sentiero a zig-zag e seguitando a sbraitare la sovversiva canzone.
Dentro, nel grande salotto illuminato, si ballava il minuetto; e la musica voluttuosa usciva per laria buia.
 La mamma  gi sola!  disse Giorgio al medico  io vado gi!
 Ed io vengo con te!  fece il medico.
Il proprietario del cotonificio e quello della cartiera vollero dissuadere lingegnere. Non era prudenza affrontare cos di notte quella gente. A la signora Lanciani essi non avrebbero per certo torto un capello. Non era certo con lei che ce lavevano!... Secondo essi, era meglio lasciarli andare per la loro strada senza farsi vedere e scendere a riceverli sul far del giorno.
Ma Giorgio non si lasci convincere. Pensava a sua madre; e poi si capiva, che desiderava affrontare quella gente, per mostrar loro che non li temeva, che anzi, se faceva bisogno, era pronto a tener loro testa; perch... perch quella rivolta non aveva nessuna ragione di essere; era una ingiustizia, una prepotenza bella e buona. Egli, i suoi operai, non poteva trattarli meglio di cos; grassi guadagni, col frutto del loro sudore, per certo non se ne facevano a lofficina. Ed essi dovevano saperlo, gli operai. Ma cerano dei cattivi arnesi fra di essi, sempre smaniosi di novit e di disordine; poi cerano i sobillatori, che soffiavano nella paglia pronta ad accendersi. Insomma, la cosa era ingiusta ed egli non aveva nulla da rimproverarsi. E quando la coscienza  netta, non c motivo daver paura.
 Io vado!  soggiunse.
E siccome il medico faceva latto di seguirlo, egli lo preg che rimanesse. Affidava a lui e a Carlo Luppoli le sue sorelle e pregava perch n esse n lamico sapessero che egli era sceso a la casina.
I due industriali stavano zitti; impressionati; ma non osavano pi tentare il giovine.
 Non fate imprudenze!  gli raccomand il medico.
Il tuono continuava a rumoreggiare; i lampi guizzavano lividi.
La triste processione continuava a discendere lentamente, e il monotono canto si spandeva nelle tenebre come una minaccia.
Dentro, si ballava allegramente al suono del pianoforte maestrevolmente toccato.
Giorgio Lanciani si perdette nel buio. Ma nel punto in cui il viottolo si apriva per scendere al ponte, egli trasal vedendosi rizzare dinanzi la figura delle giovine signora del castello, che con lanima spaurita nei grandi occhi luminosi, balbett:
 Non vada solo!
Il giovine sorrise a quelle parole, e con la voce nella quale bolliva lironia disse:
 Ella dunque sa?... forse gi sapeva?... Ma io non ho paura, io!... n di quei poveri illusi n di chi li ha illusi!
Non aggiunse altro. Non salut. Scese con passo sicuro e svelto il viottolo e attravers il ponticello, tra gli spessi lampi che lo illuminavano.
Maria se ne stette con il cuore che le batteva a furia in petto e una gran voglia di piangere. Ah! egli pensava che ella sapesse della decisione degli operai!... forse egli pensava che ella stessa, insieme con il professore conferenziere, avesse illusi e forse consigliati quei poveri ignoranti...
 Dio! Dio!  preg con lanima oppressa e sgomenta su le labbra  Dio! come mi deve disprezzare!... Dio! fate che non gli succeda alcun male!
Un fiotto di lagrime le sal dal cuore agli occhi e pianse.
Dove erano andate le sue smanie di ribellione, il suo desiderio di indispettire il giovine ingegnere, di vendicare su di lui le offese dalle sua famiglia patite in causa dellaltro Giorgio Lanciani?... Ella adesso pensava con sgomento a lincontro del giovine con gli operai. Egli, solo, audace, fatto temerario dallingiustizia e forse dallingratitudine; loro, in moltissimi, esaltati, prepotenti, disposti a la violenza!
 Dio! fate che non gli succeda alcun male!  mormor a mani giunte, con la faccia bagnata di lagrime.
La processione, che continuava a scendere, segnando su la montagna una lugubre serpeggiante sfilata di fiammelle vacillanti, a un tratto si arrest; le fiammelle si avvicinarono le une alle altre e si raccolsero in gruppo; il canto cess.
Doveva essere il momento dellincontro. Maria tremava come una foglia; si aspettava di sentir prorompere delle grida e degli urli; si aspettava di sentire nellaria voci di imprecazione e di soccorso.
Non sent invece che uno scroscio spaventoso di tuono; e vide la processione seguitare tranquillamente la discesa!
Non doveva essere successo nulla; che il Signore fosse ringraziato!
Maria Wordfill si asciug le lagrime, e tra i rombi di tuono che riempivano le ombre della vallata, e il guizzare non interrotto dei lampi, rientr nel castello.
Il ballo ferveva, Carlo Luppoli dirigeva la quadriglia; le sorelle di Giorgio, graziosissime nel semplice vestito di mussolina rosa, ballavano tutte sorridenti di piacere.
 Povere fanciulle!  pens con insolito sentimento di tenerezza.  Esse si divertono, e sono ben lontane dal pensare cosa pu succedere l gi.
La riprese lo sgomento di quello che poteva succedere e insieme si sent presa dolorosamente dal rimorso. Forse con i segni della sua approvazione, a la conferenza, forse con il suo stupido applauso, ella aveva contribuito ad esaltare gli animi di quegli operai. Non per nulla lingegnere le aveva lanciate le parole, ingiuriose!  Ella, dunque sa!... forse gi sapeva!
Attravers il salotto e and a sedere presso la marchesa, scusando la sua assenza, che era stata attribuita a una visita a sua cognata, la quale, da qualche ora, si era ritirata sopra, nel suo appartamento.
Il tempo fuori imperversava. Fra il brontolo dei tuoni e il guizzare dei lampi, ora lacqua si era messa a scrosciare, battuta dalle raffiche del vento, che soffiava, urlando fra le gole, la sua furia distruttrice.
I servitori avevano mestamente chiuse le gelosie dal di fuori, e nel salotto le coppie gentili continuavano a ballare non curandosi di ci che succedeva a laperto.
Alle cinque le nuvole si erano sciolte in pioggia, e larcobaleno distendeva la sua fantastica fascia contro il primo raggio di sole.
  mattino! inform il medico entrando nel salotto di ballo.   ora di tornare a casa!  disse piano a Carlo e alle fanciulle.
Il buon giovine non riusciva pi a nascondere limpazienza e la preoccupazione.
Maria gliene seppe grado dentro di s, tanto la preoccupazione e limpazienza rendevano lei pure nervosa e avida di solitudine.
Furono riaperte le finestre e la luce entr a far impallidire le fiammelle delle lampade elettriche.
...
Da parecchi giorni il gran cuore della vallata non batteva pi. Pi non si spandevano per laria i cupi, cadenzati, monotoni colpi, che dicevano una vita sana e rigogliosa.
Il maglio se ne stava immoto su la immensa incudine, come una gran bestia dormiente.
Dal camino alto e sottile dellofficina, il nero fumo pi non usciva a spire pesanti che si innalzava alleggerendosi, fino a sperdersi su, in alto.
Le macchine tacevano in desolato abbandono; le cinghie pendevano floscie e inerti; erano chiuse le gran bocche dei cilindri; i forni mostravano la paurosa gola nera, vuota e fredda.
Nellofficina erano silenzio e solitudine.
Giorgio Lanciani e Carlo Luppoli, insieme con altri pochi impiegati e alcuni capi operai forestieri, ogni mattina, a la solita ora, si trovavano nello studio.
E ogni mattino trovavano a la porta dellofficina chiusa un centinaio di operai e pi, pronti a rimettersi al lavoro, quando il padrone accordasse le concessioni richieste.
Quattro o cinque di essi passavano nello studio e proponevano le solite cose  che venivano costantemente rifiutate.
Poi tornavano ai compagni; riferivano. Per quel giorno ancora non cera nulla da fare; per quel giorno ancora la vecchia ferriera restava chiusa e silenziosa.
E gli operai, in triste processione, prendevano la via della montagna, tornavano alle loro case, pronti a ridiscendere il domani.
 Lofficina non potr mica sempre star chiusa!  dicevano fra di loro.  Bisogna bene che le concessioni vengano accordate!
 Chi la dura la vince!
 La costanza corona la speranza!
 S, ma intanto non si lavora e il pane comincia a mancare!  borbottavano parecchi.
I caporioni bestemmiavano contro la caparbiet del padrone; si aizzavano lun laltro: buttavano fuori grosse parole rimbombanti, e di queste si inebbriavano. Bisogna resistere, resistere, resistere!... Bisogna resistere tutti; in massa. Tutta la loro forza stava nella resistenza. Guai a chi accennava a cedere; non mancavano le minaccie per essi n per i superiori!
A la casina si viveva in continua ansia.
La signora Clotilde si sforzava di parere calma per non impressionare le figliuole. Ma queste, e specialmente Paolina, non avevano un momento di pace. Capivano, che la pazienza del fratello come quella del signor Carlo e degli stessi scioperanti, pi non poteva durare a lungo; capivano, che in quella condizione di cose gli animi si andavano sempre pi inasprendo. Fantasticavano ciascuna nel proprio interno su la peggio, e stavano in continua angustia, in continuo sgomento.
Il medico aveva invano tentato di parlare la voce della ragione ai rivoltosi; don Paolo aveva dette dal pulpito parole sante di carit e di persuasione; era anche andato in mezzo a loro, cercando di smorzare lingiustificato malcontento, di convincerli con il cuore in mano, come un padre ai figli.
Che cosa volevano?... Che cosa pretendevano?... La loro condizione non era forse assai migliorata da quella di prima?... Domandassero ai vecchi come erano trattati gli operai solamente dieci anni prima!... Pretendevano limpossibile dai padroni; questi non potevano rovinarsi per soddisfare alle loro esigenze. Che cosa sarebbe successo se si incaponivano a non cedere?... Si sarebbero chiuse officine e stabilimenti, e... addio lavoro! addio pane!... Certo, la condizione degli operai doveva essere ancora migliorata; sarebbe certo venuto il giorno in cui il sogno della santa uguaglianza si sarebbe avverato. Ma ci voleva del tempo, santo Dio benedetto!... La quercia cresce forse in un solo giorno?... Si forano forse in un giorno le montagne per unire i popoli fra di loro!... Si riempono in un giorno le profondit che disgiungono un paese dallaltro?... Avessero pazienza, avessero fiducia in chi capiva le cose meglio di loro e desiderava il loro bene e agiva inspirato da generosit!... E.... sopra tutto non si lasciassero ubbriacare da parolone e promesse irrealizzabili.
 Tornate al lavoro, ragazzi!... tornate al lavoro!  finiva per raccomandare lottimo prete.
Gli operai, che lo rispettavano e gli volevano bene, stavano ad ascoltarlo con il cappello in mano; riverenti. Ma scuotevano il capo e persistevano nelle loro idee.
E il povero, bravo uomo, tornava a la casina mortificato e dolente.
Al borgo si era inquieti per quello stato di cose. Poich quello che accadeva a la ferriera, succedeva pure al cotonificio e a la cartiera.
A lalba, gli operai arrivavano da tutte le parti; si raggruppavano alle porte degli stabilimenti, parlamentavano con i proprietari e gli impiegati e non ottenendo nulla, si allontanavano,sperdendosi per i monti e per i paeselli di riva il lago.
E quella insistenza, quel silenzio, avevano in s qualche cosa di minaccioso, che teneva gli animi sospesi.
Il marchese di Piana veniva ogni giorno nello studio di Giorgio per sentire come andavano le cose.
E l spesso si riunivano il proprietario della cartiera e quello dei cotonificio, per discutere e vedere insieme, se ci fosse stata una via duscita oltre a quella aperta dalle pretese degli scioperanti, nella quale era impossibile mettersi senza la ruina dellindustria.
Il professore aveva cercato di tenere unaltra conferenza. Ma lautorit avendola proibita, se nera andato altrove, forse a promettere ancora limpossibile, a far vibrare la corda della ribellione nel petto di altri poveretti ignoranti, non ancora persuasi, che al grande progresso morale come al materiale, non ci si arriva con la violenza, ma con leducazione, la pazienza, la evoluzione dei sentimenti, delle idee e delle cose.
Giorgio raccomandava ai colleghi e agli impiegati che badassero bene a non mostrarsi intimoriti.
 Se ci possono supporre spauriti,  finita!  diceva.
E, per persuadere tutti della sua perfetta tranquillit, egli andava ogni giorno, malgrado le rimostranze della madre e delle sorelle, insieme con Carlo o solo, quando questi doveva lavorare nello studio, a fare una passeggiata in montagna.
Fu in una di queste passeggiate che egli rivide la signora del castello.
Era una mattina grigia e melanconica, su dalla valle sudava il nebbione che lentamente si innalzava ad avvolgere nella sua umida fascia il fianco dei monti, riempiendone le cavit, velando le vette, infiochendo i suoni.
Il grigio, compatto vapore raggiunse Giorgio in una insenatura remota ove si era buttato a sedere sul tronco dun noce abbattuto.
Presto il nebbione gli tolse ogni vista dintorno; si distese fra lui e il cielo azzurro, isolandolo.
Ebbe la sensazione di essere diviso dal mondo, staccato da ogni cura noiosa e penosa; staccato dalla vita.
E in quella solitudine silenziosa e morta, che gli toglieva di distrarsi nel mondo esteriore, egli visse un momento della sua vita intima, fra s e se, fra le sue ragioni, il sentimento, le passioni.
Lofficina chiusa, gli operai in sciopero, gli affari arenati, tutto ci che di quei giorni lo impensieriva seriamente, fu dimenticato, quasi strappato dallanima sua da unarcana potenza.
E nellanima sua rimase sola e sovrana limagine di una giovine donna bellissima, che, con accento di intensa preghiera, gli diceva tremando: Non vada solo!
Risent il suono di quella voce sommessa e supplice, rivide quello sguardo, non pi torbido e sdegnoso, ma quasi implorante perdono, ma pieno di sgomento e di tenerezza; e il cuore gli si ammoll di gioia.
 Oh, se fosse vero!  si trov a mormorare  se fosse vero!
Ma al desiderio, a la speranza che gli fecero martellare il cuore in petto, la ragione impose tosto silenzio.
 Sciocco!  si disse con amarezza ed ira.  Sciocco! Ti lasceresti prendere dalle sue arti?... Ella non  altri che una superba, una capricciosa, una creatura strana capace di farti del male; che forse vuole esercitare il suo potere su te, perch le resisti, perch ti senti moralmente forte!
La rivide, in pensiero, l gi a la conferenza del professore, pendere dal suo labbro, dare segni di approvazione, battere le mani, invitando a lapplauso.
La rivide al castello, la sera della festa, sfoggiare nella quadriglia e nel minuetto tutte le grazie affascinanti della sua persona e del suo sorriso; e sorrise lui pure tristamente, susurrando:
 Non  che una grande civetta; vuole spadroneggiare su tutti i cuori; si impossessa di molti con la bellezza, la grazia, il lampo degli occhi; conquista i pi forti con la bizzarria, il disdegno e lindifferenza, cagionando meraviglia, contrasto, lotta, strascinando a la passione. Ma  bisbigli con un sogghigno  non avrai la soddisfazione di fare me tuo schiavo!
Una folata daria corse attraverso lo strato grigio, lacerandolo. Unaltra folata e unaltra ancora, sempre pi forte, soffiarono i leggeri bioccoli su, pi in su, finch fuggirono e si dispersero nello spazio; e il sole stette sovrano.
Giorgio aveva con interesse assistito a la battaglia dellaria contro la nebbia; e ora salutava il sole caldo e doro, che brillava nellerba umida, luceva su le foglie delle piante e animava gi la vallata corsa dal fiume grosso e minaccioso.
Non pi solitudine, non pi silenzio, non pi senso di sollievo per il distacco dal mondo e dalle cose.
Giorgio si alz, rimproverandosi il momento di debolezza che gli aveva fatto godere la pace inerte e vile di chi  stanco di lottare.
Egli non era stanco di lottare: no; anzi si sentiva pi che mai pronto a sostenere a qualunque costo, tutto ci che gli pareva giusto e buono e favorevole al bene e linteresse di tutti.
Fece alcuni passi per il viottolo, arrivando al di la duno scoglio, ove infoltivano i noci. Ma si ferm di schianto trasalendo, nel vedere, ritta contro una pianta, la signora del castello, stretta in un vestito di lana bianca, a capo scoperto, le braccia nude fino al gomito, intorno a la vita una fasciaccia di morbida seta turchina.
Al frusco dei passi ella si rivolse; non fece nessun atto di sorpresa; non si mosse, solo guard il giovine con una strana espressione negli occhi belli.
Egli la salut con un leggiero inchino, senza parlare; e stette un momento a fissarla con lo sguardo freddo e impenetrabile, che impediva di indovinargli in cuore qualunque movimento danima.
Al saluto la signora rispose con un sorriso a stento abbozzato.
 La nebbia mi ha sorpreso qui!  disse senza muoversi.  Mi pareva di essere sepolta viva!  soggiunse.
 Una emozione nuova?  fece il giovine, con accento ironico.  Per chi va in cerca di emozioni  continu  le montagne sono fatte apposta; e... qualche volta... anche le persone che vivono fra di esse.
 Io non vado in cerca demozioni!  disse con voce lontana la signora, distogliendo gli occhi dal giovine.
 Ah!  esclam questi con indifferenza.  Credevo...
Un fiotto dira dimprovviso arross il bellissimo volto, annebbi gli occhi luminosi, fece fremere la voce di Maria Wordfill.
 Che cosa pu credere lei?  balbett.  Lei non mi conosce, ed  stoltezza giudicare dallapparenza.
Si rivolse; infil un viottoletto ripido attraverso un fitto di betulle e scese.
Giorgio stette a vederla, ritto, inquieto, sorpreso di non sentirsi contento per essere riuscito a far vibrare la corda del dispetto nel cuore della bella signora.
Non si mosse di l se non quando la mobile chiazza bianca scomparve ai suoi occhi. Allora prese per un sentiero parallello a quello infilato dalla signora, e scese precipitosamente, sconvolto da una smania, che non si curava di definire.
Ma non riusc a raggiungere la giovine donna come ne sentiva dentro il confuso desiderio.
Ah, se lavesse veduta nella grottaglia verde, ove si era rifugiata, piangere silenziosamente e dolorosamente!
...
Come di solito, da che durava lo sciopero, Ida e Paolina avevano veduto dalla finestra della loro camera scendere, alle prime ore del mattino, la sfilata degli operai per la stradicciuola tortuosa.
Ma quel mattino la sfilata era divisa: veniva avanti la parte maggiore; dietro, un buon tratto, la parte minore,
 Scommetto che c del disaccordo fra essi!  osserv Ida.
 Forse chi si ostina a non cedere si  diviso da chi vuol tornare al lavoro!  fece Paolina.  Hai sentito che diceva ieri sera il signor Carlo?... Diceva che parecchi operai, e fra questi gli uomini fatti, che hanno la famiglia da mantenere, vogliono, ad ogni costo, tornare al lavoro.
 Ma  soggiunse Ida  diceva anche che gli altri, e sono i pi, non consentono e minacciano.
 Ah, Madonna!  sospir Paolina.  Almeno si accomodasse questa brutta faccenda, prima che succeda qualche grosso guaio!
Nellaria tremolava una fine pioggerella che annebbiava la vallata; gli oleandri e i rosai del giardinetto suggevano senza un bisbiglio la fresca e umida spruzzaglia: nel salottino entrava il sentore dei fiori.
Le due sorelle, appena discese al piano terreno, davano ordine al piccolo salotto, che per una porta a vetri aperta su quattro scalini dava nel giardinetto.
Il cancello, gi in fondo al giardino, era semiaperto, e da quello entr a un tratto, come un razzo, una giovane montanara: Rosa, la figliuola di Andrea, uno degli scioperanti per forza.
Vide le sorelle nel salottino e corse dentro, tutta ansimante e rossa per la corsa fatta.
 Ah, signorine! ah, signorine mie.
Aveva il fiato mozzo e non poteva dir altro.
Ida e Paolina la guardavano tutte pallide, prevedendo una cattiva notizia.
 Ah, signorine mie!  riprese a dire la giovane montanara dopo un momento di silenzio.  Ah, signorine! ci pensino loro! provvedano loro!
 Ebbene?  fece Ida ansiosa.
 Di su, presto, per amor di Dio!  supplic Paolina.
 Ho sentito sfamane a lalba  prese a raccontare in fretta la montanara  ho sentito dalla macchia ove facevo legna, Jacopo e un altro che dicevano cose da far rizzare i capelli in testa. Ce lhanno specialmente con il signor Carlo, che  dicono  non  il padrone ed  testardo peggio di lui. Stamattina si presenteranno loro due a parlare, e se non ottengono quello che vogliono... oh Madonna benedetta!... Se non ottengono quello che vogliono.
Rosa si copr la faccia con le mani e soggiunse in un susurro:
 Io ho visto luccicare il coltello, signorine mie! L! presto! pensino! provvedano loro!  raccomand con enfasi togliendo le mani dalla faccia.
Alle parole della fanciulla montanara, Paolina si era fatta bianca come un giglio; e con voce rotta dallo spavento, disse a la sorella:
 Hai sentito, Ida? Lhanno con il signor Carlo. Bisogna avvertirlo; bisogna raccomandargli prudenza! subito!... subito!... Dio! Dio! che angustia!... che pena!...
E, cos come si trovava, nel vestito discinto del mattino, con i capelli sfuggenti in ciocche disordinate dal pettine che li teneva appena raccolti, usc dal salottino, attravers il giardinetto, infil il cancello e corse nello studio, non badando alla folla degli operai che ne ingombravano lentrata.
Giorgio sedeva a la scrivania. Carlo gli stava ritto di fianco; parlavano animatamente.
Paolina, con le mani giunte, i begli occhi lucenti di lagrime, preg, facendosi presso loro:
 Signor Carlo! oh signor Carlo! quegli operai l fuori lhanno con lei. Rosa ha sentito!... Rosa ha veduto!... Per amor di Dio, signor Carlo, usi prudenza! usi prudenza... perch io ho troppa, troppa paura!
E la povera fanciulla usc in un singhiozzo, abbandonando la bella testina sul petto giovine.
Giorgio vide sul volto dellamico una gioia intensa.
La sensibile fanciulla, in quel momento di angoscia, aveva dovuto comprendere tutta la intensit del suo affetto per il giovine e non si dava nessun pensiero di nasconderlo.
 Paolina! mia cara! mia amabilissima!... Oh, Paolina mia!  prese a dire Carlo, con una voce cos dolce e tenera che pi non pareva la sua.  Non piangere! non aver paura per me!... Se mi attaccano sapr difendermi, sai!... Oh, come mi difenderei adesso che so che tu piangeresti e ti affliggeresti se mi facessero del male! Non voglio che tu pianga per causa mia; non voglio che tu soffra per me, mai!
Giorgio accarezz anche lui la sorella e volle persuaderla e tranquillarla.
No, non doveva aver paura. Quegli operai erano cocciuti, erano pazzi; ma cattivi, no!... Non sarebbero stati capaci duna mala azione; stesse tranquilla, povera piccina!
Rassicurata, Paolina aveva staccato il volto dal petto del giovine e gli sorrideva fra le lagrime. Ed era cos bella, cos fine e graziosa nel vestitino discinto di cotone chiaro, con i capelli quasi del tutto sfatti, cos pallida e lagrimosa!
Carlo, felice di quella spontanea rivelazione dun sentimento, che egli credeva tuttora confuso e indeciso, non pot tenersi dal baciare una manina della fanciulla con devota tenerezza.
Il suo maschio volto leale era raggiante. La fanciulla che egli adorava in silenzio, la sua Paolina bella che gli occupava intieramente il cuore, gli voleva bene! gli voleva tanto bene! Oh, come la gioia di questa sicurezza gli dilatava il petto! che gran posto occupava nel suo mondo interiore quella soave creatura!... Tutto il resto veniva dopo; anche lo sciopero; anche il sapere che gli scioperanti lavevano specialmente con lui!
Qualcuno buss a la porta. Carlo fece sedere la fanciulla nella poltrona, presso la finestra.
 Avanti!  disse Giorgio.
Entr Andrea; il padre di Rosa; tutto arruffato, con il barbone brizzolato e incolto; il cappello in mano. Egli veniva per suo conto; nessuno lo mandava. Veniva per dire che ormai le cose erano andate troppo per le lunghe. Bisognava vedere di mettere un fine a la brutta faccenda. Gi, lui per lui, di scioperi non ne avrebbe consigliati mai; che, dalli e dalli, tornano quasi sempre a danno delloperaio e del padrone. Ma neanche aveva potuto rifiutarsi di fare quello che la maggioranza dei compagni avevano voluto. Essi avevano proposto lo sciopero? E lo sciopero lavevano fatto tutti; in massa. Ma ormai la cosa durava da quindici giorni, ed era troppo; ecco! proprio troppo! Su, in montagna, la fame cominciava a far capolino in molte case. E la fame  la consigliera del diavolo; dove essa entra, la pace e il buon accordo scappano dallopposta parte. Le donne strillano, i figli piangono; e gli uomini, che non ci possono nulla, si inacidiscono e si montano la testa. E cos si prepara il terreno per le disgrazie.
Giorgio rispose a loperaio che da parte sua era pronto ad aprir lofficina; magari quella stessa mattina; subito magari! Ma... in quanto alle pretese accampate, egli intendeva e diceva e ripeteva che non se ne poteva far nulla. Accordare quello che gli operai volevano, era quanto andar incontro a la ruina. I guadagni della ferriera non sarebbero bastati a soddisfare le esigenze di chi lavorava.
 La cosa  chiara lampante!  salt su Carlo.  lo lho spiegata; lho fatta toccare con mano. Non si pu, non si pu, non si pu!
Andrea, a capo chino, ascoltava, gingillando con il suo cappellone sbertucciato e unto. Gli si leggevano in volto, dalla barba irsuta fino quasi sotto gli occhi, la contrariet e il timore.
 Quelli l fuori  balbett  sono inaspriti! Oh! oh! oh!
Le esclamazioni furono strappate al buon uomo, al vedere la porta spalancarsi ed entrare un gruppo di operai con a capo Jacopo, che si faceva innanzi con il cappello in testa e laria minacciosa.
Paolina, tutta tremante, si alz e pose una mano sul braccio di Carlo, che aveva fatto alcuni passi innanzi.
 E ora di finirla!  disse Jacopo cupamente, con un guizzo cattivo nei piccoli occhi a fior di pelle.
 Vogliamo lavorare!  fecero gli altri operai in coro.
 Vogliamo lavorare!
 E ci si conceda quello che vogliamo  disse Jacopo.
 Ci si conceda quello che si pu!  salt su un giovine mingherlino.  Ci si conceda anche nulla, ma basta che si lavori!
 Chi  il vigliacco che parla a questo modo?  si rivolse a chiedere Jacopo, con atto sprezzante e minaccioso.
 Io!  rispose il giovine mingherlino.  E smetttila di ostinarti, tu!  soggiunse.  Tu ci metti su la strada della miseria; noi ne abbiamo abbastanza!
 S, s! ne abbiamo abbastanza; vogliamo lavorare noi!  ripeterono parecchi.
 Vigliacchi! vigliacchi!  mormoravano gli altri.
Giorgio volle far loro capire la ragione. Le concessioni non si potevano fare; sarebbe stato il tracollo; tanto valeva chiudere bottega. Pazientassero. Se lofficina avesse fatto maggiori guadagni, egli dava la sua parola di onesto uomo, che tutti avrebbero guadagnato di pi; tutti!... Ma nelle attuali condizioni, non si poteva accordare nulla, nulla, nulla!
 Storie!  salt su uno  storie buone per i minchioni!... A noi non ce la date ad intendere!... Fuori le concessioni!...
 Fuori!
 Fuori! fuori! fuori!
 Noi si lavora anche nelle condizioni di prima  url il giovine mingherlino.
 Noi si era contenti!  grid un altro.
 Non si pensava allo sciopero noi!... Siete stati voi altri a imporci la vostra volont. Siete dei prepotenti!
 S, prepotenti!
 Vigliacchi! vigliacchi!
 Prepotenti!
 Basta, basta!  raccomandavano Andrea e altri uomini maturi.
Lo studiolo era affollato; il corridoio era zeppo di operai, che gridavano, gesticolavano, singiuriavano e minacciavano luno laltro.
Era un vociare confuso; uno spavento di volti alterati e di occhi lampeggianti.
Due giovanotti si acciuffarono, uno cadde tramortito da un poderoso pugno su la nuca.
 Fuori i vigliacchi!
 Abbasso i vigliacchi!
 A la porta! a la porta!
Ma dalla porta assiepata di gente, nessuno poteva uscire. E gli urli, i colpi, le imprecazioni, aumentavano di minuto in minuto.
Giorgio e Carlo, dopo di avere invano tentato di persuadere, di zittire, di imporre la calma, non sapendo pi a qual santo votarsi, impiegarono la loro forza nello spingere fuori quella massa di uomini fatti brutali dalla passione.
 Guai a chi mi tocca!  minacci Jacopo.
 Guai a chi mi mette le mani addosso!  url un altro.
 Sgombrate! sgombrate!
 Non prima daver ottenuto le concessioni!
 Non si fanno concessioni; fuori!
Il parapiglia, le grida, la confusione, erano a lestremo.
A un tratto si vide luccicare un coltello. Jacopo, terribile di collera e di violenza, lo alz sul capo di Carlo Luppoli. Un grido acuto di donna, e il coltello scese a colpire Paolina, che aveva veduto il sinistro bagliore della lama sottile e si era precipitata dinanzi al giovine, in un inconsiderato bisogno di difenderlo e salvarlo.
Il sangue spill dalla spalla della fanciulla colando gi a macchiare il vestitino chiaro.
Cieco di dolore e dira, Giorgio impugn la rivoltella, e intimando lo sgombro, spar in aria.
Pi che la minaccia della rivoltella, pot su quegli uomini, pazzi di passione, la vista del sangue che spicciava dalla spalla di Paolina; pot lo spettacolo doloroso della povera fanciulla, che sveniva fra le braccia del giovine livido di terrore e di spasimo.
Lo studio rimase sgombro in un attimo; non rimasero che Andrea e un altro vecchio operaio.
Fuori si sent ancora, per un poco, un vociare clamoroso, un imprecare contro lassassino; poi successe il silenzio.
Entrarono gli impiegati e i capi operai e rimasero atterriti e violentemente commossi a la vista della bella e soave fanciulla, che giaceva con i capelli sciolti, bianca come un giglio, e gli occhi chiusi su le ginocchia di Carlo Luppoli, inebetito dallo strazio.
 Il medico! il medico subito!  invocava Giorgio tremante e sfatto.
...
La montagna, nel meriggio luminoso, sfolgorava di splendori; la cascata della valle lanciava di scoglio in scoglio, razzi e gemme scintillanti.
Per la ripida viottola, appena praticabile, su per gradini, scavati dal tempo e dalluso nella roccia, coperti di muschio e intralciati dedera, Maria Wordfill camminava lentamente a la volta della chiesetta isolata e calma, dedicata a la Madonna del Soccorso.
Laria della valle soffiava fresca e continua a temperare il calore del sole; le piante folte e frondose, ombreggiavano la via. Ogni tanto una correntella di acqua, una polla spicciante dai massi, fra la verdura, gorgogliavano a la verde solitudine la loro soave canzone, le rondini, fendenti le purezze limpide dellaria, garrivano la loro gioia di vivere.
Maria camminava adagio con andatura stanca, fermandosi ogni poco a riposare su qualche rialzo di terra, su qualche rupe o sopra un tronco di pianta.
Non era pi linfaticabile e ardita camminatrice di prima. In lei si era operato in poco tempo un vero cambiamento. La sua splendida carnagione era impallidita; gli occhi luminosi si erano fatti languidi; la bocca non era pi disdegnosa ma mesta la voce calda e penetrante si era infiacchita.
Dora Wordfill, la gentile e rassegnata inferma, aveva notato quel cambiamento e ne era impensierita. Aveva avuto paura che laria troppo vibrata e la solitudine finissero per danneggiare la salute di Maria, e l per l aveva proposto di lasciare il castello e di andare altrove.
Lasciare il castello!... Quella improvvisa proposta aveva fatto trasalire la giovine signora.
Lasciare il castello!... Ma ella non ci aveva mai pensato, n le pareva cosa possibile. Non sapeva la cara, la generosa vecchia dama, quanti ricordi ella aveva trovato in quei luoghi, ove la fatalit laveva ricondotta?... Non sapeva ella che gi nella valle, in quella casina presso la Ferriera, ella era nata e cresciuta fino agli undici anni!... Non sapeva che la croce nera sorgente fra gli scogli della sponda del fiume, segnava il posto ove suo padre si era ucciso, spinto a disperazione da un uomo cattivo?... E quel cattivo, quel miserabile, si chiamava Giorgio Lanciani, come lingegnere padrone della ferriera e nipote del morto!... E lei aveva accarezzato in cuore il desiderio di vendicare la ruina della sua famiglia. Ma... ma larma scelta per la vendetta le si era rivoltata contro, e invece di ferire si era ferita!
 Oh Dora! oh cara! oh tanto buona!... Sono cos infelice! cos infelice  aveva finito per disfogarsi la giovine donna, singhiozzando.
 Oh Dora!  aveva continuato fra le lagrime  tu gi sapevi tutto di me. Solo non conoscevi il luogo ove nacqui, ove trascorsi linfanzia, ove la mia povera madre moriva!... Eccolo quel luogo; la gi, quella casina!... E in quella casina io aveva vegheggiato di far entrare la mia vendetta. Invece!.. Invece!..
La vecchia signora, punto sorpresa, ma afflitta della afflizione della sua Maria, aveva cercato di calmarla accarezzandola, cullandola con dolci, confortanti parole.
E vi era riuscita. Per la giovine vedova era gi un sollievo laver confidato tutto a la generosa cognata; era gi un sollievo la persuasione, che viveva un cuore nel quale trovavano uneco sincera i suoi sentimenti e i suoi pensieri.
 Cara Dora!  sussurrava in quel momento la giovine signora, camminando e ricordando  Cara, ottima Dora!
Per arrivare a la chiesetta, era necessario passare per un villaggio raggruppato sopra una sporgenza di montagna, come un nido daquile.
Nella piccola piazza, fra la chiesa, la casa comunale, il lavatoio e la palazzina del sindaco, era radunata della gente, che si smaniava a parlare.
 Sentite?  disse una donna  suonano ad agonia!... Oh Madonna che disgrazia!
Cos dicendo la donna sera buttata ginocchioni per terra, e con le mani giunte e gli occhi al cielo, pregava in silenzio.
Altre donne fecero lo stesso, e gli uomini stettero levandosi il cappello.
Nellaria doro vibravano lenti e melanconici i tocchi dellagonia.
 Ah povera creatura del Signore!  esclam una vecchia in su luscio duna povera casa, facendosi il segno della croce.
 Lo diceva io che la doveva finir male!  disse il sagrestano, che aveva finito di scopare la chiesa e se ne stava sul sagrato con la scopa in mano.
 Pace a lanima della poverina!  preg il prete apparendo su la porta aperta della chiesa.
 Pace!  fece il sagrestano scoprendosi!
Dan! dan! dan!... I mesti rintocchi continuavano a vibrare nellaria doro.
Incuriosita e commossa, Maria si avvicin al prete a chiedergli che cosa fosse successo; per chi suonasse quellagonia.
E allora uomini e donne si radunarono sul sagrato, nella smania di informare, di raccontare.
Come? la signora non sapeva!...
Gi, a la ferriera, gli scioperanti ne avevano fatta una grossa. Lei non aveva sentito nulla?... Non aveva incontrato nessuno!... La cosa era andata cos.
Si fece innanzi un giovanotto mingherlino.
 Lasciate dire a me, che ero gi e ho veduto tutto. Sono anchio un operaio della ferriera  spieg a la signora  sono di quelli che non volevano lo sciopero; ma si  dovuto cedere ai pi forti. Io, e molti altri, si voleva tornare al lavoro, anche senza concessioni. I caporioni non ne volevano sapere; ingiuriavano; minacciavano; si venne alle mani. Il signor Carlo volle spingerci fuori dello studio; si vide luccicare un coltello. Doveva cadere sul signor Carlo. Ma ecco gli si para dinanzi una fanciulla; la sorella dellingegnere; quella bionda e bella come un angelo del Paradiso. Il coltello colpisce lei invece del signor Carlo!... Ah povera fanciulla!... Me la vedo ancora dinanzi, insanguinata, bianca, svenuta, e forse morta!...
Maria Wordfill, prima ancora che il giovine avesse finito di raccontare, era tornata indietro, e scendeva in fretta e in furia la ripida viottola, con lanima sossopra, il tintinno nelle orecchie, la gola strozzata dalla emozione violenta.
 Uccisa! lhanno uccisa!  mormorava.  Ah disgraziata! Ah povera piccina!... Ah che strazio per i suoi!... Per suo fratello! E tutto in causa dello sciopero! Ed io che ho approvato, che ho applaudito quel conferenziere!
Si arrest un momento; le mancava il respiro, tanto era affannata; il cuore le batteva con tanta furia, che pareva stesse per scoppiarle dentro.
 Forse in quel malaugurato sciopero, ci ho anchio una parte, una responsabilit!
Esager le conseguenze dellapprovazione e dellapplauso; si sent colpevole; ebbe orrore di s stessa. Si butt a sedere su lerba pi non reggendosi ritta e stette a guardarsi intorno senza vedere, in un esaurimento di tutta s stessa.
Dan! dan! dan
I lugubri tocchi, dopo il silenzio di qualche minuto, ripresero a spandersi nellaria doro; a dire, a ripetere a tutti, che gi a la casina della ferriera scintillante al sole moriva una soave, bellissima fanciulla, vittima di un gruppo di ignoranti, ubbriacati da false promesse, da desideri impossibili, da speranze irrealizzabili.
Dan! dan! dan!
Quei tocchi si ripercuotevano nel cuore della giovine donna, come altrettante trafitture dolorose.
Dan! dan! dan!
Con gli occhi della fantasia eccitata, ella vide, l gi, nella semplice cameretta verginale, la povera morente supina sul letto; vide lo strazio sul volto della madre e della sorella, la disperazione del giovine innamorato, e... e... Giorgio Lanciani immobile, cupo, nello schianto di quellora tremenda, dimentico di tutto e di tutti!
...
Sono le sette di sera. Per la finestra spalancata, Maria, dal suo salottino, vede nel settentrione spegnersi una ad una le vette infuocate delle montagne.
Vede lombra salire su su per i boschi, per i pascoli, per le roccie; sente le campane del borgo e delle sparse chiesuole suonare lavemmaria, invito ai mortali di riunirsi nella preghiera, che insegna amore, che conforta a sperare, che accheta nella fede.
In oriente cominciano ad accendersi le stelle; i piccoli lumi scintillanti si propagano a cento a cento, a mille a mille; laria scura ne  tutta fitta.
Maria ha lasciato la cognata nella sua camera; ha pianto su le ginocchia; ha sentito la dolce, leggera manina accarezzarle i capelli; ha sentito la cara, la debole voce, parlarle di rassegnazione e di Dio.
Ella ha guardato in volto la mite creatura che lama di amore materno e su la sua fronte si sono posate le pallide labbra per il saluto della sera; e i dolcissimi occhi turchini hanno raccomandato la calma e la preghiera.
Ora, la giovane donna, tutta bianca nella candida vestaglia, discinta e soffice nel tessuto finissimo di lana, se ne sta sdraiata su i cuscini del canap, sola.
Vuol pregare, giunge le mani, si raccoglie nel silenzio della sera, con gli occhi agli astri lucenti, alle dormienti montagne.
Prega con uno sforzo della volont, che impone raccoglimento e distacco dalle passioni terrene. Ma solo le labbra pregano; le dolci parole imparate nella infanzia non trovano la via dellanima; si sperdono nellaria come inutile soffio.
Lo spirito della giovine donna  agitato. Nei suoni notturni ella sente voci misteriose accordantisi insieme per cantare, in melanconica nenia, cose tristi e dolorose.
Il gufo bubula il suo verso; la civetta stride, la cascata singhiozza, e laria geme nella pineta.
 una musica dolente;  un cupo canto funebre.
Nella notte afosa, Maria si sente correre i brividi nelle ossa e lintorpidimento le paralizza le membra.
Vuol reagire. Si raccoglie a sedere sul divano; si alza, si affaccia a la finestra.
I suoi occhi sono attratti gi a la casina della ferriera, dalle finestre tenuamente illuminate; un chiarore fioco e vacillante, che dice la veglia dolorosa, che fa pensare a linfermit e a la morte.
E le pare di vedere la soave fanciulla supina sul letto, inerte, circondata da fiori. Due ceri ardono ai piedi del lettuccio. E fiori, fiori da per tutto; fiori e desolazione.
Il funebre odore di fiori recisi e di cera arsa le spira dintorno, le d al cervello; filtra in tutto lessere suo un abbattimento angoscioso.
Con lanima spersa negli occhi terrorizzati, ella vede la madre e la sorella aggirarsi come spettri per la camera e per la casa. Carlo Luppoli, inginocchiato al fianco del letto, bacia lungamente la manina gelida, che tiene nella sua; vuol riscaldarla; geme, prega. Possibile che lamore non riesca a dare la vita a quel cuore che  suo, suo!
 Oh! essere amata cos!  esclama con un fremito di desiderio la giovine donna.
A un tratto, la visione le si cambia dinanzi. Ora  un giovine alto e severo, che con le braccia conserte, la fissa duramente, sprezzantemente, quasi minacciosamente.
 Amore!  egli bisbiglia con un sorriso amaro dironia.  Tu mi cerchi amore!... Si pu forse amare una donna, che ha covato in petto il sentimento duna vendetta stolta?... Una donna, che approva e approva e applaudisce chi induce al disordine e al delitto per il raggiungimento di un ideale, al quale ella stessa  convinta di non poter arrivare che con il tempo e leducazione?... Passione tu puoi ispirare; amore, no!... Lamore che tu vorresti,  per le creature soavi e dolci, che sanno sacrificarsi per colui che amano.
Le creature che possono essere amate come tu sogni, cercale nella quiete della vita domestica; cercale presso luomo sorridente di fiducia e di felicit; vedile sul bianco lettuccio, tra i fiori dellinnocenza e del sagrificio sublime!... Ah tu mi cerchi amore?... Te lavevo detto, che non tutti i pericoli si possono sfidare!... te lavevo detto! te lavevo detto!
I suoni della montagna dormiente, si accordano per ripetere: Te lavevo detto! te lavevo detto!
Attonita nella visione, Maria si lasci cadere in ginocchio davanti a la finestra, e sospir:
 Perdono! Piet!
...
Mezzanotte. La pendola del salotto da pranzo, gi a pianterreno, suon dodici volte. I tocchi, duna sonorit tragica, si diffondevano per tutte le stanze del castello, risonando lenti e gravi sotto le volte altissime.
Mezzanotte. Con il capo intorbidito di stanchezza, Maria si era addormentata sul canap. Dormiva un sonno agitato da sogni; figure impossibili; avvenimenti dolorosi e spaventevoli; incubi penosissimi.
Si svegli di soprassalto al suono del pendolo; si raccolse a sedere sul divano, non sapendo pi dove fosse.
Dalla finestra aperta vide scintillare le stelle nel cielo cupo. Si pass una mano sulla fronte indolenzita.
Cominci a ricordare nebulosamente, come se fra lanima sua e le cose esteriori si fosse disteso un velo.
  forse stato un sogno!  pens con folle speranza.  Forse  stato un sogno; e gi la casina della ferriera dorme tranquillamente.
Ma le bast di farsi a la finestra e di vedere gi la casina debolmente illuminata, per persuadersi della verit dolorosa.
Tolse gli occhi di l e li pass su la croce nera che si distingueva appena al bagliore tenue delle stelle.
Il ricordo del padre le ammoll il cuore. Egli era cos mite e generoso!... Come mai ella aveva potuto pensare che da quella croce partisse una voce di vendetta!...
Sua madre era morta come una santa, rassegnata, serena, ringraziando Dio che le aveva fatto la grazia di affidare la figlia a la generosit di unamica devota.
Come mai aveva ella potuto supporre che lo spirito eletto della sua mamma suggerisse vendetta?
 Oh povero babbo mio! oh mamma! perdonatemi! mormor.  Fui pazza!... Ora sono guarita. Il brusco ritorno in questi luoghi, il ricordo doloroso, mi offuscarono la ragione; fui ingiusta e cattiva. Ma lalta giustizia delle cose mi ha punita. Soffro tanto, ma sono guarita. Perdonatemi!
Gir il bottone della lampada elettrica sospesa su la piccola scrivania, e la fiamma illumin lo studiolo.
Su la scrivania, in una ricca e artistica cornice, era il ritratto dun signore dai capelli bianchi e il volto nobilissimo.
Era il ritratto di sir Roberto Wordfill, il fratello di Dora, il gentiluomo che le aveva dato il suo nome, a lei povera orfana, lettrice di sua sorella. Egli laveva adorata come una creatura preziosa; e prima di morire le aveva susurrato:
 Sei tanto giovane, mia povera cara!... Sarai amata. E il mio spirito riunir a la tua unione con luomo felice che ti avr inspirato stima ed amore.
 Oh sir Roberto!  sospir la giovino vedova.  Avresti tu potuto credere che il cuore della tua Maria potesse nutrire un sentimento di vendetta?
...
Lalba; una livida luce crepuscolare; laria frizzante.
Gi nel salotto della casina, Giorgio passeggiava agitato.
Il lume della candela, posata su la consolle, moriva nel primi albori. La pendola di su lo sporto del camino ansimava il suo tic-tac, triste in quel silenzio, come la tristezza della natura tutta.
Un leggiero passo di qualcuno che scendeva la scala, nel corridoio. Il passo savvicin; fu aperto luscio; comparve il medico, pallidissimo.
Una muta interrogazione negli occhi di Giorgio.
 Io non dispero!  rispose il medico, mentre sedeva sul tavolino e scriveva in fretta alcune righe.  Telegrafo a Pavia, a un mio antico professore, un grande uomo di cuore.
 Verr?...
Una grande ansia e una grande speranza in quella domanda di Giorgio.
 Verr! Lo conosco,  un uomo di cuore,  generoso. Partir appena avuto il telegramma; sar qui stassera.
Usc nel corridoio, entr in cucina, ove Andrea e due altri operai erano venuti a far nottata, pronti a ogni bisogno.
 Questo telegramma al borgo, subito!  ordin il medico consegnando il foglio e i danari.  E se limpiegato dorme, lo si svegli!  soggiunse.
Andrea si lev gli zoccoli per non far rumore camminando e usc subito.
Il medico, rientrato in salotto, trov lamico suo, ritto, immobile, con gli occhi abbassati e le braccia abbandonate lungo i fianchi. Gli pos le mani su le due spalle, lo guard negli occhi e disse:
 Bisogna esser forti!
 E la mamma? Ida?  chiese Giorgio con il pianto nella voce.
 Le ho obbligate a riposare un poco nella camera vicina.
 E Carlo?
 Sempre l, al letto!  suo diritto.
Giorgio si lasci andare a sedere nella poltrona; punt i gomiti su le ginocchia e nascose il volto nelle mani dando in pianto convulso.
 Sii forte!  gli ripet il medico con la gola strozzata.
 Non ne posso pi!  lament il giovine.  Oh, povera sorellina mia! Oh! non avessimo mai lasciata la citt! Su questa casa pesa la maledizione! Oh, povera la mia sorella, cos dolce, cos angelica!
 Bisogna esser forti!  torn a raccomandare il medico.  Io non dispero; e poi, ho fede nel mio professore. Coraggio, Giorgio! pensa a quelle povere donne l su!... Io torno dalla malata.
Rimasto di nuovo solo, Giorgio si alz, aperse la porta a vetri che dava nel giardino, tutto fiorito, tenuto con cura minuziosa, con i piccoli sentieri bianchi di ghiaia; il giardinetto che era la gioia delle sue sorelle, e specialmente di Paolina, che adorava i fiori!
Loriente si era imbiancato; le campane suonavano lavemmaria dellalba.
Egli lasci vagare gli occhi su le cose, senza interesse, come se dentro gli si fosse soffocato ogni sentimento di simpatia fra lanima e il mondo esteriore.
Guard la croce nera di l dal fiume.
 In questa casa pesa la maledizione!  mormor pensando al suicida e la ruina della famiglia Ferrara.
Poi ricord la paura di Paolina, alla sera in cui la luce del proiettore aveva illuminato sinistramente la croce. E senza che la sua volont ci entrasse per nulla, si trov a guardare il castello, tetro nella incerta luce del primo mattino.
 L su si dorme tranquilli!  pens.  Una sventura ad altri toccata, non  causa daltro che di una emozione nuova; un diletto dellanima, che aspira al nuovo e al romanzesco!
Uno stridere del cancello. Chi poteva essere a quellora?
 Ah! don Paolo!
Il prete veniva innanzi un po curvo, con la onesta faccia afflittissima.
Strinse la mano al giovine.
 Ho tanto pregato il Signore!  disse.  Ho fatto accendere il cero a laltare della Madonna!
La ingenua, sincera fede commosse il giovine.
 Io lo spero!  soggiunse il prete.
Si aperse luscio che dava nel corridoio e apparve Ida.
 Ha parlato!  disse con il fiato mozzo.  Ha chiamato la mamma; ha riconosciuto Carlo!
...
La povera Paolina pareva trasfigurata sotto il calore della febbre.
Il volto cos bianco, cos trasparente, aveva il pallore dellavorio; gli occhi apparivano pi grandi e pi lucenti. Li apriva ogni tanto, lentamente, a fatica; vagavano per la camera senza espressione, senza coscienza; e finivano sempre per portarsi su Carlo che le stava seduto al fianco, pallidissimo, sfatto, incurvato dal dolore immenso.
Le rinnovava il ghiaccio sul capo: le ravviava i bei capelli sparsi, con mano leggiera; non le toglieva gli occhi di dosso; la sua vita, lanima sua erano l; dentro di lui non cera posto altro che per il suo grande amore doloroso.
Ella lo fissava senza riconoscerlo; muta, immobile. Solo una volta, nella notte, aveva steso il braccio nudo, delicato, duna grazia quasi ancora infantile e gli aveva posato la manina sul polso, con una scintilla di tenerezza e di dolore nello sguardo.
Un fiotto di pianto era salito dal cuore a la gola del povero giovine, che si era chinato a baciare lieve, lieve, religiosamente la manina esangue ed inerte.
 Oh Paolina mia!  gemeva in cuore il povero giovine.  Oh mia carissima! mia adorata!... che io avrei voluto circondare di tenerezza, di cure infinite! che avrei voluto difendere da ogni piccolo cruccio, da ogni leggerissima pena!... Oh mia bella creatura! cos giovine! cos innocente!... Dio! Dio! Dio! fate che guarisca!... O se proprio lo volete con voi il mio angelo adorato, prendete me pure con lei!... siatemi pietoso! sapete bene, vedete bene, che io non potrei vivere senza di lei, la mia fanciulla... Paolina! Paolina!  finiva per chiamarla in un soffio.  Ma Paolina!... Guardami! dimmelo con gli occhi belli che guarirai! che vuoi guarire; che il Signore e la Madonna ci faranno la grazia a tutti due. Oh la mia povera adorata! oh Dio, che strazio!
Gli gocciavano gi per le guance lagrime silenziose. Al dolore arido, che gli teneva il cuore serrato come in una morsa infocata, succedeva un dolore fatto di piet, di tenerezza, di disperato abbandono a la potenza e a la misericordia di Dio.
Il medico entr in punta di piedi; si avvicin al letto; lev il lenzuolo dalla spalla ferita. Una striscia di sangue apparve fra la spalla e il collo al disopra della fasciatura.
Adagio, adagio, con laiuto di Carlo, il medico volle sollevare la malata per vedere dietro la spalla.
La poverina emise un gemito, aperse gli occhi, che teneva chiusi da un poco, e fu allora che chiam la mamma, e sorrise, dun melanconico sorriso doloroso a Carlo.
La mamma accorse. Ida discese a chiamare il fratello e con don Paolo si affrettarono su, nella piccola camera sacra del dolore.
...
Nella valle  tornata ad echeggiare la musica del lavoro.
Il maglio batte ancora regolarmente i suoi cupi e forti colpi; dal camino alto e sottile della vecchia ferriera il fumo esce ancora a grosse spire nere e pesanti, che si innalzano lentamente, alleggerendosi, dissipandosi nel vuoto come lievi vapori azzurrognoli.
Il lavoro ferve nella ferriera.  un continuo febbrile girare di ruote, di fiamme che guizzano, e fiumi di metallo liquido incandescente, che si precipitano in profondit tenebrose;  un pandemonio di neri meccanismi spaventosi, che brontolano, urlano e fischiano nei fumidi capannoni;  un via vai di gente scamiciata, nera di carbone, affaccendata e attenta.
E quella gente ora  concorde e tranquilla; e, quello che pi importa;  fiduciosa.
Hanno toccato con mano che il padrone non poteva accordare le concessioni richieste, senza mandare in ruina la sua industria; hanno capito, che nessuno pu fare limpossibile, anche chi ha le migliori intenzioni; e delle buone intenzioni dellingegnere Lanciani essi non dubitano. Egli  riuscito a far loro intendere la ragione. Aumenteranno i guadagni?.... Aumenteranno le paghe; e gli operai sarebbero anche interessati negli utili.
Lingegnere Lanciani non ammassa certo ricchezze a scapito della gente che fa lavorare; egli  giovine dalle idee moderne;  generoso, vuol bene agli operai e vuole il loro meglio.
Ma lofficina  aperta da poco; non si possono mica far miracoli; bisogna pazientare; e, quello che pi importa, vivere e lavorare damore daccordo e aver fiducia nellavvenire.
Cos a lofficina ora tutto va via liscio e regolarmente.
Quel mattino si aspettava per la prima volta, dopo, il triste fatto, il signor Carlo Luppoli. Gli si voleva fare una dignitosa dimostrazione di simpatia.
Lo si aspettava con impazienza. Un ragazzetto era stato mandato fuori a spiarne larrivo.
 Viene!  corse dentro ad un tratto il ragazzo ad avvertire.
Allora tutti lasciarono il lavoro e si schierarono ai due lati interni della porta.
Quando il giovine entr e si ferm di tratto sorpreso, tutti quei lavoratori lo guardarono senza parlare; colpiti.
Le sofferenze, le angustie, i lunghi dolorosi giorni di reclusione, nella camera della malata, lo avevano trasfigurato. Sul volto, gia abbronzito, era disteso un pallore malato; gli occhi erano cerchiati di livido; nei capelli gli si vedevano dei fili bianchi; lalta ed eretta persona pareva leggermente incurvata. Per fino la voce, cos forte e poderosa, gli si era infiochita.
 Ebbene?  fece, un po commosso dalla inaspettata accoglienza.
Uno dei capi si fece innanzi a spiegare. Avevano voluto mostrargli il loro piacere di riaverlo nellofficina; avevano voluto congratularsi per la ormai sicura guarigione della signorina; anche, avevano voluto chiedergli perdono, per essi e per tutti!... Erano povera gente ignorante e rozza; ma il cuore ce lavevano anche loro; e se lavevano fatto il male erano capaci di sentirne rimorso e di pentirsi.
Carlo Luppoli stese la mano al capo che aveva parlato per tutti, senza parlare, perch la commozione gli serrava la gola.
Lindebolimento fisico e morale rendeva facile a la commozione quel giovine tanto energico e padrone di s.
And, seguito da tutti, che tornavano ciascuno al proprio lavoro, diritto alle sue macchine. Le visit, le accarezz degli occhi con compiacenza intima, come se fra lui ed esse corresse della simpatia; come se si fosse trattato di esseri viventi.
Per lui infatti, quei grandi mostri neri e paurosi, racchiudevano, nei loro complicati congegni, gli studi, le invenzioni, gli ingegni di tanti uomini eletti, che avevano dato una spinta poderosa al grande progresso del secolo.
Non erano masse inerti e morte quelle macchine; ma qualche cosa di vivo; grandi alleati delluomo nelle fatiche e nel trionfo del lavoro.
La contemplava con interesse, con ammirazione, lieto del rumor sordo che facevano lavorando; in quel rumore sentendo una energica voce, che gli additava, che gli imponeva il lavoro.
E il lavoro lo riprendeva, lo riaffermava scuotendolo, infondendogli energia, confortandolo degli affanni patiti.
Oh quanto aveva patito!... La sua fanciulla adorata era stata in fin di vita una prima volta e poi una seconda per incrudimento del male. Tutti lavevano data per perduta; perfino il professore venuto apposta da Pavia. Ma Iddio aveva avuto piet del suo immenso strazio; forse la morte non aveva avuto il coraggio di strappare a lamore una creatura tanto bella e adorata! Ora il pericolo era scongiurato; e la sua Paolina guariva, guariva, guariva!
E a lui voleva tanto, tanto bene.
Un amore non di spasimi, ma di dolcezza e di generosit; un amore di creatura eletta; di quelle, che nella vita non amano che una volta sola; che hanno un sentimento immutabile per le cose belle, per le cose buone e per lamore.
E quella eletta, soave creatura sarebbe stata sua, la davano a lui, sicuri di affidarla a un cuore degno di possedere e custodire un simile tesoro.
Questo egli pensava, diritto davanti alle macchine, quasi a confidare ad esse le sue intime gioie e le sue speranze.
Un operaio venne a chiedergli uno schiarimento. Egli and con lui davanti al gran banco, ove i meccanici riparavano ai guasti degli ordigni e apprestavano i ferri necessari.
Un raggio di sole scendeva dallalto finestrone e batteva sul banco ingombro, scintillante di polviscolo metallico. Una diecina di giovanotti, dallocchio intelligente e la mano abile, lavoravano tutti intorno al banco.
Carlo esamin gli ordigni; sugger, consigli; poi cominci lui stesso a limare, battere, attanagliare, provando un piacere forte nel maneggiare i rudi utensili, aspirando, con una specie di volutt, laria satura del particolare sentore dofficina, guardando con soddisfazione grande le sue mani, fatte bianche e morbide nellinazione, annerirsi e cincischiarsi.
Il lavoro lo aveva ripreso; nel lavoro si ritemprava la fibra ammollita dal dolore; nel lavoro pensava al suo amore con la fierezza, fatta dalla coscienza di compiere il suo dovere duomo, intelligente e forte, che vive della sua forza e della sua intelligenza.
La campana del mezzogiorno lo sorprese. Erano gi sei ore che si trovava nellofficina!
Lo prese il desiderio imperioso di rivedere Paolina e pass nello studio per tornare a la casina con Giorgio.
Lo trov seduto a la scrivania, con i gomiti puntati e la testa nelle mani.
Al frusco dei passi, tir gi le mani e lasci scoperto il volto pallido, con gli occhi umidi.
 Che ?  chiese Carlo inquieto  qualche guaio?
No, no; non cerano guai; gli affari andavano a gonfie vele. Tolse di su la scrivania una lettera e la porse a lamico.
 Leggi qui!... Una grossa commissione, la pi grossa e la pi vantaggiosa che abbiamo avuto. Gli affari vanno a gonfie vele  ripet.
Parlava vibrato, sorridendo; ma nellaccento e nel sorriso si sentiva e si vedeva lo sforzo; si capiva che voleva parere contento.
Ma Carlo gli leggeva troppo bene in cuore per lasciarsi ingannare.
Diede unocchiata a la finestra spalancata; e di l dal fiume, lungo il viottolo sassoso e quasi impraticabile, serrato fra la montagna scogliosa e la sponda irta di massi e di pietroni, vide la giovine signora del castello, stretta in un vestito scuro, che camminava lentamente con un gran ombrellino rosso aperto e un mazzo di fiori silvestri in mano.
 Ah!  fece fra di s, spiegandosi latteggiamento in cui aveva trovato lamico, e il suo modo di parlare punto naturale.
Ma fece mostra di niente e disse:
 Si va a casa insieme?... Sono impaziente di rivedere Paolina.
Giorgio indugi un momento, fingendo di cercare alcun che. Ma Carlo lo sorprese che, senza parere, si affacciava a la finestra.
 Povero amico!  pens  quella forestiera si  messa nel suo cammino come un ostacolo difficile a superarsi. Come andr a finire?... Si capiscono almeno? Corre della simpatia reciproca fra di essi?... Lei  strana; lui chiuso come una tomba!...
Fece un rapido, quasi involontario confronto fra la signora del castello e la sua fanciulla; questa cos soavemente dolce; quella tanto fiera. Tutte e due belle, anzi bellissime; un fiorellino di campo luna, laltra superba rosa da giardino. Ma quanto pi bella, quanto pi interessante, nella sua grazia duna semplicit squisita, il fiorellino dei campi!... E quanto, quanto pi desiderabile e cara!
...
Ottobre. Un mattino melanconico e dolcissimo. Un senso di pace infinita piove dal cielo di turchese e di amatista; le foglie cadono con lenta grazia, con un lievissimo frusco di saluto a la vita; la natura tutta  di una bellezza stanca.
Don Paolo sale su per la montagna avvolgendosi per ripidi sentieri, per accorciatoie da capra, brancicando attraverso macchie e cespugli.
Ha fretta di arrivare. Lhanno mandato a chiamare mentre diceva la prima messa.
Il vecchio padre di Jacopo, loperaio ribelle e esaltato fino alla pazza, colpito al cuore e nellonore di povero uomo onesto e stimato, dopo il truce fatto, dopo larresto del figlio e la condanna a un anno di prigione, ha cominciato a deperire; poi si  ammalato. Adesso sta male. Il medico  su fino dallalba; ma il medico oramai pi non basta; ci vuole il prete.
E don Paolo si arrampica, ansimando, nella smania di giungere in tempo.
La casuccia dove Jacopo  nato e cresciuto  appiccicata a la montagna; lo scoglio serve di muro di fondo; sono due stanze a terreno; chiatte sterrate. E attigua alle stanze  la stalla ove la vacca mugge di tanto in tanto, grave e sonnolente, il suo desiderio di pascolo fresco e profumato.
Al letto dellinfermo  il medico, attento e premuroso.
La vecchia moglie lagrimosa, davanti al fuoco, fa scaldare un po di brodo.
Ha gli occhi rossi; una tristezza rassegnata appare sul suo squallido volto.
A sedere sul povero letto, con la testa appoggiata ai guanciali sovrapposti, il vecchio respira affannosamente.  una bella testa espressiva e addolorata.
Non sta malissimo. Il medico assicura, che con un poco di pazienza, molta cura e anche un briciolo di buona volont, egli pu cavarsela e vivere tanto ancora da rivedere il figlio a casa e riaverlo pentito e onestuomo.
Il vecchio si commuove a queste parole; gli luccicano gli occhi; gli trema il mento, e fisa gli occhi infossati, ora sul medico, ora sul prete, in muta preghiera.
 Ancora! ancora!  pare che supplichi  ancora la voce della speranza!... Ditelo ancora che mio figlio torner e sar lavata la macchia schizzata sul nostro onore di povera gente, che non ha mai fatto male a nessuno!
E don Paolo a chetarlo, a persuaderlo, stesse tranquillo, povero uomo, povero padre!... Lingegnere Lanciani non serbava rancore al disgraziato giovine. Egli lo aveva difeso davanti ai giudici; aveva perdonato a lo scatto, che avrebbe potuto essere causa di morte.
E la cara, langelica creatura, che egli aveva ferito invece di Carlo Luppoli, che aveva tanto sofferto e che era stata in fin di vita, ah quella non aveva mai avuto una sola parola di rimprovero per colui che le aveva fatto un cos gran male!... E adesso, chiedeva ogni giorno di lui, povero vecchio, e raccomandava a la madre, che ogni mattino gli mandassero la carne, il vino, il caff!...
 Ottima gente questi signori Lanciani!  finiva per esclamare il prete.
 Lingegnere Giorgio Lanciani fa dimenticar laltro: il morto!  fece il medico.
Ed il malato assentiva ed approvava con lespressione del povero volto emaciato.
 Bisogna  balbett con la voce debole e rauca  bisogna perdonare allo zio per il bene che fa il nipote!... Il signor Giorgio... ... un cuor doro!
Si sent una voce in cucina. Qualcuno parlava con la vecchia.
Subito apparve sulla soglia la signora del castello, bellissima, nel semplice vestito nero, con il cappello mencio, da uomo, in testa.
 Bisogna  balbett ancora il vecchio, con lostinazione propria dei malati  bisogna perdonare allo zio per il bene che fa ai nipoti. Il signor Lanciani  un cuor doro!
Maria Wordfill sent, che queste parole le scendevano in cuore come un rimprovero e insieme come una gioia dolorosa.
Ella si fece presso il letto. Il malato la guard con un lampo di piacere nei poveri occhi stanchi. Si capiva, che si conoscevano; anzi, che erano amici.
Il medico si inchin davanti a la signora, e inform il prete, che ella era unassidua e pietosa visitatrice del malato; che lo aveva anche materialmente soccorso varie volte.
 S! s!  assenti il vecchio.
A stento, ansimando forte, mise una mano sotto il guanciale e tolse uno sgualcito e unto portafoglio di pelle.
 Ci sono dei grossi biglietti!  esclam.  Per quel poveretto!... Carit sua!  fin riponendo il portafoglio e additando la signora.
Don Paolo vedeva per la prima volta davvicino la giovine signora e la guardava con strana fissit.
Dove diamine aveva egli veduti quegli occhioni scuri e pieni di espressione; quei capelli che parevano doro filato; quella carnagione da foglia di rosa, che non gli tornavano nuovi?
 Forse qualche quadro della Madonna!  pens, avvicinandosi a linfermo.
Ma sent quegli occhi luminosi fissi su di lui e ne ebbe un turbamento singolare, come se essi gli discendessero in cuore a disseppellirvi ricordi lontani e dolorosi, ma non definiti, non precisati.
Il vecchio si era riavuto; per quella volta pi non cera bisogno del prete che gli raccomandasse lanima. Egli poteva tornare a casa. Disse alcune parole di incoraggiamento, esort a pazienza, promise che sarebbe tornato a vederlo e fece per andarsene insieme con il medico.
Passando davanti a la forestiera, pieg il capo in segno di saluto; ma questa gli stese la mano inguantata con un sorriso melanconico.
 Dove diamine ho io veduti quegli occhi, quella carnagione e quei capelli?  si chiese ancora il prete su la soglia della porta, rivolgendosi a guardare la signora, ritta al letto del malato.
E tanta era linsistenza di quella domanda di s a s stesso, che lungo il sentiero di discesa si trov a ripeterla ad alta voce, come se il compagno avesse potuto rispondergli.
Ma siccome questi si strinse nelle spalle in atto di chi non sa n pu sapere, egli disse, pure forte, la sua supposizione:
 Forse qualche quadro della Madonna!
 Forse!  fece il medico.  Io per me,  soggiunse  di donne cos belle non ne ho viste mai. Ma... sempre per me...  una bellezza da quadro; ammiro, ma non sento nulla!... Quello che  certo  continu il medico, dopo una breve pausa  , che quella donna,  una creatura strana. Qualche volta  altiera, che tiene a un miglio distante; qualche altra  di una cortesia squisita. Con la povera gente, per,  invariabilmente gentile e pietosa. Durante lo sciopero, io lho incontrata parecchie volte, nei paeselli e nei casolari della montagna; esortava le donne a far intendere la ragione ai loro uomini; che tornassero al lavoro; che avessero pazienza; che non pretendessero miracoli da chi li faceva lavorare Questo ho sentito io con le mie orecchie. Ma io lho anche veduta l gi, a la malaugurata conferenza, approvare e dare lei stessa il segnale dellapplauso. Chi la capisce?... Sua cognata, quella bella vecchia inferma, che io vado qualche volta a visitare, ebbe a dirmi un giorno, tutta spiacente, che a la notizia del triste fatto gi a la ferriera, ella ebbe una tale violenta scossa da star malissimo per parecchi giorni. Sono di quelle nature complicate, che bravo chi le capisce, ecco!
Scendevano lentamente, fermandosi ogni tanto a riposare, perch don Paolo non era troppo forte nelle discese; gli tremavano le ginocchia e gli si indolenzivano i piedi.
A un punto, ove la costa della montagna si scaglionava in larghi e fertili ripiani, il medico addit al prete una giovine donna, curva con la schiena al sole, la gonna lacerata, il fazzoletto ripiegato sul capo.
  Rosa di Andrea  disse  quella che doveva sposare Jacopo.
 Ohe, Rosa!  chiam.
La fanciulla si rizz su le gambe nude fino quasi al ginocchio, e fiss gli occhi grandi e neri, pieni di selvaggia tristezza, su chi la chiamava.
 Serva!  disse semplicemente.
Poi si chin a raccogliere un voluminoso fascio di erba; se lo caric sul dorso, disparendo quasi completamente di sotto il verde, fiorito e profumato carico; e si avvi per la salita.
Fatti una ventina di passi, si rivolse tutta dun pezzo, e dal fascio verde arruffato usc una voce un po tremante, a dire:
 Mi salutino le signore, gi!... Vorrei vederle, ma... ma...  stata troppo, troppo grossa!  concluse in un singhiozzo, riprendendo il cammino.
 Quella povera tosa  mormor il medico  non pu darsi pace. Perch parlava a Jacopo, le pare di avere una parte della colpa di lui, quel farabutto!
 Quel disgraziato!  corresse pietosamente il prete.  Dio gli avr toccato il cuore!  soggiunse.
Arrivarono a la casina. Entrarono nel giardinetto per il cancello semichiuso.
 Qui!  li chiam una vocina debole e vellutata.
Era Paolina, uscita a laperto per la prima volta in quel giorno mite e tranquillo.
Se ne stava seduta nella poltroncina di vimini, sul rialzo di terreno coperto da un folto padiglione verde, in fondo al giardino, donde si vedeva gi la stradetta e pi gi il fiume.
Ida e la mamma le erano vicine e lavoravano.
Il medico baci in fronte la fidanzata; la sua rigogliosa fanciulla, semplice, buona, duna schiettezza che le si indovinava negli occhi e nel sorriso, e generosa fino a loblo completo della propria sensibilit.
Ah! Il giovine medico aveva imparato a stimare nella sua futura sposa unanima forte, capace di padroneggiarsi e di imporsi.
Nella dolorosa medicazione della poverina ferita, egli aveva sempre avuto un valido aiuto nella sua Ida, che pure soffrendo moralmente del dolore fisico della sorella, non si smarriva, non veniva meno nel suo compito di infermiera intelligente e coraggiosa.
 Pare nata apposta per essere la moglie di un medico!  diceva spesso fra di s il giovine con intima compiacenza.
Paolina era idealmente bella, con i capelli raccolti in lento nodo un po della nuca, lesile e bianca figurina avvolta in una vestaglia di lana di color turchino.
Ella stese la manina, che usciva, candida e leggermente venata dazzurro, dalle maniche ampie, prima al prete, poi al medico, sorridendo dellineffabile sorriso di creatura squisita.
 Oh, don Paolo! come sono contenta di essere fuori a laperto! Come ringrazio Dio che mi ha fatta guarire!  diceva tutta commossa.
E non si saziava di guardarsi intorno, come se per la prima volta si fosse trovata dinanzi a la bellezza magnifica e pia delle montagne brune, che in quellora si staccavano nette sul fondo chiaro, velato da una tenue sfumatura di viola: come, se per la prima volta, avesse veduto gi nella valle il fiume dai lampeggiamenti e dai tremolii vivissimi sotto i raggi del sole.
 Quando potr suonare?  chiese ad un tratto al medico con una certa ansia, presa da una subita smania dei suoni, che ella, nella sua anima dartista, non poteva disgiungere dal bello.
E, commossa, diceva le sue idee, che potevano essere non da tutti comprese, e anche sembrar strane alle nature volgari.
Ella paragonava un bosco di pini, confinante con la zona rocciosa, ora baciata dal sole ed ora da una nuvola vagante immersa nellombra, ad una suonata di Beethoven; una cascatella saltellante fra le roccie di una piccola valle, tutta bianca ed irradiata dal sole, le ricordava una fuga di Bach; una vetta altissima, sfolgorante nella luce doro, le faceva pensare a Wagner, nei suoi gridi di dolore, nei suoi languidi sospiri; gi, la croce nera fra gli scogli del fiume, le rimandava leco duna marcia funebre di Chopin.
E si animava parlando, come se davvero dal bosco di pini, dalla cascatella, dalla vetta sublime e dalla croce del suicida, si staccassero i suoni evocati dalla sua fantasia.
Quando Paolina divagava cos, il medico sorrideva, e lasciava sognare ad occhi aperti la piccola fantasiosa, come soleva chiamarla.
E intanto si avvicinava a la sua Ida, la quale vedeva e capiva le cose nel loro modo e nella cruda realt, e non cera pericolo si smarrisse nel mondo fantastico, fatto per le animucce eccezionali, forse privilegiate, ma certo non tali da essere comprese da tutti.
Ma don Paolo capiva la fanciulla; pendeva dal suo labbro quandella fantasticava a quel modo; e appassionato amatore della musica, si deliziava al dolce suono di quella voce, che era per s stessa una musica soavissima e si commuoveva ai pensieri che manifestava.
Tornando a casa per la stradicciuola in quellora deserta, don Paolo ripensava, senza volerlo, i capelli doro filato, la carnagione di foglia di rosa e gli occhioni magnifici della signora del castello; e si chiedeva ancora:
 Dove diamine ho io veduto una figura come quella?
...
Che io me ne vada di qua?... che io lasci questi luoghi?...  scriveva Maria Wordfill a lamica sua  che cerchi altrove tranquillit e distrazioni? Ma tu, che hai letto nel mio cuore prima di me stessa, tu, amica mia, non capisci che mi  impossibile allontanarmi da qui? Solo una necessit superiore potrebbe indurmi a una simile decisione. Per esempio il desiderio di Dora o il consiglio del medico di farle cambiar aria. Ma Dora  felice di questo soggiorno e nella solitudine igienica di questo luogo, la sua salute va lentamente migliorando.
Il medico, un bravo giovinotto di qui, lo assicura, ed io ormai lo credo. La cara donna  assai meno debole di prima; discorre volentieri, si interessa delle cose esteriori.
Ieri, con la marchesa di Piana, venuta con il marito e la figlia a salutarci, prima di partire per la citt, si intrattenne, con evidente piacere, per pi di mezzora.
E ho sentito che diceva, che ella avrebbe volentieri assai rinunciato a passare linverno in citt, se non fosse stato per me, che non voleva assolutamente rilegare fra queste montagne, nella desolata stagione invernale.
Cara, ottima Dora!... Io non ci tengo certo a passare in citt la stagione fredda; e staremo qui tutte due; e se la neve avr la scortesia di bloccarci in castello, sopporteremo in pace la bianca prigionia. Ma non lasceremo le montagne.
Figlia di questa vallata, io sono stata da essa ripresa e dai ricordi che essa ha custoditi per me. Oh ben tristi e dolorosi ricordi!... Ma tristezza e dolore hanno il loro fascino; e potente.
Divago?... ti nascondo la principale cagione che mi trattiene qui?... Questo tu mi dici con lo scuotere della intelligente testina bruna e il sorriso espressivo! Dio mio!... Ne so io qualche cosa di questa famosa cagione principale?... Pu un sentimento, scaturito dal desiderio di vendetta, essersi impossessato dellanima mia fino a spadroneggiarla?... O forse io, attraverso un periodo di debolezza morale, quasi deplorevole anemia danima, che mi mette dentro la confusione, togliendomi di comprendere me stessa, facendomi esagerare lintensit dun sentimento? Insomma, non so, non capisco. Quello che so e che capisco,  la fitta acuta che mi si pianta in petto, a ogni nuova prova di indifferenza e di freddezza disdegnosa di lui, Giorgio Lanciani; di questo giovine del quale, presuntuosamente e scioccamente, ho voluto sfidare la forza morale.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Paolina  guarita; comincia ad alzarsi. Con il binoccolo, lho vista passeggiare nel giardinetto a braccio di Carlo Luppoli.
Oh! poter dare a luomo che si ama una prova di generosa tenerezza, come lha data questa fanciulla cos giovine, cos delicata e timida!... Sorridi? trovi che questo mio strano desiderio non si accorda con il periodo di debolezza morale, con lanemia danima, di cui ho detto sopra?... Ma se te lho confessato, che dentro di me  una confusione, un guazzabuglio inqualificabili!
...
Jacopo?... Vuoi sapere che sia avvenuto di questo povero disgraziato?... Fu processato e condannato, come era da prevedersi.
Ma lingegnere Lanciani, nella sua testimonianza, lo ha difeso con tanto calore attenuandone la colpa, compatendo a uno scatto quasi involontario, che la condanna fu per un solo anno di prigione.
Io, malgrado le parole persuasive di Dora e tue, mi sento sempre, sebbene in piccola parte, responsabile della esaltazione di quel povero giovine, e sento il dovere di aiutare lui e i suoi vecchi genitori.
Cos, se uscendo di prigione Jacopo vorr prendere la via dellAmerica, io gli fornir i mezzi per il viaggio e un gruzzolo per i primi tempi di laggi.
Chi sa, che in questo modo io non riesca a chetare langustia, che sempre mi sconvolge al pensiero dellinfausto sciopero e delle sue tristissime conseguenze!... Oh quella conferenza! oh quella mia ridicola condotta.
...
Il temporale si annuncia ancora con un minaccioso brontolare del tuono a distanza e un cielo cos cupo, che devo ricorrere a la fiammella elettrica della mia piccola lampada per continuare a scrivere.
Tutti i giorni cos, da una settimana e pi; nel pomeriggio, un improvviso correre di nuvole, che si addensano fra il guizzare dei lampi; una lotta rumorosa fra le nuvole e fra queste e il vento che soffia su dal lago e dalle gole montane; poi uno scroscio, che pare voglia svellere le piante e precipitare i macigni.
Accadono spesso delle disgrazie. Le frane si succedono con spaventosa frequenza. Gi si lamentano prati e campi, boschi e vigneti distrutti e seppelliti. Ci sono casolari e villaggi in pericolo.
Dio che tuono!... Tu non sai che cosa sia un temporale in mezzo ai monti!...  assolutamente emozionante.
Scendo un momento da mia cognata, che, poverina, ha una paura invincibile di questi tempacci indemoniati.
...
Finalmente il temporale era cessato. La signora Dora, rannicchiata nella sua lunga poltrona, ancora tutta spaurita e tremante, diceva e ripeteva di non avere assistito mai a una simile rivoluzione della natura.
Certi tuoni ululanti per le gole, certi lampi dun linguore spaventoso, che guizzavano, senza tregua, serpeggiando sinistramente nellaria cupa; e le ventate, che mugulavano come un coro dimmani bestie tormentate; e, in mezzo al frastuono tremendo il suono delle campane; timida invocazione delluomo piccolo e debole, in faccia a la natura sconvolta e irata; un tonteggiare commovente; povera voce di creature in pericolo, imploranti clemenza e piet.
Ora tutto era cessato. Blandi chiarori di sole appena velato dalle nuvole leggiere e giallognole, ravvivavano la pineta, immota nella stanchezza della furiosa bufera, lucevano nelle pozze, nel rigagnolo del rispiano.
Maria, che aveva preparato il th, sul tavolino, presso la sedia lunga della cognata, lo versava nelle piccole tazze, ridendo un poco della paura della cognata e cercando, con il buon umore, di distruggere in lei limpressione avuta.
Ma rest con la teiera sospesa a un rombo tremendo che fece tremare i vetri della finestra come per terremoto.
Dora, tremante e pallidissima, stacc la testa dal dorsale e stese le braccia alla giovane cognata in muto appello di soccorso contro un pericolo presentito.
Il rombo dur pochi secondi; ma gli successe un lontano urlo di pi voci e poi, subito, un disperato suonare a stormo delle campane.
 Una frana! una frana!  gridarono le persone di servizio del castello, chiamate tutte, dal terrore, fuori a laperto.
 Una frana a poca distanza da Faggeta!  inform la cameriera della vecchia signora entrando a precipizio.
 Dio!... Dio!...
La povera signora Dora si nascondeva la faccia nelle mani tremanti e gemeva di spavento e di piet.
Maria era corsa fuori, in una smania febbrile di vedere, di recare soccorso, se fosse stato possibile.
Dio!... Dovera il piccolo villaggio, su, appiccicato a la scogliera, a unora di salita sopra Faggeta, ma in direzione a questa staccata per un dugento passi?
Del villaggio pi altro non si vedeva che la chiesuola sorgente miracolosamente fra il terriccio e le pietre, che segnavano una larga spaventosa striscia fino a valle. Il villaggio i casolari, le capanne, i campicelli, i prati, i vigneti, tutto giaceva sepolto sotto la frana.
E dalla chiesuola, intatta in mezzo alla ruina, partivano i suoni della campana a martello, insieme con le grida e gli urli della gente invocante soccorso.
 Dio!Dio!  gemeva Maria, paralizzata dal terrore.
I servitori del castello erano gi accorsi a lappello di soccorso.
Ella si vedeva attraversare il ponte di corsa e arrampicarsi al di sopra di Faggeta; e durava a fissare la paurosa striscia senza potersi muovere.
Si mosse vedendo salire, dalla viuzza fra la ferriera e Faggeta, una lunga processione di gente.
 Gli operai della ferriera!  disse.  Accorrono tutti!
E scesa ella pure, cos in vestaglia bianca, con i capelli sfuggenti in ciocche disordinate, dal nodo mal sostenuto dalla forcina dargento.
Scese, per poi salire di l dal ponte lungo il sentiero serpeggiante per boschi e campicelli e roccie, donde si signoreggiava la valle, il lago e la obliqua fuga delle Prealpi che lo cingono intorno.
Lemozione violenta le faceva martellare a furia il cuore in petto; doveva fermarsi ogni tanto per riavere il respiro.
La gente accorreva da ogni parte, dal fondo della valle, dalle vette, dal bosco; e tutti prendevano per le accorciatoie, fra boschi, cespugli, macchioni, ronchi, arrampicandosi fra i dirupi a picco del baratro, sfidando il pericolo per far presto, per arrivare in tempo a salvare gli infelici strascinati e sepolti dalla frana violenta.
Maria arriv a la chiesuola e dovette sedere sul muricciuolo del sagrato, perch pi non si reggeva ritta.
Lungo tutta la linea segnata dalla frana, era una sfilata di gente, che frugava fra la terra, le pietre, le macerie e le piante divelte.
Una voce poderosa gridava degli ordini precisi.
 L gi!... In quel punto era un casolare!... Frugate!... Cercate di scoprire!
Qua! qua!... si sente un belato!... No;  un gemito!
Presto! presto!
 Ah! il mio povero padre  urlava una donna scarmigliata, che veniva correndo dallinterno della valle.
 Ah! il mio piccino! la mia creatura  gemeva una sposa scendente dalle vette ove era stata a far pascolare le capre.
E guardava al punto ove poco prima sorgeva la sua casuccia, accucciata fra i castani. E, livida in volto, con gli occhi sbarrati e i denti scroscianti, badava a gemere:  Il mio piccino! la mia creatura!
Un vecchio, che giaceva a fianco della chiesa, su lerba, assicurava che pochissimi potevano essere i sepolti.
Gli abitanti del villaggio erano ancora quasi tutti a monte, con le bestie. Egli non era di l; era venuto per elemosina; aveva battuto a molti usci; ma erano quasi tutti chiusi e le case deserte; poi si era ritirato in chiesa a dire il rosario; e intanto che egli pregava era successo un finimondo.
La campana continuava a suonare a stormo. Il prete stesso la suonava, per far accorrere gente, e specialmente i poveri abitatori del villaggio, sparsi per la montagna.
E la gente continuava ad affluire da ogni parte.
Si vedevano scene pietose e strazianti. Un pezzo di montanaro, robusto e barbuto, con il petto scoperto e le braccia nude, si era arrestato un momento a fissare il posto ove era il suo casolare; poi con una specie di rabbia era precipitato sul posto; e l, a buttar indietro pietre e terra, sudando, ansimando forte, in una lotta accanita ed inutile, fra lamore della misera propriet e linesorabile ruina.
Una giovane donna, che aveva il marito in America, con un bimbo fra le braccia e altri due attaccati a la sottana, piangeva silenziosamente mormorando;
 E adesso, dove riparare con queste creature?
Molti, attoniti, guardavano, senza rendersi conto della sventura.
I pi correvano sul luogo del disastro, e muti e accigliati si sforzavano di scavare e scavare.
E le due donne, che avevano perduto il padre e il bambino, urlavano, con le mani nei capelli, la loro disperazione.
Il prete cess di suonare e venne anche lui sul luogo desolato.
Era un vecchio tutto bianco, ma diritto e saldo su la magra persona.
Pallido come un morto, and a raggiungere i suoi parrocchiani intenti a scavare, e si mise lui pure a lopera, senza parlare.
 Un gemito! ho sentito un gemito!  grid ancora la voce, che dava ordine a lopera di salvataggio.  Qua! qua!
Maria Wordfill aveva riconosciuto quella voce. Ed ora vedeva spiccata la figura di Giorgio Lanciani, che si cacciava sotto un macigno in bilico, fra un mucchio di pietroni.
 No! no!
 No! no!  gridarono pi voci insieme.  Fuori! il macigno dondola! fuori, signor ingegnere!
 Fuori, per Dio!  url Carlo Luppoli accorrendo.
Accorsero parecchi, e furono appena in tempo, riunendo le forze in un tentativo disperato, di tener sospeso il macigno sul giovine, che vi era scomparso sotto.
Fu in quel punto, che un acuto strillo di donna terrorizzata echeggi nellaria; fu in quel punto che Giorgio Lanciani sbuc fuori carpone di sotto il macigno, che sfuggiva agli sforzi di chi lo sosteneva, con una creaturina piangente in collo.
Un grido di gioia proruppe dal petto oppresso della povera madre, che si slanci ad afferrare il suo piccino.
Ritto davanti a la povera donna, Giorgio si asciugava il sudore dalla fronte, quando fu attratto da due grandi occhi pieni di terrore, di ammirazione e di passione immensa, che stavano fissi su di lui.
Maria Wordfill, tutta bianca nella vestaglia discinta e candida, con i magnifici capelli sparsi in adorabile disordine, gli era dinanzi come unapparizione. Respirava affannosamente, con le mani sovrapposte sul petto, e il busto leggermente piegato in avanti e gli occhi sempre fissi, in uno spasimo di commozione e di passione insieme.
Il giovine stette un momento come smarrito in quelle pupille scure, luminose e appassionatamente espressive. E venne fuori a chiedere in un soffio:
  lei che ha gridato poco fa?.... in quel modo?...
Ella accent di s con la testa, non potendo parlare.
Giorgio si pass una mano su la fronte come a voler snebbiare la mente offuscata.
E la mente venne tosto rischiarata dalla volont signoreggiante.
 Quel grido  pens  lo strappava il terrore!..
Quegli occhi luminosi guardano con ammirazione, quasi con amore, non me, ma luomo coraggioso, sprezzante il pericolo!
Questa persuasione diede la calma al suo accento mentre disse:  Vi possono essere qui altri momenti forse eccessivamente emozionanti. Non sarebbe meglio che la signora si allontanasse?
Erano soli sul sagrato. La giovine madre si era rifugiata in chiesa con il piccino disseppellito; gli altri erano tutti a la frana.
Alle parole fredde e compassate del giovine, Maria si scosse come se si svegliasse nel bello di un sogno; si tir su eretta nellelegante persona, tolse le mani din sul petto, ebbe negli occhi un lampo di orgoglio offeso che mor subito in due lagrimoni non repressi, e senza una parola, gir dietro la chiesa con passo stanco.
 Maria!  fu l per richiamarla il giovine, pronunciando il nome che il cuore gli mandava alle labbra.
Ma il nome non fu pronunciato, e Maria Wordfill prese per la discesa senza rivolgersi.
Giorgio vide la bianca figura seguire i serpeggiamenti del viottolo; la segu per un poco degli occhi; poi rise di s stesso dandosi del pazzo.
Che cosa aveva egli potuto pensare?.... La commozione, e nullaltro che la commozione, aveva illuminato duna insolita luce quegli occhi magnifici!... La commozione e nullaltro che la commozione, vi aveva chiamato quelle due lagrime, grosse come perle!
Torn al lavoro, infondendo energia ai suoi operai; dirigendo, ordinando.
Gi si era scoperto qualche tetto di casolare, qualche povero mobile.
La frana non era alta come si credeva. Il vecchio padre della donna piangente fu trovato miracolosamente salvo sotto un tavolone di quercia, che la furia della terra e delle pietre non era riuscito ad atterrare. Vi erano altre vittime?... Come saperlo in quella stagione in cui i poveri contadini eran dispersi, chi a monte con le bestie, chi nella vallata a lavorare la terra?
Il dubbio aumentava la smania nei generosi di scoprire, scavare, frugare.
I carabinieri del borgo e dei paesi vicini erano accorsi e davano mano forte a lopera di salvataggio.
Suona lavvemmaria della sera. Sopra le estreme vette, il cielo, dun giallo doro, si allargava in una serena tinta dazzurro; e gi lontano, verso le montagne di tramontana, zaffate di rosso parevano erompere da un incendio.
Dopo una breve sosta, tutti quegli uomini, forti e generosi, ripresero il lavoro.
La luna versava la sua luce, su la striscia terrosa, che aveva ruinato tanto povera gente; e l ancora si scavavano, si frugavano, si disseppellivano masserizie e oggetti informi.
Era luna piena; una gran faccia sogghignante, indifferente alle sventure umane; una luce bianca e fantastica, che avvolgeva i macigni enormi frastaglianti le sommit, batteva su dirupi e su burroni neri e profondi, strappando chiazze larghe e paurose, che accrescevano orrore a la natura selvaggia delle aspre, dirupate montagne.
Lemozione della giornata aveva scosso i nervi delicati di Dora Wordfill, che presentendo di non poter dormire, vegliava nel salottino a terreno, insieme con Maria e la fida cameriera.
Maria attraverso le lenti del cannocchiale, tentava di seguire il progresso del lavoro su a la frana, biancheggiante nel chiarore della luna.
Agitata, inquieta, pi non potendo resistere in quel piccolo spazio del salottino, ella usc su lo spiazzo bianco nel lume di luna, con gli occhi fissi l, ove, con laiuto del binoccolo, vedeva moversi la gente nella luce smorta.
Quivi, a poco a poco si calm. Ma insieme con la calma, le scese in cuore una grande melanconia, una immensa piet di s stessa.
Che vita era stata la sua!... Con quante lagrime aveva pagato il sorriso della sua infanzia!... Ella ricordava gli anni passati in paese straniero, ove la mamma lavorava, dipingeva, dava lezioni di musica ed aveva sempre una tristezza cos quieta sul volto squallido!... Ricordava il tempo del collegio ove era stata accolta dallamica di sua madre. Ricordava la sua entrata nella famiglia Wordfill, il suo matrimonio con il vecchio baronetto!... S, s; era stata fortunata; aveva trovato dei cuori generosi, dei cuori devoti, che le avevano data una famiglia e la ricchezza.
Ella si era sinceramente affezionata a sir Roberto; e voleva a Dora un bene filiale. Ma dellamore ella non aveva mai saputo nulla. E questo sentimento, che presto o tardi deve far palpitare il cuore di tutti, perch Dio e la natura lo esigono, si era insinuato nellanimo suo per una via tortuosa e fosca, superando gli ostacoli di altre passioni contrarie e nemiche, lottando contro di esse con forze vittoriose, fugandole, rimanendo sovrano.
La giovine donna si rendeva ora melanconicamente ragione di ci, e pi melanconicamente ancora pensava che chi aveva fatto vibrare tutta s stessa del sentimento vittorioso, la sfuggiva; non lamava; non lavrebbe forse amata mai.
 Oh Giorgio!  si trov ad esclamare con le lagrime in gola.  Oh Giorgio!... Se tu volessi leggermi in cuore, forse comprenderesti, forse mi compatiresti, e...
Un raggio di speranza illumin il suo mondo interiore. Ma scosse il capo mormorando:
 No, non sarebbe possibile. Egli non conosce me, ma quella che mi sono studiata di parere. E quella donna, fatta dorgoglio, di idee bizzarre e di stranezze dogni maniera, egli non pu n potr mai amarla!... Ed io soffro troppo!... seguir il consiglio di Anna; partir!... Cercher io stessa unaltra solitudine per Dora, fra i monti della Svizzera. Dora sa tutto; capir e asseconder il mio desiderio. Ce ne andremo!... Non voglio pi soffrire. Forse la lontananza mi far dimenticare.
...
A la frana continuava il lavoro disperato. Si disseppelliva quanto era possibile; mobiglia malconcia, utensili, arnesi rurali, coperte, vestiti, cenci.
I poveri abitanti del villaggio franato, ormai tutti accorsi, tutti sul posto, aiutavano febbrilmente a scavare e disseppellire.
Adesso si era sicuri che non cerano vittime umane; e ci calmava la febbre dei generosi accorsi.
Giorgio, affranto da stanchezza, si era adagiato al di l della chiesa, ove la luna non attirava sguardi curiosi con la sua luce.
Di l guardando il castello, del quale il dolce lume bianco faceva spiccare la sommit della torre merlata insieme con le vette dei pini, egli ripensava la giovine signora bellissima nel vestito bianco, con i capelli disciolti, nel momento in cui ella lo fissava con non dubbia espressione di ammirazione e di amore appassionato.
 Oh se fosse vero!  gemeva in un delirio di desiderio.  Se fosse vero!... Se quello sguardo fosse stato per me, non per labnegazione ed il coraggio, che, forse secondo lei, in quel momento io rappresentavo!... Se ella mi amasse!
Unonda calda le avviluppava il cuore a questo pensiero, stendeva le braccia al castello; chiamava in un sospiro.
 Maria! Maria!
Ma poi si dava subito del pazzo. Come poteva essere possibile una simile cosa, dopo tutte le prove di disdegno, di antipatia e peggio, che ella gli aveva dato?
 Sono matto!  ripeteva a s stesso  sono proprio matto!
...
Lorto di don Paolo era stato malmenato dallultimo temporale.
Un magnifico rosaio, tutto rosso di bei fiori, giaceva a terra abbattuto; il vecchio pero lasciava cadere le rame spezzate; gli erbaggi giacevano acciaccati; loleandro, il vecchio e robusto oleandro, costante nel dar fiori bianchi come fiocchi di neve, era miseramente ridotto, a gran dispiacere del prete, che prediligeva quella pianta e quei fiori.
Ed era appunto lavorando intorno a loleandro, che don Paolo, quel giorno, si attardava nellorto. Come fu riuscito a drizzarlo, a puntellarlo, a riunire e tenere insieme le fronde arruffate, stette un momento a contemplare il lago, le ombre della notte e un lontano lume a mezza costa del monte di facciata. Poi entr nel salottino, ove la sorella aveva acceso un focherello per far compagnia in quella serata del principio dautunno, freddaccia e melanconica.
Un po infreddito per essersi indugiato fuori, don Paolo sedette nel seggiolone davanti al focolare, con un sospiro di soddisfazione.
Aspettava Giorgio Lanciani, che doveva venire a recargli il frutto di una colletta fatta fra gli operai e gli impiegati della officina per i poveretti danneggiati dalla frana.
Quella povera gente, rimasta senza casa e senza vestimenti, a lui stava molto a cuore. E dal pulpito, la passata domenica, aveva fatto un appello al buon cuore dei suoi parrocchiani. Dessero tutti qualche cosa, secondo le proprie forze; stendessero una mano ai poverelli cos crudelmente colpiti.
Don Paolo non sfoggiava dal pulpito unarte oratoria; non impressionava con idee peregrine, non parlava, o ben poco, di scienza. Egli parlava cuore a cuore, e raccomandava sopra tutto lamore.
Amatevi!  diceva  amatevi come fratelli! Nellamore  concordia,  onest,  progresso morale!... Un popolo di gente, che si amassero davvero fra di loro, sarebbe il popolo pi civile di tutti. Abituate i vostri figliuoli a volersi bene fra di loro, a desiderare luno il bene dellaltro, ad aiutarsi quanto fa bisogno! Amore! amore! amore!... Dio lo comanda, lo esige la natura umana, lo suggerisce il buon senso, lo vuole il progresso e la civilt. Lamore  il re di tutte le virt;  lo spauracchio delle tristi passioni.
 Se tutti si volessero bene  pensava ora il prete  se tutti si volessero bene, che bel vivere sarebbe.
E guardando la fiamma guizzare fra uno scintillo di scintille, su per la nera cappa del camino, sognava una societ fatta di persone, che fossero fra di loro legate da sincero amore!
 Sarebbe il paradiso in terra!  esclamava.
Una strappata di campanello.
  Giorgio Lanciani!  pens. E disse: 
 Avanti! avanti!
Entr la signora Gegia a dire con accento di sorpresa:
 C qui la signora del castello!
 Falla passar subito!  fece il prete, un po sorpreso anche lui, poich la signora forestiera non era mai venuta in casa sua.
La signora Gegia fece subito entrare la giovine donna e si ritir in cucina.
Vestita di panno color verde cupo, con la giacchetta serrata a la vita e in testa un cappello pure di panno verde sguernito, Maria si ferm a pochi passi dalluscio, commossa dalle memorie che ritrovava in quel salottino cos semplice, dal mobiglio e il sentore particolare dei salottini dei preti di campagna.
Don Paolo, che si era alzato, la invit con un cenno a venire avanti, e le cedette la sua poltrona.
Nel salottino si andava facendo scuro. La signora Gegia entr, accese la lampada, di su la tavola di mezzo, ne moder la luce con la ventola azzurra, e usc senza notare lo sguardo pieno di espressione che si era posato su di lei.
 Sono venuta per i danneggiati della frana!  spieg la signora, come luscio fu chiuso dietro la sorella del prete.  Domenica ho sentito la sua predica; era in chiesa anchio. Reco il mio obolo e quello di mia cognata!  soggiunse, porgendo a don Paolo una busta aperta.
Il prete non sapeva come ringraziare; si aiutava coi gesti e con i cenni del capo.
 Le faccio subito una riga di ricevuta!  fin per dire e togliendone due biglietti.
Ma stette con i biglietti in mano, guardandoli tutto sorpreso e intenerito.
 Oh! oh!
Non sapeva dir altro; e continuava a guardare e a girarsi i biglietti per le mani.
Finalmente riusc ad esclamare:
 Il signore benedica a lei e a la sua signora cognata!... Questa  una grande, una grande carit!... Sar una vera provvidenza per quei poverini!.... Oh  davvero molto!... Grazie, grazie per loro, per quei disgraziati!... Io... io...
Quello che il prete, commosso per tanta generosit, voleva dire e stentava ad esprimere, gli fu chiuso in bocca da una voce maschile, che chiedeva:   permesso?  e che fu subito seguita dallapparire di Giorgio Lanciani.
Vedendolo, la signora si alz, ed egli rimase immobile con gli occhi fissi su di lei come una visione.
  la signora del castello che mi reca un soccorso per i poveretti di l su!  spieg il prete, guardando il giovane e poi la signora, che si fissarono in modo strano, senza parlare.
 Reco anchio il gruzzolo raccolto a lofficina  disse Giorgio, con la voce subito infiochita, e latto di chi si scuote come da un sogno.
Sedettero tutti tre davanti il focherello dai tizzi sparsi, che nessuno cercava di ricomporre.
Ma stettero senza parlare; lingegnere e la giovane signora, completamente occupati dei loro intimi sentimenti; il prete non poco imbarazzato da quel silenzio, che avrebbe voluto rompere, ma che non vi riusciva. Tossicchi tolse la tabacchiera din su lo sporto del caminetto; se la fece passare per le mani, tossicchi ancora, tir su una presa di tabacco, e gir gli occhi intorno quasi in cerca di un appiglio a discorrere. Ed i suoi occhi si fermarono sul ritratto ad olio della bambina Ferrara, la quale, a la luce azzurra della lampada, si staccava dal fondo cupo, spiccando netta nei contorni, come se fosse viva.
Guidata dagli occhi del prete, anche la giovane donna guard e trasal visibilmente.
Giorgio Lanciani not la commozione della signora e ne vide tosto la causa.
Gli pass un lampo negli occhi. Si alz di scatto, e ritto fra il quadro e la giovane donna, confront rapidamente le due figure. Poi, tutto pallido, chinandosi un poco verso Maria Wordfill, la fiss nelle pupille luminose con una muta, imperiosa interrogazione.
La giovine donna sostenne poco quello sguardo intensamente espressivo.
Si confuse, sorrise fra le lagrime, scivol dinanzi al prete, gli prese una mano, e chinandosi a baciarla, singhiozz:
 Oh don Pop!... Oh mio ottimo don Pop!
Commosso ed agitato, il prete non sapeva spiccicare parola n staccare gli occhi dalla giovine, che durava a singhiozzare sommessamente, ripetendo:
 Oh, don Pop! mio caro, mio buono don Pop!
La signora Gegia, che calzettava nella attigua cucinetta, incuriosita e forse impensierita da quel silenzio, and in salottino, vide, e rest attonita.
Ma la signora le and subito presso e buttandole le braccia al collo, disse:
 Zia Gegia! Oh cattiva zia Gegia, che non ha subito riconosciuta la povera Maria!
La signora Gegia, sbalordita, scostava delicatamente da s la bella signora, la guardava, le toccava i capelli, la guardava ancora. E mano mano che la certezza si faceva strada nellanima sua, sul suo vecchio volto rugoso si andavano stendendo la commozione e la tenerezza.
Giorgio Lanciani non si era mosso dun passo. Era sempre l davanti al quadro; pallidissimo.
A un tratto, la giovine donna, staccatasi dalla sorella del prete, gli lev gli occhi in volto. Che cosa indovin ella su quel volto pallido e contratto? Che cosa le dissero quegli occhi azzurri duna fissit profonda?
Ella fece un passo verso di lui: poi un altro; e, ritta, con il bellissimo volto lagrimoso supino, gli disse in un soffio:
 Ora che sa, ora che si pu spiegar tutto, mi perdona?
Le furono aperte due braccia tremanti dimpazienza. Sent il perdono, sent lamore nel battito violento di quel cuore forte e felice!
Don Paolo e sua sorella guardavano con lo stupore negli occhi. Era possibile? Quei due giovani si volevano bene?... Ma come?... Ma chi mai avrebbe potuto supporre una simile cosa?
Maria stacc il volto dal petto dellamato: e, tutta palpitante, con la voce debolissima, spieg.
Ella si era messa in mente di vendicare la sua famiglia.
Il triste proposito le era sorto in cuore improvvisamente, svegliato a limprovviso e impreveduto ritrovarsi in quel luogo per lei vibrante di care e dolorose memorie.
Un Giorgio Lanciani faceva lavorare la vecchia ferriera, e viveva con la famiglia nella casina ove ella era nata. Il nipote doveva pagare per lo zio!... Per questo ella non aveva voluto farsi conoscere. Don Pop e zia Gegia avrebbero tentato ogni mezzo per distorgliela dal tristo proposito!... Ma il sentimento della vendetta si era andato mutando, a sua insaputa, in un altro sentimento, dolce e delicato.
 Fui cattiva!  concluse con un supplice e luminoso sguardo a Giorgio.  Fui cattiva; ma ho tanto, tanto sofferto!... Mi sono creduta disprezzata e avevo deciso di partire... Allora avrei voluto correre qui e farmi riconoscere. Ma a quale scopo se dovevo partire per non tornare pi mai!
Una scampanellata. Chi mai poteva essere?
  un servitore mandato dal castello per riaccompagnare la.... la....  disse la signora Gegia, che era andata a vedere; e voleva dire:  la signora  ma non le riusciva, e fin con lieve imbarazzo:  Per riaccompagnare Maria!
 Grazie!  fece questa, baciando la donna e stendendo la mano a don Paolo.
Giorgio Lanciani, che non aveva mai tolto lo sguardo dalla giovine signora, ove al muto appello degli occhi magnifici, chiese in un susurro:
 Mi permette di accompagnarla?
...
Nella notte scura, in cospetto delle nuvole addensate sopra la valle, fra il silenzio solenne delle cose dormienti, che solo lo scrosciare del fiume rompeva, Giorgio camminava come in sogno, cingendo dun braccio la vita di Maria.
Non parlavano. Egli stringeva a s la donna adorata; questa posava dolcemente il capo su la sua spalla.
Al punto in cui la nera croce sintravedeva fra gli scogli della opposta sponda del fiume, Maria si ferm, si sciolse dalla dolce stretta, e disse in un susurro:
 La voce che veniva da quella croce io non la compresi; comandava amore!
...
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...
FINE.